Pastiche russo

imagesalcune pagine dal romanzo, inedito in Italia, «Master Chaos» di Evgenij Popov

 

Ogni anziano moscovita sa bene che lo Strastnoj Bul’var (il Boulevard della Passione) è uno dei luoghi più importanti della capitale senza contare la Stazione Kievskij. Circondato dalle leggende della remota antichità moscovita, lo Strastnoj Bul’var sorse come la stessa Mosca in tempi immemorabili, dei quali ognuno può leggere nei tanti libri dedicati al tema.Quante cose ha veduto lo Strastnoj Bul’var che praticamente oggi si distende tra le forti schiene di due monumenti in metallo, quello dedicato a Aleksandr Puskin (sulla Piazza Puskin), ai cui piedi i comunisti le davano ai dissidenti e oggi vivono le prostitute, e quello dedicato a Vladimir Vysockij, che adesso se ne starà in eterno ad osservare il negozio Ryba situato dalla notte dei tempi all’angolo tra la via Petrovka e il Petrovskij Bul’var, e dove un tempo si vendeva il pesce.
A proposito, se ci si mette al posto di Vysockij e «solo un po’ si socchiudono gli occhi», come prescrivevano i primi sestidesjatniki nella canzone cult Il brigantino leva le vele, allora è possibile scorgere un angolo intimamente legato al già ricordato Puskin (il vicolo Chariton’evskij dove il poeta visse per un certo tempo da bambino), più due angoli intimamente legati al summenzionato Vysockij: il silenzioso vicolo Bol’soj Karetnyj, dove egli, a differenza di Puskin, nacque come bardo, e la minacciosa Petrovka 38, la centrale di polizia, alla cui luce egli apparve come il maggiore Zheglov nel film Il luogo dell’incontro non si può cambiare. Il che la dice lunga sulla forza vivificante dell’arte e del potere sovietico, poiché il nostro popolo vive in eterno conflitto con le forze dell’ordine, chiamandole menty (sbirri), mentre a tutt’oggi adora Vysockij.
Non c’è da meravigliarsi che tra queste due schiene si trovi la sede del leggendario «Novyj mir», la rivista presso la quale si batté per la libertà il titano Solzhenicyn, il cui nome è pienamente degno di un proprio monumento in metallo, che ancora invece non c’è. Per converso, lì accanto si trovava l’ex organo del Cc del Pcus, ora baluardo della nostra ancora non solida democrazia, la rivista «Tempi nuovi», che mi stampò un articolo su Joyce, ma che finora non mi ha pagato l’onorario. Insomma, lo Strastnoj risulta per così dire un luogo «letterario», a differenza della stazione Kievskij che, sorta dal folclore popolare, ivi negli anni della vecchiaia ha fatto il suo ritorno. Nel territorio dello Strastnoj spesso se ne stavano a bere sulle panchine i rappresentanti dei vari rami della cultura, alcuni di loro là ci dormivano pure dopo essersela fatta addosso e venivano portati via dai già ricordati menty.

Bottiglie vuote, plateali scenate
Lo scultore, poeta, prosatore e saggista Fedot Fedotovic Suckov, in gioventù amico del miglior scrittore russo del XX secolo, Andrej Platonov, mi svelò un importante segreto dello Strastnoj bul’var. E non era certo la famosa Blinnaja, la casetta in legno dei bliny, che adesso hanno buttato giù per costruirci un mostro in stile New Russian, dove si vende un’ottima birra, ma a prezzi folli. Là c’era la sora Margherita, e aveva una figlia che con la sua lingua di bimba leccava il caviale rosso nel barattolo per conferirgli ulteriore freschezza. La sora Margherita permetteva, se si prendevano dei bliny con il caviale, di portarsi con sé per bere in compagnia la vodka e anche la birra che allora era proprio cattiva. E tuttavia le bottiglie vuote, il cliente oggetto di siffatte premure le doveva lasciare senza indugi a lei a scanso di plateali scenate.
Negli spazi dello Strastnoj si poteva osservare il prosatore Jurij Osipovic Dombrovskij che aveva trascorso quindici anni nelle prigioni staliniane, nei lager e in esilio e, come dimenticarlo, il già ricordato Fedot Fedotic, che in tutto era stato in prigionia solo tredici anni. Con voce bassa costoro raccontavano di sé ai giovani artisti tra i quali c’erano gli ora defunti Evgenij Charitonov, leader e precursore della cultura gay, Vladimir Kormer, romanziere e filosofo morale, il poeta Lev Taran, ucciso dal potere sovietico e dall’alcolismo, e c’erano anche, vivi ad interim, Vladimir Boer, futura stella della scenografia, lo splendido prosatore Nikolaj Klimontovic, nativo della città di K. che sorge sul grande fiume siberiano E. che si getta nel mare glaciale artico, all’epoca playboy e adesso leone del bel mondo, Leonid Novak autore di studi sull’anno 1937, l’attore Kuz’micev, e con loro il compianto Dmitrij Aleksandrovic Prigov e altri ancora.

Tutte le nostre speranze
Con voce bassa raccontavano di quello che avevano visto e vissuto nei lager, dal che nei cuori della gioventù prorompevano scintille di disprezzo verso il regime vigente e maturavano the Grapes of Wrath, un autentico «furore». Tutto ciò trovò riflesso nella loro opera che precorreva di tanto i tempi d’allora che scorrevano via grigi. A bassa voce intonavano la canzone Sii tu stramaledetta, Kolyma e si mettevano a fumare, dopodiché la buona sora Margherita cacciava tutti in strada. Là Fedot Fedotovic si andava a sedere sulle panchine accanto alle «bimbette» che allora facevano tutto a gratis e pronunziava la suadente frase: «Volete vedere come vivono gli artisti?» (la sua bottega si trovava a due passi, in uno degli innumerevoli vicoli Kolobovskij che all’epoca non avevano ancora nessun riferimento a Evgenij Kolobov, futuro grande direttore dell’«Opera nuova»).
Eppure qui non voglio parlare della Blinnaja, né dell’opera lirica, ma della guida e tiranno, compagno Stalin. Una volta infatti io e Fedot Fedotovic passeggiavamo di buon ora lungo lo Strastnoj riflettendo sulla storia della Russia e sulla sua collocazione nel consesso dei popoli civili. Avevamo appena letto singoli scritti del filosofo Vasilij Rozanov e ci trovavamo sotto la sua indubbia influenza. Fedot Fedotovic disse che anche Rozanov amava molto lo Strastnoj bul’var. Io risposi che di questo non c’era traccia scritta. Ne discutemmo a lungo.
«Sì, lo vedo, tu sei sciapiente come un’uoca» scherzò Fedot Fedotovic, imitando la vecchia parlata siberiana, al cui studio, lui stesso nativo della stessa città di K. che sorge sullo stesso grande fiume siberiano, aveva dedicato non pochi minuti creativi. «E allora, sciapientone, rispondimi, che cos’è questo?».
E indicò un bel piedistallo di granito rosso della misura, all’incirca, di un metro per un metro e dell’altezza di un metro mezzo circa, posizionato grosso modo a trecento passi dalla redazione del «Novyj mir» o, più precisamente, dalla targa con la scritta: «Tutta la nostra speranza è riposta in coloro che trovano autonomamente il proprio sostentamento», targa che si trova di fronte alla redazione di quel giornale e che sta appesa fino ad oggi senza aver perso di attualità.
Ecco cosa Fedot Fedotovic voleva farmi vedere. Sul piedistallo c’era un garofano vermiglio. Il piedistallo era rosso e il garofano vermiglio… (andammo in visibilio)… Racconti della remota antichità. Fedot Fedotovic mi raccontò che quando lui era studente dell’Istituto Letterario (dove fece ritorno direttamente dal lager) qui, sul piedistallo, se ne stava un busto di Stalin, che scomparve immediatamente dopo che lo stesso Stalin era scomparso dal Mausoleo, dove in tutta tranquillità aveva giaciuto in forma di salma imbalsamata accanto all’analoga salma del suo compagno più anziano Lenin, le cui norme, come si venne a sapere poi nell’ennesimo congresso del partito, lui, Stalin, aveva rozzamente disatteso, comportandosi poi con rozzezza anche con la di lui moglie (vedova) Nadezhda Krupskaja.
Stalin lo portarono via e proprio da quel momento sul piedistallo, divenuto adesso orfano, ogni giorno che il buon Dio mandava in terra apparve un garofano vermiglio. Cioè, forse non precisamente ogni giorno, ma sicuramente ogni volta che l’ex internato passava accanto, il fiore vermiglio era già lì bell’e pronto sul piedistallo.
Io espressi forti dubbi. Dissi che certo avevo visto quel piedistallo, ma non conoscendone la provenienza gli ero sempre stato indifferente. E che non avevo certo là notato il fiorellino quotidiano, che poi se ci fosse stato davvero, lo avrebbe portato via qualche mendicante per rivenderselo a qualcuno con più mezzi che, senza essere riuscito a procurarsi dei fiori, se ne stava in attesa di un incontro galante ai piedi di Puskin.
Fedot Fedotovic s’imbronciò tutto e mi accusò di non avere lo spirito di osservazione proprio degli scrittori e per giunta di non conoscere la vita: il mendicante avrebbe certo potuto ogni giorno portar via un fiore e assemblare così un intero mazzo. Ma il primo fiore, è ovvio, sarebbe immancabilmente appassito prima che lui potesse aggiungere alla collezione l’ultimo (allora non c’erano i garofani olandesi che non appassiscono mai…). E poi gli stalinisti avrebbero potuto fare la guardia e rompergli il muso.

Un monumento senza limiti
Fui costretto a condividere la sua logica, pensai un’altra volta a come è incommensurabile la conoscenza del mondo e quante confuse conoscenze e inutili nozioni pratiche dobbiamo fare nostre per reagire in modo adeguato alle lezioni della saggezza sommariamente accumulata da questo mondo.
Passarono gli anni. Venne la perestrojka, poi la post-perestrojka, poi il «capitalismo selvaggio», la «democrazia non consolidata», il presentimento della Terza guerra mondiale. E un bel giorno che Dio mandò in terra vidi che il piedistallo era scomparso e il fiore giaceva per terra.
Tutto era sparito a parte il fiore. Non escludo che il piedistallo fosse stato portato via dai ladri nell’ambito dell’accumulazione iniziale del capitale per il futuro sviluppo del capitalismo in Russia. La presenza del fiore testimonia del fatto che la pauperizzazione della popolazione ex-sovietica è totale ma non assoluta, mentre la spiritualità di questa popolazione come sempre corrisponde alla sua mentalità certo non dozzinale.
E adesso la cosa più importante. Io propongo di considerare il luogo dove è scomparso il piedistallo di Stalin sullo Strastnoj bul’var il monumento guida della Russia contemporanea, che riflette il suo passato, il suo presente e il suo futuro. Un monumento senza limiti tracciati con precisione nello spazio e nel tempo, un monumento che simboleggia l’anelata concordia civile nella società dopo tutti gli orrori vissuti da questa società. Un monumento al quale debbono equipararsi tutti gli altri monumenti esistenti e inesistenti. Un luogo dove ognuno possa venire per sputare o deporre un garofano vermiglio. Orinare non sarà permesso, ma si potranno tenere manifestazioni… certo, come usa in Russia, solo con il permesso dei superiori…

traduzione di Stefano Garzonio

http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20090730/pagina/11/pezzo/256220/

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