Droga libera in Messico, negli Usa scatta l’allarme

imagesdal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINI
NEW YORK – Con una drastica svolta rispetto alla sua politica precedente, il Messico ha varato un’estesa depenalizzazione del consumo di droghe, e non solo leggere. Nessuno potrà più essere perseguito per il possesso di marijuana, eroina e cocaina, purché in modica quantità e per uso personale. La mossa segue il fallimento di anni di battaglia al narcotraffico basata sul pugno duro, e affidata a una polizia corrotta. Ma la riforma suscita allarme negli Stati Uniti, il principale mercato di sbocco per i narcos messicani. L’escalation della violenza dal Messico ha già cominciato a diffondersi negli Stati Usa confinanti. Ora Washington s’interroga sulle incognite di una liberalizzazione che può attirare i suoi concittadini verso un nuovo “turismo della droga”.

La riforma messicana va ben oltre i provvedimenti di depenalizzazione adottati da altri Stati latinoamericani. La “modica quantità a uso personale” viene fissata fino a cinque joint di marijuana e quattro sniffate di cocaina. L’obiettivo del governo messicano è quello di concentrare le risorse delle forze dell’ordine contro i signori della droga e la manovalanza criminale delle gang, anziché disperdere la repressione in mille rivoli. Tanto più che finora la perseguibilità del piccolo consumatore alimentava la corruzione della polizia: su 7.000 arresti compiuti ogni anno a Città del Messico neppure un decimo finivano davanti al giudice, la maggioranza se la cavava con una bustarella all’agente.

D’altra parte negli ultimi anni il Messico ha superato la Colombia per il grado di pericolosità dei narcotrafficanti. Il crescendo di scontri armati ed esecuzioni ha fatto più di 12.000 morti dal 2006 a oggi. Le droghe messicane hanno invaso il mercato degli Stati Uniti ma lo spaccio ha preso di mira anche la popolazione locale. I tossicodipendenti sono raddoppiati in sei anni superando i 300.000, i consumatori occasionali sono saliti da 3,5 a 4,5 milioni.

Il governo del presidente Felipe Calderòn ha ottimi rapporti con gli Stati Uniti. Tuttavia si sta convertendo alla posizione di altri Stati latinoamericani molto critici sulla “guerra alla droga” ispirata per decenni da Washington, fondata soprattutto sull’uso della repressione. Lo slogan della “guerra alla droga” fu coniato negli anni Sessanta dal presidente Richard Nixon, poi ripreso negli anni Ottanta da Ronald Reagan. Negli Stati Uniti è servito a giustificare un inasprimento delle pene sia per gli spacciatori che per i consumatori. Allo stesso tempo le varie Amministrazioni che si sono succedute a Washington hanno versato centinaia di miliardi di dollari di aiuti agli Stati latinoamericani, soprattutto per equipaggiare le forze armate impegnate nella lotta ai narcos, in parte per finanziare la riconversione dei coltivatori in Colombia e in Bolivia. Il bilancio di quasi mezzo secolo è fallimentare, e secondo i leader latinoamericani la spiegazione va cercata proprio negli Stati Uniti: il consumo di droga non è stato arginato nel principale mercato di sbocco. Il governo messicano rimprovera anche a Washington il lassismo nella normativa sulla vendita delle armi: i narcos rimpinguano i loro arsenali negli Stati Uniti.

La depenalizzazione messicana è seguita con inquietudine a Washington. Nel 2005 un tentativo di riforma analogo suscitò una reazione durissima da parte dell’Amministrazione Bush, e il Messico finì per fare marcia indietro. La squadra di Obama finora ha mantenuto un rigoroso silenzio. E’ stata l’opposizione repubblicana ad aprire le ostilità per prima. Julie Myers Wood, che fu la “zarina antidroga” di Bush, ha dichiarato che “arrendersi di fronte alla piccola quantità di cocaina ed eroina è insensato”.

http://www.repubblica.it/2009/08/sezioni/esteri/messico-usa-droga/messico-usa-droga/messico-usa-droga.html

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