Dimmi dove scrivi e ti dirò chi sei

imagesPer lo scrittore, ciò che soprattutto importa è che cosa scrivere. Per il lettore è importante (o quantomeno curioso) anche sapere dove e come ciò che legge è stato scritto: è un valore aggiunto alla conoscenza dell’autore, un’occhiatina indiscreta alla fucina in cui il libro prende forma. Ci parla della riservatezza o della megalomania, dei tic e delle idiosincrasie, dei vezzi e dell’insicurezza che caratterizzano grandi, medie o piccole firme.Grande, grandissima firma era ad esempio il poeta Esiodo, vissuto fra VIII e VII secolo a.C. Egli, giustamente, aveva una grande opinione del suo poema Le opere e i giorni, sorta di guida pratica (e spirituale, visto il costante riferimento al volere degli dei) alla vita. Diversamente, non l’avrebbe, una volta ultimato, inciso su lastre di piombo e consacrato sul monte Elicona.

Decisamente un modo di procedere molto più «alto» e, se vogliamo, pretenzioso, rispetto alla recente trovata dello svizzero Alain de Botton il quale, «ingaggiato» dai capoccia dell’aeroporto londinese di Heathrow, si accontenterà di scrivere su uno schermo, sotto gli occhi di migliaia di passeggeri, un racconto semi-promozionale sullo scalo. Ma, per tornare nell’ambito dei «superclassici», dopo Esiodo occorre citare Saffo (VII-VI secolo a.C). Nel caso della mitica poetessa, decisivo non fu il piombo, bensì un semplice coccio di vaso: così, grazie alla «registrazione» che dobbiamo a un ignoto ascoltatore, possiamo ancor oggi leggere i versi della sua Ode ad Afrodite. Quanto agli aedi, potremmo idealmente collocarli a mezza strada fra Omero, il quale non scriveva ma in compenso sapeva narrare come nessun altro, e il suddetto Alain de Botton. Nel senso che anche quei cantori professionisti si mettevano al servizio di qualcuno, con le loro performance (simili a quelle degli attuali guslari slavi) e così intrattenevano l’uditorio.
A proposito di cantori, compiendo un bel salto in avanti nei secoli, un bell’esempio autoriale molto pop è quello, fra gli altri, di Paul McCartney: la sua Yesterday nacque su un foglietto volante, prima di… spiccare il volo verso l’empireo della musica leggera. Stesso umilissimo materiale, e stesso successo, per l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters (1868-1950). Mentre una singolare licenza poetica era quella adottata abitualmente dal greco Konstantinos Kavafis (1863-1933): una volta realizzati i suoi versi su fogli di quaderno, li celava incollandovi sopra altre pagine bianche. Ovvio, dunque, il titolo di quei componimenti: Poesie segrete.
Quelli finora citati sono esempi relativi al come sono nate alcune opere che la Storia si è poi incaricata di rendere celeberrime o, addirittura, immortali. Quanto al dove, le stranezze sono ancora maggiori. A far da contraltare allo svedese Björn Larsson, il quale è solito non impugnare la penna prima di essersi portato a un certo numero di miglia da terra con la sua barca, c’è, ad esempio, lo statunitense Henry David Thoreau (1817-1862), decisamente più «terricolo». Il capanno in cui si autorecluse dal 4 luglio 1845 al 6 settembre 1847 per scrivere Walden, ovvero la vita nei boschi, era poco più di uno sgabuzzino. Segno che la libertà, quando viene inseguita con indomabile passione, non ha poi bisogno di molto spazio.

Ma libertà e spazio proprio non possono declinarsi a vicenda, quando ci si trova in prigione. Lo verificò di persona l’irlandese Oscar Wilde (1854-1900): dal carcere di Reading poté «evadere» parzialmente, prima dell’effettiva liberazione, grazie alle pagine di De profundis, una lunga lettera al suo amante, lord Alfred Douglas che è prima di tutto una struggente autobiografia spirituale.

Peggio (o meglio, nell’ottica un po’ cinica del lettore) della galera è il manicomio. Avendo urlato frasi ingiuriose all’indirizzo del duca di Ferrara, Torquato Tasso (1544-1595) l’11 marzo 1579 fu internato nell’ospedale di Sant’Anna, a Ferrara. Vi rimase sette anni. E le sue Lettere dal manicomio rappresentano l’agonia di un’anima, fra esaltazione e lucidità. La stessa esaltazione e la stessa lucidità che troviamo nei Diari manicomiali del ballerino e coreografo ucraino di origine polacca Vaclav Fomic Nižinskij (1890-1950). Niente esaltazione, invece, ma molta lucidità, c’è nei romanzi che Mario Tobino (1910-1991) scrisse nell’ospedale psichiatrico di Maggiano, dove lavorava come medico.

Anche le guerre sono il «motore» di innumerevoli opere letterarie. Ma quello di Ernst Jünger (1895-1998) è davvero un caso limite: il suo Nelle tempeste d’acciaio, libro di memorie belliche, è una rielaborazione di appunti presi direttamente in trincea, durante la Prima guerra mondiale. Il posto più scomodo per scrivere, ma forse quello migliore per apprezzare ogni istante di vita.

Daniele Abbiati

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=375253&START=0&2col=

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