Vite in fuga

imagesMigliaia di somali tentano di fuggire in Yemen mentre il loro Paese è in fiamme

 

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) ha lanciato l’allarme: migliaia di civili in fuga dai combattimenti in Somalia si sono riversati nella città costiera di Bosaso, in attesa che i trafficanti di esseri umani possano portarli in Yemen.Somalia in fiamme. La situazione a Mogadiscio e dintorni è disperata. Le milizie integraliste degli al-Shabaab e degli Hisb-ul-Islam combattono contro il governo provvisorio riconosciuto dall’Onu casa per casa. I civili, come sempre, sono al centro del fuoco incrociato. In passato, con l’intervento dell’esercito etiope, era stata ristabilita una parvenza di legalità in Somalia, ma le cosiddette Corti Islamiche si sono riorganizzate e, con l’appoggio dell’Eritrea, hanno lanciato una pesante controffensiva riuscendo a giungere di nuovo nella capitale Mogadiscio, dove il 28 luglio scorso i ribelli hanno proclamato un’amministrazione parallela. L’Unione europea attende, gli Usa si dicono vigili rispetto alla situazione, l’Unione africana manda truppe di pace ma è divisa al suo interno. Nel mentre la Somalia è un inferno, dal quale migliaia di civili tentano la fuga attraverso il golfo di Aden. Le sue acque sono infestati dai pirati, ma sono questi ultimi che gestiscono il racket dei viaggi dei disperati verso la penisola arabica e non li fermeranno certo loro.

Un mare di disperati. Secondi le stime dell’Unhcr, sono almeno 12mila i civili ammassati sulla spiaggia in attesa degli scafisti, ma nella città di Bosaso potrebbero arrivare più di 200mila persone in fuga da Mogadiscio. L’agenzia dell’Onu ha diffuso una nota nella quale avverte che la situazione umanitaria nella cittadina somala sta diventando sempre più difficile, anche perché la maggior parte degli sfollati potrebbe restare in città fino a settembre, quando le condizioni del mare potranno essere meno pericolose. Per capire l’entità del rischio della traversata basta sapere che sono mille le persone che hanno perso la vita nel 2008 e i dispersi sono stati almeno 225. Nel 2007 i morti ed i dispersi sono stati rispettivamente 267 e 118. Dall’inizio del 2009 sono già 300 le vittime delle correnti e degli scafisti senza scrupoli. Una strage che rischia, considerando quante persone tenteranno la traversata, di diventare un eccidio.

Yemen in difficoltà. Se la situazione a Bosaso non precipita prima e se i migranti riuscissero a raggiungere le coste dello Yemen, il governo di Sa’ana si troverebbe a gestire una vera e propria emergenza umanitaria. La legge yemenita riconosce ai cittadini somali lo status di rifugiati politici, che vengono accolti, curati, rifocillati e condotti nel campo di Kharaz (governatorato di Lahj), dove ricevono protezione legale, fisica e sanitaria. Solo che a Kharaz ci sono già 13mila persone, senza contare le migliaia di rifugiati e migranti che vivono nei sobborghi delle città più grandi in Yemen.
Una situazione difficile da gestire, anche con l’aiuto dell’Onu e delle sue agenzie. Alcuni dati rendono l’idea dell’enorme pressione migratoria alla quale è sottoposto un Paese non ricco come lo Yemen: nel 2008 sono giunte sulle coste yemenite almeno 50mila persone. Un incremento, rispetto all’anno precedente, del 70 percento. Solo nei primi mesi del 2009 sono state 30mila gli sbarchi.
Le autorità dello Yemen, con il supporto dell’Onu, stanno tentando di creare un database per registrare i somali e per distinguerli dai migranti economici del resto dell’Africa, ma non è facile.

I problemi di Sa’ana. Oltre ai problemi economici, lo Yemen attraversa una fase di grave instabilità politica. Nel governatorato di Sa’ada, nello Yemen settentrionale, è in corso da anni una vera a propria guerra civile tra i militari yemeniti e i ribelli seguaci di al-Houti, un predicatore sciita da sempre in conflitto con il potere centrale gestito dai sunniti. Lo Yemen ha spesso accusato l’Iran di fomentare la rivolta, ma al di là delle responsabilità politiche internazionali, resta un problema enorme di sfollati interni. Secondo i dati dell’Internal Displacement Monitoring Centre (Idmc), un’organizzazione non governativa che si occupa dei sfollati interni, sono almeno 100mila le persone in fuga dai combattimenti che hanno causato la morte di centinaia di civili. Ad aprile, inoltre, dopo anni sono riapparse le bandiere e i militanti del Pdry, la sigla del governo socialista del sud che dichiarò la secessione. Nel 1994 alcuni ufficiali e politici di ispirazione marxista proclamarono la secessione della regione meridionale dello Yemen che assunse il nome di Repubblica Democratica dello Yemen con capitale Aden. Non riconosciuto internazionalmente, questo tentativo di secessione venne stroncato in due settimane di combattimenti dalle forze governative. La protesta era guidata dagli ex militari e funzionari pubblici che, in cambio della resa, avevano ottenuto la promessa di un reinserimento nella vita del Paese. Scontri, arresti e disordini.

Strategia della tensione. Il primo ministro yemenita, Ali Mujawir, in un’intervista concessa al quotidiano al-Sharq al-Awsat il 30 luglio scorso, ha dichiarato: ”Abbiamo scoperto la presenza di un legame tra i terroristi di al-Qaeda, i ribelli sciiti del nord e i secessionisti del sud. Quello che sta accadendo in questi mesi in Yemen ha una regia straniera. Questi tre gruppi satanici hanno contatti pregressi. Il nostro lavoro è quello di non consentire che lo Yemen diventi un rifugio sicuro per i terroristi”. Parole pesanti e un po’ forzate. E’ difficile immaginare un’alleanza tra ex marxisti golpsti, integralisti sunniti (al-Qaeda) e sciiti. La sensazione è che il governo dello Yemen si trovi in gravi difficoltà e che prepari un clima di tensione per giustificare l’uso massiccio della forza. I somali disperati in fuga dalla guerra rischiano, una volta passato il Golfo di Aden, di precipitare in un altro inferno.

Christian Elia

http://it.peacereporter.net/articolo/17012/Vite+in+fuga

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