Il pugile messo ko da uno scarafaggio

att_jpgNel 1922, all’età di ventitré anni Ernest Hemingway, che conosceva già l’Italia per avervi partecipato, in qualità di autista di ambulanze, alla Grande Guerra, si trovava di nuovo in Europa come inviato del Toronto Star. Aveva già scritto diversi racconti che si trovavano tutti nel cassetto e nessuno dei romanzi e dei racconti che avrebbero fatto di lui uno dei massimi scrittori del secolo aveva ancora visto la luce.Viveva di preferenza a Parigi, dove aveva già preso contatto con il mondo artistico e letterario, che con numerosi grandi nomi ben noti a tutti comprendeva anche un buon numero di suoi connazionali, alcuni dei quali si autoproclamavano esuli non perché lo fossero davvero, ma così, perché essere esuli era molto di moda. Proprio in quell’anno era finalmente uscita l’edizione definitiva di un romanzo molto scandaloso, Ulysses, scritto dall’irlandese James Joyce, dove si parlava molto, oltre che di sesso, anche di esilio.

Seduto ai «Deux Magots» in buona compagnia, Hemingway chiuse rumorosamente la sua copia di Ulysses e, dando scandalo a quei suoi amici ormai troppo europeizzati, disse con disprezzo:
«Pfui. Mille e rotti pagine per dire che o fai l’intellettuale o fai sesso».
Dopo di che, non ne volle più parlare. Non si rendeva conto, il pivello, degli effetti che la cultura decadente aveva su di lui, che se ne riteneva immune. Difetti di gioventù.

*** *** ***

Hemingway non risiedeva a Parigi in pianta stabile. Quelli dello Star lo mandavano di qua e di là, e una volta lo rispedirono in Italia, a Genova. Quello che quasi nessuno sa è che Hemingway coltivava a quel tempo un desiderio segreto di visitare la Germania, per la quale provava un’inconfessata attrattiva.

Avete qualcosa contro le inconfessate attrattive? Hemingway le collezionava addirittura. Essere eterosessuali, ad esempio, e provare il desiderio di fare un’esperienza diversa è poi così infrequente? L’artista è contrario alle rigide separazioni. Anche la boxe, che è uno sport così virile, sarebbe impossibile senza un pizzico di ambiguità sessuale – e questo lui lo sapeva, perché praticava la boxe.

Come pugile non era un fuoriclasse: aveva un buon pugno, ma gli mancava quel divino senso del tempo che l’anno prima aveva permesso a Jack Dempsey – uomo di notevoli risorse erotiche – di far fuori in quattro round scarsi il francese Georges Carpentier, picchiatore spaventoso ma, ahimè, francese, e perciò intellettuale.
Insomma, per farla breve Ernest anziché tornare a Parigi via Modane o Fréjus o Sempione decise di fare il giro e conoscere un po’ di quel mondo tedesco così disprezzabile agli occhi dei parigini eppure così pieno di genio non d’importazione (come a Parigi) ma indigeno.

Così, raggiunta Milano, il giovane scrittore ancora sconosciuto prese la via di Venezia, senza sapere ancora bene da che parte raggiungere la Germania. Fu la vista del lago di Garda a ispirarlo. Ne aveva sempre sentito parlare. Scese dal treno a Desenzano, percorse la viottola che conduceva al centro del paese. Al porto prese un piroscafo per Riva di Trento, dove giunse dopo quattro ore abbondanti di navigazione.

Parlato con timoniere annotò nel suo diario mentale soprattutto di pesci: molto rinomati l’anguilla, la trota e il coregone.

*** *** ***

Aveva sentito parlare di Riva di Trento. Era una bella cittadina, mèta di villeggiatura dei ricchi austriaci. Dalla fine della guerra, Riva era una città italiana. Erano passati solo quattro anni e già diversi italiani la abitavano. Lavoravano perlopiù nell’amministrazione, ma c’erano anche molti commercianti.

Un cameriere tedesco, gentilissimo come tutti i tedeschi di cui aveva letto nei romanzi, gli spiegò in un inglese quasi impeccabile che qui fino a pochi anni prima lui veniva in vacanza con la madre, vedova di un ricco commerciante di Praga, e adesso, dopo i rovesci finanziari seguiti alla guerra, era stato costretto a fermarsi e lavorare «per gli italiani» (lo disse con una smorfia inequivocabile).

«Ma un tempo» disse Hemingway, che era ben informato «cittadine come Riva erano frequentate da intellettuali e scrittori. Che ne è di loro?».

Il cameriere fece un gesto con la mano, seguendo con gli occhi una immaginaria nuvola di fumo.

«Puf. Chissà dove sono finiti. Mia mamma legge tanti romanzi. Se si trattiene qualche giorno posso chiedere a lei».

«Buona idea. Ma non è rimasto proprio nessuno nessuno?».

Il cameriere gli indicò un tizio magro seduto a un tavolino di un caffè, dall’altra parte della piazza.

«Quel signore là. Dicono che sia uno scrittore, ma mia mamma non l’ha mai sentito nominare. Dev’essere uno di quegli scrittori che tentano di far pubblicare i loro libri ma non ci riescono. Si vede dalla faccia, no?».

Acredine dei tedeschi decaduti contro italiani, scrittori. E donne (questa se l’era inventata lui).

Ernest attraversò la piazza. Apparteneva a quella razza di giovani scrittori che sanno con certezza, pur non avendo pubblicato un solo libro, che un giorno vinceranno il premio Nobel. Desiderava conoscere quel tizio che sedeva tutto solo e che a prima vista non sembrava così interessato al premio Nobel. Non aveva davanti né piatti né tazzine, ma soltanto un libro che copriva una lettera. Ogni tanto (questo l’aveva già notato mentre ancora parlava col cameriere) sollevava il libro, prendeva una penna e scriveva qualche parola su quella lettera. Poi ci soffiava sopra per far asciugare l’inchiostro e infine tornava a posarci il libro e si rimetteva a leggere.

*** *** ***

L’uomo magro, sui trentacinque anni, seduto al tavolino doveva avere già notato questo giovane americano un po’ eccitato, perché vedendolo attraversare la piazza nella sua direzione gli venne istintivo di chiudere il libro e sollevare la testa al suo indirizzo.
Quest’uomo si chiamava Franz Kafka, faceva l’assicuratore a Praga ed era effettivamente uno scrittore, nel senso che aveva pubblicato qualche racconto qua e là, ma senza troppe pretese. Una plaquette dal titolo Descrizione di una battaglia. Un racconto fortunato, nel 1915, La metamorfosi. Niente, comunque, che messo insieme potesse dare l’idea di un vero scrittore. Kafka era un dilettante e, come aveva ben capito il giovane Hemingway, non aveva mai pensato di poter vincere il premio Nobel, che era prerogativa di scrittori ben più importanti di lui, come ad esempio l’ultimo, il francese Anatole France.

Il giovane Hemingway non era una persona timida: non chiese a Kafka il permesso di sedere al suo tavolino, ma lo fece, semplicemente, tirando una sedia e sedendocisi a cavalcioni.
Kafka si afferrò al libro, come se avesse potuto salvarlo qualora questo giovanotto dall’aria forzuta avesse deciso di trascinarlo via.

«Mi hanno detto che lei è uno scrittore, è così?» disse in italiano, perché il cameriere gli aveva detto che quell’uomo lo biascicava un po’.

«Scrittore è un’esagerazione. Diciamo che scrivo».

«Mi scusi. Ernest Hemingway. Diventerò uno scrittore. Per adesso però faccio il giornalista per una rivista di Toronto».

«Toronto? Immagino che non si trovi in Boemia».

Ernest capì che era il caso di lasciar perdere.

«Il mio nome, comunque sia, è Franz Kafka. Non penso che questo la possa interessare».

«I nomi. Lei non ama i nomi?».

«I nomi sono punti interrogativi. Bisognerebbe farli seguire dal punto interrogativo».

«Interessante. Anch’io scrivo, perlopiù racconti brevi. Io però non metto quasi mai punti interrogativi. La gente non domanda quasi mai. Come ti chiami, oppure Cosa stai facendo non sono domande, sono frasi».

«Frasi» ripeté Kafka, che doveva ancora capire se questo tizio fosse un tipo interessante oppure no.

«Sì, modi di dire. È difficile trovare qualcuno che abbia voglia di conoscere le cose per davvero».

Kafka decise che questo ragazzo lo interessava. C’era in lui una febbre, e dentro quella febbre un destino, un destino piuttosto infelice. Era un bel ragazzo, sorrideva molto, ma gli occhi non sorridevano. E poi le mani posate sul tavolino, sempre in movimento. E i piedi: irrequieti.

Kafka provava una certa angoscia davanti a tutto quel nervosismo. Propose perciò al ragazzo di fare una passeggiata lungo il lago.

«Ma lei stava facendo qualcosa».

«Una lettera. Soltanto una lettera».
Piegò in quattro il foglio, lo infilò nel libro, poi chiuse la penna e se la mise nel taschino.

«Eccomi pronto» disse prendendo il libro e mettendoselo sottobraccio.

Il lago di Garda, che in quel punto era stretto come altri laghi a ridosso delle Alpi, aveva però questo di particolare, che non prendeva il colore dalle montagne circostanti ma si ostinava ad averne uno in proprio, un bel blu freddo e perennemente increspato da un vento piacevole.

*** *** ***

«Lei è molto giovane. Posso sapere quanti anni ha?».

«Ventitrè».

«E a ventitrè anni pensa di fare lo scrittore».

«Ci pensavo anche a sei anni».

«Eh sì. A fare lo scrittore, dice».

«Precisamente».

«Io non ho mai pensato a queste cose. Evidentemente esistono scrittori che vogliono soprattutto essere scrittori, e altri che vogliono soprattutto scrivere. Sono – siamo – due razze distinte».

«Lei che tipo di racconti scrive?» chiese Hemingway.
Kafka aveva qualche difficoltà a rispondere. Non si era mai domandato se esistessero o meno dei tipi di racconto. Esistevano i racconti: non era sufficiente? Ma la simpatia che provava per questo giovane che voleva fare lo scrittore e il sentimento di tragedia che la sua allegria apparente non riusciva a nascondere lo resero più disponibile del solito.

Gli parlò allora di un proprio racconto, premettendo però che di solito lui non faceva queste cose. Il racconto parlava di un certo Gregor, un giovanotto di famiglia, che una bella mattina si ritrovava trasformato in un enorme, schifoso scarafaggio. Dalla faccia del giovane comprese subito che il racconto non era di suo gradimento, e gli domandò se dovesse smettere, ma Ernest lo pregò di continuare. Kafka continuò fino alla straziante scena finale, quando, dopo la morte di Gregor, si spalancano le finestre e si ricominciano a fare progetti per il futuro.

«Oh certo» commentò Ernest. «È naturale, no?».

«Cosa è naturale?».

«Che le cose vengano portate a un punto tale che uno si sente liberato da cose che ha semplicemente perduto».
Non molti giorni prima Kafka aveva scritto qualcosa di simile sul proprio diario.

«Come sta lei di salute?» domandò Kafka all’improvviso.

«Bene, perché?».

«Perché credevo che solo una persona malata ai polmoni potesse dire frasi come la sua. Quando un uomo sente di soffocare, e che prima o poi una crisi lo porterà via, allora può succedere che diventi completamente indifferente a tutto. Posso parlarle di un altro mio libro?».

«Con piacere».

Kafka non parlava volentieri dei propri scritti, specie con gli estranei, ma questo ragazzo così diverso da lui, questo giovane scrittore che agognava il successo senza sapere perché (soldi?, amore?, potere?, fama?, o qualcos’altro che stava più sotto?) e che, pur non gradendo il suo tipo di letteratura (che spesso non piaceva nemmeno a lui stesso) si mostrava così attento alle sue parole, lo rendeva stranamente loquace.

Gli parlò allora di un uomo di nome Josef, o Joseph, e del processo che subisce ad opera di un’autorità tanto terribile quanto invisibile. Non c’era, in questo racconto, una storia vera e propria, ma solo diversi episodi nei quali la storia non andava né avanti né indietro. Nessun editore americano, pensò Ernest, avrebbe mai pubblicato quella roba.

Il soggetto del libro era solo apparentemente meno schifoso dell’altro. Si parlava di qualcosa, precisamente un uomo, che viene inghiottito, digerito e infine espulso. La società non è, in realtà, altro che un enorme apparato digerente: esofago, stomaco, intestino, buco del… Il libro parlava di un mondo che non ha più bisogno degli uomini: eppure, nonostante tutto, non era un libro completamente disperato: la dignità dell’uomo non veniva annullata, riusciva a sopravvivere, magari solo nella forma di una vergogna, ma comunque a sopravvivere.

Hemingway si sentì profondamente toccato dai pensieri suscitati in lui da questi racconti. Storia d’amore annotò finita in tragedia a causa di un disturbo intestinale.

«E lei?» domandò infine Kafka, fermandosi per qualche istante ad ammirare il contrasto tra il cielo azzurrissimo, il color bruno della montagna a est, che era tutta in ombra, e lo scintillio del lago, che sembrava disseminato di monete d’oro.

«Io… io… vede, io ho un’altra idea della letteratura. Lei mi sembra un solitario, che scrive i suoi racconti nella più totale solitudine. Scommetto che se potesse scriverli a propria insaputa lo farebbe».

«Come un sonnambulo, vuol dire?».

«Sì, qualcosa del genere».

«Forse ha indovinato. Sì, è così».

«Bene» cominciò allora il giovane Hemingway sedendosi su una panchina e invitando Kafka a fare lo stesso. «Io, Mr. Kafka, sono molto diverso da lei. Non ho grandi romanzi in mente, io, non scrivo in segreto, non so come sarà il mio prossimo racconto. In me non c’è nessun mondo che arde dal desiderio di venir fuori: a me basta il mondo che c’è. Io scrivo per stare dentro quel mondo da cui lei fugge. Ogni mia riga serve il presente, io voglio essere un protagonista del presente. Voglio la ricchezza, il prestigio, le donne… e anche gli uomini, certo. Voglio tutto. Voglio viaggiare, voglio conoscere, voglio consumare. Voglio salire sul ring e mettere il mio avversario ko. Voglio andare in Africa e uccidere un leone. Voglio mettere una donna incinta e poi obbligarla ad abortire. Voglio avere torto e umiliare la ragione. Voglio tutto, tutto».

Kafka, mentre il suo giovane amico parlava, non poteva fare a meno, di tanto in tanto, di guardarlo negli occhi e di guardare le sue mani. Occhi e mani contraddicevano le parole, parlavano di una malattia mortale, forse più grave di quella polmonare che opprimeva lui e gli faceva sputare sangue.

«Sono dunque queste le sue intenzioni?» disse.

«Sì».

«E lei continua a ritenersi una persona sana?».
Ernest non rispose.

«Sotto ogni intenzione si acquatta la malattia. Come sotto la foglia di un albero caduta a terra. Tu ti chini per guardarla meglio e lei si sente scoperta, salta su, quella cosa magra e maligna, perché non vuole essere schiacciata dal nostro piede, ma fecondata».

Donna magra e malvagia annotò Ernest tra sé che dorme tra il fogliame ed è sempre infoiata. Oppure: nemico che esce dal nascondiglio e vuole sodomizzarti. Molto bene.

Poi domandò:

«Lei disapprova il mio modo di intendere la letteratura. Lei è un puro, io per lei sono solo un moderno, stupido peccatore».

«Ho parlato di malattia, giovanotto, non di peccato. Il peccato è uno solo: venir meno al proprio compito: fraintendere, essere impazienti, soprattutto lasciar correre. Lei non mi sembra uno che lascia correre».

«La letteratura odia questi fetidi».

Luca Doninelli

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=373895&START=0&2col=

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