Polonia INQUIETA

images«La cesura del 1989 si rivela uno strumento poco adatto per leggere la nuova prosa polacca. Gli elementi di continuità convivono infatti con la ricerca di identità ancora sfuggenti»

 

È molto forte la tentazione di dividere la più recente prosa polacca con la data del cambiamento politico, una cesura simile a una breccia in un simbolico muro di Berlino: la letteratura combattente/ la letteratura libera. La cultura però frantuma la realtà delle biografie umane in migliaia di specchi, e l’immagine che ne risulta non è mai in bianco e nero, come ragione e torto nei testi di propaganda. La politica ha influito sulle tematiche letterarie e sui comportamenti umani ivi rappresentati, ma oggi che la politica e il mercato sono liberi non assistiamo a una rottura radicale dai generi e dalle correnti precedenti.

I modi dell’impegno
È difficile negare che gli eventi degli anni 1980-81 e le loro conseguenze politiche (il periodo di Solidarnosc, lo sviluppo di stampa ed editoria non sottomesse alla censura, l’introduzione dello stato di guerra) abbiano reso estremamente difficile il compito critico della prosa: senza la pressione di quel momento storico, la colpa per la degradazione della società polacca avrebbe potuto gravare non solo su di «loro», i politici servili, ma anche su di noi, cittadini. I tempi però erano favorevoli all’impegno, che smorza la sensibilità ai fenomeni complessi.
La situazione politica e la frattura sociale così nette dovevano per forza di cose venir riflesse dalla prosa, e tale riflesso doveva essere conforme a un sistema di valori sociali, diventato, nel corso degli anni Ottanta, sempre più privo di sfumature. In entrambi i circuiti editoriali, sia in quello ufficiale che nel cosiddetto «secondo circuito», ci si uniformava allora a un realismo di tendenza, il cui scopo era registrare la verità su avvenimenti e motivazioni private che avevano portato alla divisione dei polacchi in due parti politiche, evidenti anche se dissimili dal punto di vista numerico.
Una posizione privilegiata è quella dei generi documentari (diario, annotazione, memoria, silva rerum). Nell’ambito di questo realismo si collocano il romanzo di Andrzej Szczypiorski La bella signora Seidenman (Adelphi 1988), i testi di Maria Nurowska, e alcuni libri di Roman Bratny pubblicati dalla stampa ufficiale, come Un anno nella tomba. Le opere più ambiziose, che, benché non del tutto obiettive, evitano di cadere in un eccessivo estremismo, sono quelle che, nel descrivere la realtà degli anni Ottanta, utilizzano tecniche atte a separare la posizione del narratore da quella dell’autore. Fa tenerezza rammentare oggi l’atmosfera di clandestinità che accompagnava la conquista e la lettura dei libri di Marek Nowakowski pubblicati dal «secondo circuito».
Anche il romanzo storico doveva essere impegnato: si sollevavano questioni problematiche del passato nazionale, e ci si permetteva persino rappresentazioni, in realtà obiettive, dei rapporti russo-polacchi (Wladyslaw Terlecki, Maschere, Lamento; Eustachy Rylski, Stankiewicz. Il ritorno). Il metodo utilizzato in questi romanzi, elaborato da Teodor Parnicki (I doni di Cordoba, Il segreto del terzo Isaia), consisteva nel descrivere la storia da una prospettiva in cui i grandi eventi sono solo uno sfondo per le motivazioni e i legami fra esseri umani, i problemi etici e di comportamento (Juliusz Dankowski, Il prigioniero dell’Europa, L’Europa non consentirà). Il romanzo contadino invece, il cui schema di avanzamento sociale negli anni della Polonia popolare era stato sfruttato e reso ridicolo dal punto di vista ideologico, inaspettatamente ha prodotto negli anni Ottanta un vero capolavoro: Pietra su pietra di Wieslaw Mysliwski è la storia epica di una rivolta contro il destino contadino che si trasforma in rivolta contro la modernità, un monologo grazie al quale il protagonista, riappropriandosi del suo passato, giunge alla coscienza di sé.

Le piccole patrie
Non dobbiamo pensare che solo l’inserimento nell’Unione Europea abbia aperto gli occhi agli scrittori sulle nostre piccole e belle regioni. La corrente «nostalgica» si è sviluppata ininterrotta nel corso di tutti gli anni Ottanta, a margine delle arene in cui si sfidavano versioni diverse della realtà socio-politica. Descrivendo i confini orientali e meridionali della Polonia (perduti in seguito ai nuovi confini imposti al termine della II guerra mondiale, NdT) gli scrittori rinnovavano lo schema del «tempo perduto» o della «patria perduta». Si ricollegavano così a una tradizione profondamente radicata nella letteratura polacca tanto in patria (Leopold Buczkowski, Tadeusz Konwicki, Julian Stryjkowski, Jaroslaw Iwaszkiewicz, Andrzej Kusniewicz, Wlodzimierz Odojewski, Piotr Wojciechowski) come nell’emigrazione (Józef Wittlin, Stanislaw Vincenz, Jerzy Stempowski, Czeslaw Milosz, in particolare con il celebre romanzo La valle dell’Issa). In altri romanzi (Aleksander Jurewicz, Stanislaw Srokowski) risalta chiaro quanto l’esperienza dello sradicamento fosse una costante già dopo la seconda guerra mondiale: nelle biografie dei deportati, nelle storie delle collettività perseguitate (Erwin Kruk, Cronaca della Masuria), nelle biografie di chiunque considerasse la propria infanzia strettamente legata ai paesaggi in cui si era svolta (Roman Gren, Paesaggio con bambino, Kazimierz Orlos, La libellula azzurra).
Questo fatto si accompagna a un’altra corrente generazionale, percepibile nei debutti di scrittori nati dopo la seconda guerra mondiale, che non hanno descritto i territori perduti ai confini orientali, ma gli spazi della propria adolescenza nella Polonia Popolare. Grazie a ciò la «mappa della nostalgia» polacca a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta ha cominciato ad arricchirsi di territori prima privi di un’immagine letteraria: Danzica (Pawel Huelle, Cognome e nome Weiser Dawidek, Feltrinelli 1990), Wroclaw (Olga Tokarczuk, E.E), la Slesia (Jerzy Pilch, Altre delizie), Gliwice (Julian Kornhauser, Una casa, un sogno, giochi da bambino), i Casciubi (Zbigniew Zakiewicz, Sospeso nel tempo), Stettino (Feliks Netz, Nato nel giorno dei morti). Nella narrativa nostalgica è implicita la possibilità di idealizzare, e quindi anche quella di inventare.
Negli anni Novanta vedono la luce una serie di opere che si rifanno polemicamente alla tradizione proustiana. La loro dinamica fabulare si basa sul tentativo di superare la nostalgia e di armonizzarne il carattere sublime con descrizioni della vita corrente. Il tema su cui si basa la continuità della prosa polacca del dopoguerra sta dunque nell’attaccamento al periodo dell’infanzia; prima questa tematica si sovrapponeva immancabilmente al problema storico della libertà, oggi, in un contesto mutato, essa ha conquistato una dimensione più universale.

Linguaggi messi alla prova
La cosiddetta corrente «linguistica» si era sviluppata prepotentemente a metà degli anni Settanta (Janusz Andermann, Julian Kornhauser, Adam Zagajewski) affondando le radici negli esperimenti del nouveau roman dei decenni precedenti. Il mondo qui rappresentato viene generalmente rifiutato dal protagonista che, in quanto individuo sradicato, non dispone del linguaggio della propria infanzia o della propria «patria privata». Nella prosa degli anni Ottanta la narrazione condotta in lingue anacronistiche e impotenti illustra la mancanza di accordo e la disintegrazione sociale (Janusz Andermann); un effetto simile ha l’abbinamento di linguaggi privati e pubblici non raffrontabili (Tadeusz Siejak). Negli ultimi anni i mezzi del «linguismo» vengono utilizzati in modo radicale da Zbigniew Kruszynski che nella sua descrizione della Polonia degli anni Ottanta ne utilizza quasi tutti gli idiomi sociali e letterari. È degno di nota il micro-capolavoro di Magdalena Tulli, Sogni e pietre. Alla base di questa parabola sulla creazione della Città sta la convinzione dell’unità fra essere e linguaggio. La Città del libro è Varsavia, ma può essere qualsiasi altra città ricostruita dopo la guerra e, in genere, ogni utopia sociale. Il sogno della Città Ideale trova voce in metafore di perfezione; è il linguaggio stesso a dar vita all’essere; Sogni e pietre è al tempo stesso una parabola sulla città e un trattato sul linguaggio.

Nuove basi o mancanza di basi?
Il volgere degli anni Ottanta ha modificato la posizione della letteratura, che ha acquisito il diritto a giudicare in maniera critica una società libera. Sono apparse opere satiriche che distruggono il nobile mito dell’opposizione politica (Janusz Andermann, Malattia carceraria), e quello dell’emigrazione vista come missione o, almeno, come un periodo di ragionevoli guadagni (Edward Redlinski, Rattopolacchi; Janusz Rudnicki, Mondo della malora; Jacek Kaczmarski, Autoritratto con canaglia). Letture da due soldi di Tadeusz Konwicki è a sua volta il ritratto di una società incapace di gestire ragionevolmente la democrazia, abile invece – come mostra Piotr Wojciechowski (Scuola di grazia e sopravvivenza) – a partecipare alla nuova storia in maniera ostentata, astuta e farsesca.
La libertà dalla lotta per la libertà e dal peso di scelte esistenziali ha dato vita a una serie di opere che rinnovano la tradizione della letteratura grottesca (Manuela Gretkowska, My zdies` emigranty; Natasza Goerke, Frattali; Izabela Filipiak, Amnesia assoluta; Zyta Rudzka, Il palazzo degli imperatori; Andrzej Stasiuk, Corvo bianco, Bompiani 2002). Queste opere ibride, in cui la fabula narrativa si confonde nella saggistica, spesso ritraggono il destino dei polacchi all’estero, ma lo fanno da un punto di vista ironico nei confronti dell’ethos dell’emigrante e delle sue sofferenze e nostalgie. Si vede chiaramente come questi scrittori facciano progressivamente proprio un profondo senso di sradicamento, ovvero di libertà nei confronti del luogo di nascita, della tradizione, della religione e delle abitudini. Questa mancanza di retroterra viene vissuta come un’esperienza al tempo stesso allarmante ed estatica, che fornisce la base per dare alla propria personalità una forma completamente nuova e autonoma; ed è in effetti proprio la questione assolutamente privata dell’identità a porsi ora in primo piano.
Alcuni romanzi iniziatici hanno carattere più autobiografico ed espongono un lungo processo di maturazione (Huelle, Jurewicz, Chwin, Kornhauser), altri si servono più liberamente della finzione e in accordo allo spirito postmodernista dei tempi sovrappongono al romanzo educativo classico gli schemi del thriller e del romanzo giallo, o temi metafisici in versione new-age (Tomek Tryzna, La Signorina Nessuno; Manuela Gretkowska, Cabaret metafisico; Olga Tokarczuk, Il viaggio del popolo del Libro; Andrzej Stasiuk, Attraverso il fiume; Grzegorz Strumyk, Lo sterminio dei fagioli). Si tratta di romanzi essenzialmente antieducativi: gli obblighi sociali, scolastici e familiari, legati alla maturità portano alla perdita dei valori positivi propri dell’infanzia e della giovinezza, e non danno nulla in cambio oltre a un’età adulta vuota e uggiosa.
I romanzi degli anni Novanta più interessanti dal punto di vista conoscitivo e formale non si lasciano catalogare facilmente; la loro composizione, un insieme di generi mescolati a piacere, sembra sottomettersi a norme di coesione effimere.
Si tratta generalmente – il che è caratteristico – di silvae rerum disciplinate dal punto di vista del contenuto intellettuale e della struttura, come risulta se non altro in Dukla, trattato para-filosofico on the road di Andrzej Stasiuk. Iscrivendosi in una più vasta tendenza della letteratura di fine del XX secolo, in molti dei romanzi polacchi più recenti si assiste a un ritorno ai generi e alla fabula classica. Un accenno innovativo sta nell’uso di queste convenzioni per porre importanti domande esistenziali. È quanto avviene ad esempio nei gialli metafisici di Gustaw Herling-Grudzinski (Don Ildebrando, Feltrinelli 1999), o nel romanzo epico di Olga Tokarczuk Prawiek e altre epoche, definito anche la saga del «Macondo polacco».
La prosa polacca dopo il 1989 è andata alla ricerca di una propria identità a tempo accelerato; da qui un rapido avvicinarsi e prendere le distanze dalle tradizioni romanzesche, i ritorni a vecchie convenzioni, la sperimentazione coraggiosa. Scavare nell’identità non significa solo andare a frugare nella tradizione, ma anche mettersi alla ricerca di risposte alla domanda sullo scopo della prosa: descrivere il mondo, scorgerne il senso nascosto (ad esempio nel mito), scoprire le diverse narrazioni esistenti, formulare la lingua parlata dal mondo e, infine, insegnare la distanza da ogni convenzione.
L’impossibilità di armonizzare tutti questi compiti diversi e il valore irrinunciabile di ognuno di essi, fa sì che questa prosa tenda a creare delle forme capienti, in grado di contenere incisi autobiografici e invenzioni ostentate, saggi eruditi e narrazioni classiche. Si tratta dunque di una forma che supera la finzione, che rispecchia la molteplicità del mondo, ed è al tempo stesso fittizia, così come apertamente fittizia è la realtà attuale.

Przemyslaw Czaplinski

Traduzione di Laura Quercioli Mincer.
Si ringrazia l’Istituto Polacco del Libro per aver concesso i diritti alla riproduzione

http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20090729/pagina/11/pezzo/256123/

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Una Risposta to “Polonia INQUIETA”

  1. Andrzej Wajda: tributo al Festival di Locarno e poi a Venezia | DaringToDo.com Says:

    […] con la proiezione di Tatarak (Sweet Rush), ispirato ad un racconto dello scrittore polacco Jaroslaw Iwaszkiewicz, in concorso all’ultima Berlinale. Si tratta di un film intimista che oscilla tra finzione e […]

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