Quell’Oriente “taroccato” dagli scrittori

imagesNell’Ottocento ciascuno in Occidente si creò il proprio Oriente. Quello di Byron era l’Oriente turco vestito in abiti albanesi, il pugnale alla cintura, le finestre sbarrate che si aprivano sul mare. Quello di Flaubert era l’Oriente arabo dei beduini e dei cammelli, il deserto per orizzonte, il supplizio per compagno… La voce «orientalista» appare per la prima volta nel 1799 in un numero del Magazine Encyclopédique, ma un quarto di secolo dopo, nota Victor Hugo, «ha preso il posto di ciò che ai tempi di Luigi XIV era l’ellenismo» e l’Oriente «è divenuto una sorta di preoccupazione generale». Nel Dizionario dei luoghi comuni è ancora Flaubert a scrivere ironico dopo la parola «Orientalista»: «Colui che ha viaggiato molto». Ed è ancora di Byron il pragmatico consiglio a un amico scrittore in cerca di ispirazione: «Buttati sull’Oriente, è l’unica risorsa». L’invasione è cominciata.

L’Oriente del XIX secolo è il Vicino Oriente di quello che nel secolo XX si chiamerà Medio Oriente per un verso, Balcani per un altro: l’Impero ottomano raccoglie al suo interno quanto di più occidentale venne dato al mondo, la Grecia un tempo classica e ora turca, la memoria di pietra e di marmo di civiltà che forgiarono il mondo antico e sulle quali il mondo moderno si abbeverò: gli egizi e i fenici, la gloria di Roma e quella di Babilonia. Se ha ragione uno studioso come Edward Said a dire che alla sua base c’è una «falsificazione imperialistica», l’Occidente che si crea un Oriente su misura, è altrettanto vero che l’imperialismo orientale, «il grande malato sul Bosforo» delle diplomazie occidentali offre nella sua decadenza immobile e dimentica di ciò che del passato pre-islamico giace in quelle terre, tutto ciò che permette una visione speculare e personale: antico contro moderno, culto delle rovine opposto a dissoluzione, libertà contro dispotismo.

Per quanto a propria immagine, c’è comunque un Oriente inglese differente da un Oriente francese… Quello britannico è figlio di un pragmatismo insulare che si nutre di esplorazioni, scoperte, imprese coloniali, laddove il «pellegrino di Francia» insegue pretesti visionari, nostalgie di ultimi paradisi ancora possibili, malinconie di «altrove» perduti, ma pur sempre cercati. Da Burton a Doughty, a Lawrence, gli inglesi si infilano in quei territori per studiarli, comprenderli e/o conquistarli. Da Chateaubriand a Delacroix a de Nerval, i francesi vi annegano come in un sogno, ma è il loro io a guidarli sempre e comunque, un viaggio che è soprattutto mentale. Il più grande pittore orientalista d’oltre Manica è David Roberts, ovvero un pittore topografico: dipinge le rovine, riproduce fedelmente il paesaggio. Nell’atelier di Chassériau, forse il maggiore degli orientalisti francesi, uno stupito Théophile Gautier trova sparsi armi e diademi, abiti e oggetti, un bazar di Damasco ricreato a Montmartre. E il risultato è barbarico e irreale, esotico ed erotico, reale e subliminale… Molti di questi artisti lo pagheranno con una crisi oftalmica, quasi un accecamento e insieme un distacco simbolico, una sorta di monito a fermarsi prima che sia troppo tardi, la luce dell’Oriente gelosa custode del proprio segreto…

In Il viaggio in Oriente (il Mulino, 365 pagine, 28 euro), Attilio Brilli, il maggior studioso italiano di letteratura di viaggio, spalanca davanti al lettore la «geografia ideale» che gli scrittori portano con sé, foriera spesso di crudeli illusioni e vani aggiustamenti, «l’immenso emporio dei miti» che ogni tappa presenta loro: mitologie classiche e vetero-testamentarie, il sorriso degli dèi pagani e l’austerità del monoteismo islamico, l’assenza dell’elemento femminile e la sua sublimazione nel nome di un erotismo segreto e celato: l’harem, l’hammam, il serraglio, le schiave cortigiane… «La fantasiosa rappresentazione della sessualità orientale» scrive Brilli, «si presenta come la manifestazione delle rimozioni, dei desideri insoddisfatti, spesso depravati, e dei pregiudizi degli occidentali». Ma è in fondo l’intero Oriente a essere un universo segreto, spesso vietato e protetto in maniera ferrea, si tratti di città sante dove l’occhio dell’«infedele» non può entrare, di sottosuoli o di pareti di roccia dove ne è conservata o incisa l’anima, di mercati e di mercanzie di cui si fantastica lo sfruttamento.

Per i viaggiatori politicamente più sensibili, è anche un continuo confrontarsi con un assolutismo che la Francia della Rivoluzione ha in fondo ghigliottinato e l’Inghilterra del parlamento sovrano da tempo regolamentato e che qui si coniuga nella sua variante di dispotismo ramificato: il sultano e il gran vizir, i pascià e i giannizzeri… È il dispotismo che si nutre di eunuchi bianchi al servizio del Sultano e di eunuchi neri che sovrintendono al suo gineceo, che ha nei sordomuti di corte, doppiamente isolati dal mondo, spietati strumenti di morte, portatori di una comunicazione gestuale che si fa linguaggio ufficiale, una lingua del silenzio ieratica, minacciosa, impenetrabile. È il dispotismo che icasticamente Chateaubriand riassumerà così: «Non un popolo, ma una mandria che si la lascia condurre da un imam e scannare da un giannizzero».

Ma al di là della passione politica, Chateaubriand è anche il primo a intuire che il viaggio scientifico, didattico o esplorativo ha i giorni contati, appartiene al passato, sopravvive al presente ma non metterà il proprio sigillo sul futuro. Il suo Itinerario da Parigi a Gerusalemme uscito nel 1811 è, nota ancora Brilli, il prototipo del viaggio letterario come unico viaggio possibile rimasto ai moderni, quello che infatti oggi pratichiamo.

Il fatto è che dai viaggiatori ai turisti, il passo intanto è stato breve e quasi inavvertibile. Il baule da viaggio Vuitton è del 1875, il primo tour dell’agenzia Cook è di dieci anni prima, la Compagnie internationale de Wagon-Lits è del 1872, l’Orient Express che collega Parigi con Costantinopoli del 1889. La stanza d’albergo sostituisce il caravanserraglio, il dragomanno è soppiantato dalla guida, il baedeker prende il posto delle relazioni, i fisici esausti o distrutti di Doughty, di Burton, di Belzoni, l’erculeo italiano che svelò i tesori delle Piramidi al mondo, cedono il passo ai fisici pasciuti di chi più che viaggiare si lascia trasportare.

Stenio Solinas

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=371509&START=0&2col=

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