Un po’ di pietà Agente Orange

imagesIGOR MAN
Le temps s’écoule rapidement comme l’ombre d’un cheval blanc qui passe vite devant une fenêtre»: il tempo scorre rapidamente come l’ombra d’un cavallo bianco che passa veloce davanti a una finestra. La finestra della Storia spalancata sul mare infinito dei ricordi. Oggi il vecchio cronista vuole aggiungere qualche riga al suo articolo sul cosiddetto «Agente Orange», il defoliante alla diossina lanciato dagli americani (per la prima volta) in Vietnam, il 10 di agosto di quarantotto anni fa.

Tiziano Terzani diceva che i giornalisti-inviati si dividono in due categorie: quelli che hanno «fatto» il Vietnam e tutti gli altri. Lo diceva non senza sofferenza, le sue parole non le dettava l’albagia bensì la pietas. Chi scrive ha «fatto» il Vietnam, dolorosamente, e dunque può esser d’accordo con Tiziano. Sia come sia, chi c’è stato, laggiù, durante quella guerra fosca e inutile, non riesce a liberarsi d’un bagaglio invero pesante. Anche se è andato armato soltanto di taccuino e biro, senz’armi addosso. Ho destinato alla mia rubrica del venerdì, il libro dei ricordi del vecchio cronista, giustappunto, non pochi flash vietnamiti – e vedo dai messaggi dei lettori che quella guerra lontana fa ancora notizia, come usa dire.

La finestra della Storia, dicevo: nata per sgonfiare la pressione del comunismo cino-vietnamita-sovietico sul Vietnam del Sud fieramente cattolico ma debole, la guerra degenerò in un conflitto assolutamente coloniale pareggiato militarmente, perduto politicamente.

«La vittoria sul campo è importante ma rischia di fare un buco nell’acqua se non riusciremo (noi americani) a conquistare il cuore e la mente del popolo vietnamita»: mi disse quel grande soldato-intellettuale che fu l’ammiraglio Maxwell Taylor, presago proconsole in Vietnam.

Per combattere quel comunismo l’americano seminò lutti, distribuì frigoriferi nei millenari villaggi senza energia elettrica, arò campi e risaie, intossicò con l’Agente Orange antiche boscaglie.

Guardando il filmato della drammatica sfilata dei reduci deformati dalla diossina, nel fatidico 10 di agosto, ho improvvisamente visto sullo schermo della memoria lo strazio di due bambine e di un maschietto scuoiati, letteralmente, dalla diossina. Accadde in un remoto villaggio della ricca provincia di Chuong Thien. Era con me, a guidarmi, il caro Sam P. Dieli, uomo di punta del Field services center. Allestì un immediato pronto soccorso, ma quei bambini non la sfangarono. Oggi altri innocenti sfregiati dall’Agente Orange, penosamente cresciuti, invalidi i più, sfilano per le strade coloniali di Saigon implorando (sommessamente) un po’ d’attenzione, il sospirato «sussidio di guerra». La loro discreta sfilata, applaudita da fanciulle in fiore, è corsa in tutta la vecchia capitale.

Da un mondo incerto, avvinghiato alla campagna, scaturisce il Genio del villaggio. Egli è la Storia ma altresì il Tempio.

Né i comunisti del Nord, atei puri e duri, né i credenti del Sud (cristiani, buddisti, taoisti) osano negare il Genio. Ho Chi Minh diceva pressappoco quello che ripeteva il vescovo cattolico di Saigon: «Non è il Genio una leggendaria divinità d’un mondo qualunque, bensì la base della Ragione e per conseguenza della Religione». Il Genio principesco è la Storia ma anche il Presente ed è il Futuro creato dalla fantasia del desiderio (desiderio di pace).

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=6282&ID_sezione=&sezione=

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