L’eterna solitudine dei magistrati

images«I l giudice non dovrebbe essere giovane; dovrebbe aver imparato a conoscere il male non dalla sua anima, ma da una lunga osservazione della natura del male negli altri; sua guida dovrebbe essere la conoscenza, non l’esperienza personale» (Platone, Repubblica).«Forse non è tanto un problema di esperienza e di conoscenza del male, quanto di solitudine», osserva Paola Biondolillo, 35 anni, milanese, in magistratura dal 2002. «Mi riferisco al peso della responsabilità di dover decidere ogni giorno sulla libertà di altre persone. È un peso che avverti molto, soprattutto all’inizio».
«Solitudine» con la quale si riesce a convivere meglio con il passare degli anni, maturando scelte sofferte e sbagli, magari. «Anche perché – spiega Luigi Domenico Cerqua, maceratese, 65 anni, alle spalle una carriera quarantennale dedicata alla giustizia penale – quotidianamente ci si deve poi confrontare con problemi meno metafisici». Dai fondi che scarseggiano alle carenze d’organico che affliggono tribunali e procure, surclassati da una domanda di diritto e legalità e da una conflittualità sociale che non accennano a placarsi.
«Eppure, nel ’68, quando ho vinto io il concorso – sottolinea Cerqua – l’Italia stava per precipitare nella stagione del terrorismo. Ma in magistratura si respirava un clima abbastanza tranquillo». Le divisioni fra correnti, le tensioni con il mondo politico, le pressioni dell’opinione pubblica erano, per certi versi, meno intense o forse solo meno vistose. «Non dico che non ci fossero rischi di interferenza o di commistioni», spiega l’attuale presidente della quinta sezione penale della Corte d’appello di Milano. «Il fatto è che la magistratura era più compatta. E, in generale, era più rispettato il principio dell’indipendenza dei poteri». Stagioni che riemergono nella storia d’Italia e nella carriera di Cerqua, al quale a giugno è toccato il compito di leggere la sentenza di condanna delle nuove Br.

Una professione, quella del magistrato, che è anche una vocazione? «Non so se sia il caso di chiamarla vocazione», dice Cerqua. «Però è vero che deve esserci una motivazione forte, un convincimento fuori dal comune».
«Io ho sempre voluto fare questo “mestiere”», conferma Biondolillo, laurea a Pavia, tirocinio a Milano e prima assegnazione alla procura di Trapani. «Sono convinta che la legalità sia la linfa della democrazia. Quando si perde il senso della legalità la democrazia è in pericolo, perché i deboli soccombono e i forti vincono sempre. Perciò ho scelto di fare il magistrato investigativo e ho chiesto subito di andare a Trapani». Una scelta che oggi, dopo la riforma dell’ordinamento giudiziario, non sarebbe stata possibile. Per svolgere le funzioni investigative o per fare il giudice nei processi più delicati è indispensabile infatti un congruo periodo di apprendistato in affiancamento a un magistrato più anziano.
«Ma certe cautele – afferma Cerqua – possono rivelarsi eccessive, specie alla luce del più marcato ruolo direttivo che la riforma assegna al Capo della procura». E, aggiunge Biancolillo, ci sono altre considerazioni da fare: «Svolgere le funzioni di magistrato inquirente richiede tantissime energie, un grande entusiasmo e sacrifici anche sul piano personale. Tutti requisiti che sono presenti in particolar modo in chi ha preso servizio da poco. Inoltre, storicamente sono stati gli uditori a colmare le lacune delle procure più esposte nel Mezzogiorno. Quando io ho vinto il concorso, siamo arrivati qui a Trapani in cinque. Insomma, il pericolo è che vadano disperse risorse fondamentali».

Biondolillo non lo dice esplicitamente, ma è intuitivo pensare al coraggio dei cosiddetti giudici “ragazzini” – come Rosario Livatino ucciso dalla mafia agrigentina a 38 anni – che hanno pagato anche con la vita la ferrea volontà di portare a galla la verità dei fatti.
Nonostante gli incentivi economici e di carriera messi sul piatto dal Governo, le carenze di organico, come da mesi denunciano gli organismi associativi della magistratura e lo stesso Csm, restano però preoccupanti. In particolare nelle procure delle sedi disagiate. A Trapani, che pure non è considerato fra gli uffici messi peggio, su 11 pm in pianta organica gli effettivi sono cinque.
Problemi che non si ponevano quarant’anni fa. «Semmai per rendere operative tutte le strutture giudiziarie che si andavano articolando sul territorio si bandivano anche due concorsi all’anno. Peraltro, vincere era relativamente più semplice. C’erano meno candidati, poche centinaia per volta, essendo anche più basso il numero di laureati. Le prove invece erano uguali a quelle di oggi. Salvo per l’obbligo di fare riferimenti a citazioni di diritto romano nel tema di civile. Un omaggio all’eredità del nostro ordinamento».
Anche la scelta di Cerqua, quanto alla prima destinazione, è stata “di confine”. «Solo che io ho optato per il Nord. Ho esordito come pm a Bolzano. All’epoca non serviva il patentino di bilinguismo». I primi incarichi riguardavano reati tornati oggi di grande attualità. «Mi occupavo di diritto penale valutario. Oltre al contrabbando di sigarette e di quelli che si definivano “tabacchi lavorati esteri”, c’erano già organizzazioni molto ramificate dedite all’esportazione di capitali, titoli e valuta. Si usavano gli spalloni, ma anche i tir che passavano dal Brennero. Inoltre, era molto diffuso tra artigiani e professionisti il malcostume di costituirsi disponibilità finanziarie oltre confine, facendosi pagare le fatture metà in Italia e metà all’estero».

Un’Italia che non cambia mai, un’Italia della provincia più profonda, d’altri tempi, quella nella quale Cerqua si trovò a indagare poco dopo il suo arrivo in Alto Adige, all’inizio degli anni 70. «L’assassinio di una perpetua in una sperduta canonica di montagna, a Santa Gertrude, estremo avamposto della Val d’Ultimo. Mi ero convinto, per le prove raccolte, che ad ammazzarla fosse stato il parroco. La vicenda giudiziaria durò diversi anni tra sentenze di condanne e revisioni in Cassazione. Alla fine, il processo arrivò a Brescia e il parroco fu assolto per insufficienza di prove».
Nell’87, alla vigilia della riforma del processo penale con la conversione del rito inquisitorio in accusatorio, Cerqua si è trasferito a Milano, abbandonando il ruolo di pm per diventare il giudice. Un passaggio “conforme” alle nuove regole dell’ordinamento giudiziario, che oggi per il passaggio da una funzione all’altra impongono al magistrato di cambiare ufficio e regione.
«È una questione di opportunità. Ma ci sono alcuni aspetti che andrebbero sempre tenuti presenti», dice Cerqua. «Da una parte è indispensabile che il giudice sia e appaia terzo e che non subisca sudditanze». I penalisti però sostengono che questa terzietà non sarebbe garantita dalla “convivenza” di giudici e pm all’interno degli stessi edifici. «Io ho amici tra i pubblici ministeri, ma anche tra gli avvocati. Con molti ci diamo del tu e fuori dall’aula abbiamo rapporti assolutamente cordiali. Mi si deve piuttosto dimostrare che in qualche mia decisione ho compiaciuto gli uni o gli altri. La verità è che tutto dipende dall’etica personale». Dall’onestà intellettuale dei singoli, più che dalle prescrizioni deontologiche. «D’altra parte – continua Cerqua – per quella che è stata la mia esperienza, ritengo che la facoltà di passare da una funzione all’altra rappresenti un’occasione di crescita. Per un giudice, sapere cosa vuole e come pensa un pm può rivelarsi un metro di valutazione tutt’altro che secondario. Quindi vanno bene le incompatibilità, ma le barriere o l’imposizione di scelte premature alla lunga potrebbe rivelarsi controproducente».

Terzietà e indipendenza, prima di tutto. Vale, o dovrebbe valere anche per quei giudici che si candidano e che poi fallito il bersaglio, tornano nei ranghi? «Non voglio esprimere giudizi su colleghi che hanno compiuto queste scelte. Io non ho mai avuto la tentazione. Nessuno in 22 anni ha potuto inserirmi in una casella o nell’altra di una corrente», risponde Cerqua.
«Non credo potrei candidarmi – concorda Biondolillo – ma se un giorno dovessi decidere di farlo, certamente per prima cosa mi dimetterei. Anche per non pregiudicare la credibilità di tutto il lavoro svolto in precedenza. La demarcazione tra la sfera professionale e quella personale del magistrato è fatalmente meno netta che per altre professioni: questo non vuol dire restare fuori dalla vita pubblica del Paese, ma contribuire all’interesse comune attraverso un esercizio coscienzioso della propria funzione. Infatti, sono convinta che il magistrato lo si faccia in silenzio, dietro le quinte, con passione e dedizione».
Nessuno intende ritirarsi in una torre d’avorio. «In tutti questi anni – chiarisce Cerqua – ho sempre cercato di dare il mio contributo. Scrivendo, oppure nell’ambito dei convegni, non ho mai perso l’occasione per dire la mia. Fossero norme da criticare come quelle sui reati societari e il falso in bilancio, norme da salutare positivamente, come quelle sullo stalking che hanno colmato un vuoto legislativo, o ancora norme al centro del ciclone come quelle sulle intercettazioni».

Ecco, appunto, che cosa pensa delle intercettazioni? «Penso che le intercettazioni siano uno strumento pericoloso per la privacy dei cittadini. Ma che sono addirittura indispensabili per punire gli autori dei delitti più gravi. Detto questo, sta a un legislatore saggio contemperare le due opposte esigenze».
Cortocircuito politica-magistratura. È questo il filo rosso che lega il burrascoso tramonto della Prima Repubblica con il quindicennio che ne è seguito. In che maniera potrà essere risolto, se mai lo potrà essere?
Cerqua – che a metà degli anni 90, consigliere in corte d’appello – ha scritto la sentenza (poi confermata in Cassazione) che ha messo la parola fine alla vicenda del crack del Banco Ambrosiano, non ha dubbi: «Ognuno deve tornare a fare il proprio lavoro. Lavorando di più e meglio. Il Parlamento deve fare le leggi e i giudici devono applicarle. Possono criticarle, come detto. Ma altro è l’interpretazione politica delle norme».
A metà degli anni 90 le vicende di Mani pulite e l’indignazione suscitata dagli assassini di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino hanno spinto migliaia di giovani a tentare la strada per la magistratura. C’è stato un ricambio generazionale. Ma com’è cambiata la professione? Intanto, si è assistito in questi anni a un mutamento “morfologico”: la figura dell’austero giudice che si staglia dal suo scranno per sentenziare dell’innocenza o della colpevolezza è sempre più arcaica, come le parrucche nelle corti del Regno Unito. Sempre più frequentemente alla ribalta della cronaca balzano oggi pm e giudici donna: non a caso tra gli ultimi 13 uditori che attendono di prendere servizio c’è solo un uomo. «È vero, anche se i ruoli di vertice restano maschili», puntualizza Biondolillo.

«Quanto ai contenuti – osserva Cerqua – oggi è più difficile fare il magistrato rispetto a venti, trent’anni fa. È cambiata la società, che è più conflittuale. E le leggi, che ne sono lo specchio, riflettono questa complessità. Penso al decreto approvato a fine luglio che ha corretto, a un anno di distanza, le norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Ecco, nella disciplina per la salute dei lavoratori è stato inserito anche un richiamo alla responsabilità amministrativa delle società, il famoso decreto 231 del 2001. Per i giudici ora si porrà la questione di capire in che modo le due normative potranno e dovranno interagire».
Biondolillo si occupa soprattutto di reati ambientali e contro la pubblica amministrazione, laddove si addensano le zone d’ombra tra criminalità, affari e politica. «In aree come queste – spiega Biondolillo – il confine fra gli illeciti non è mai nitido. Così può capitare che da un incendio si finisca per indagare su estorsioni realizzate nell’ambito del calcestruzzo, settore cruciale nell’economia dell’isola, per il controllo che assicura su appalti e opere pubbliche. Quindi particolarmente a rischio d’infiltrazioni mafiose».
Indagini che le sono costate minacce e intimidazioni per le quali è stata messa sotto protezione. «Sì, mi è capitato di subire delle minacce. Ma è un pericolo che, in qualche modo, chi fa il mio mestiere mette in conto. E comunque ci sono colleghi che vivono situazioni più difficili della mia. Io vado avanti per la mia strada. E poi, da quaggiù si vede un mare così bello».

Marco Bellinazzo

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Norme%20e%20Tributi/2009/08/professioni-confronto-magistrati-soli.shtml

Tag:

Una Risposta to “L’eterna solitudine dei magistrati”

  1. noiuta Says:

    COMPRENDO CHE CHI FA’ IL MAGISTRATO E’ IMPEGNATO IN UN RUOLO CHE PORTI FUORI ANCHE DAL LAVORO MAGISTRATO SI E’ 24 ORE SU 24 SEMPRE .
    IL MAGISTRATO E’ COLUI CHE GIUDICA E HA UNA RESPONSABILITA’ CHE DELLE VOLTE PUO’ METTER IN CRISI UNA PERSONA SIA DAL PUNTO DI VISTA MORALE CHE ETICO IN QUANTO DETTO TRA VIRGOLETTE DECIDI LE SORTE DDELLA VITA DI UNA PERSONA CHE SE L’ IMPUTATO AAL DI FUORI DI OGNI RAGIONEVOLE DUBBIO E’ COLPEVOLE E’ GIUSTO CHE SIA PUNITO AM DICO ANCHE QUANTI SONO STATI PUNITI SENZZA ESSERE COLPEVOLI E QUI CHI PAGA CHI OLTRE AL NATURALE RISARCIMENTO ECONOMICO EROGATO DALLO STATO CHI POI RELAMENTE RISPONDE DI UN AZIONE CHE MAGARI HA FATTO FARE A UNA PERSONA INNOCENTE 20 ANNI DI GALERA??????
    VOGLIIO ANCHE FARE UN ALTRA CONSIDERAZIONE MOLTO IMPRTANTE CHE POSSO PARLARNE PERCHE’ HO ESPERIENZA IN QUESTO PURTROPPO CI SONO ANHCE PRSONE SOPRATUTTO PM CHE INTEPRETANO IL LORO RUOLO NON COME UN LAVORO CERTO MOLTO APRTICOLARE MA PUR SEMPRE UN LAVORE CHE TI DA UN POTERE EBBENE QUESTE PERSONE NE ABUSANO IN QUANTO AVENDO A DISPOSIZIONE MEZZI ILLIMITATI SI CREDONO UN GRADINO SOTTO DIO ABUSANDO DEL LOR INCARICO AL FINE DI OTTENERE PRESTIGIO NON DOVUTO !!!!!
    ECCCO CREDO CHE LA MAGISTRATURAA IN ITAALIA SIA COME UN FIUME CHE DENTRO DI SE’ HA UN REFLUSSO CCONTINUO COSI’ FACENDO SI PORTA POI LO STESSO ISTITUO AD UNA CADUTA DI STILE E DI PRESTIGIO STESSO PROVAT A CHIEDE AD UN CCITTADINO COSA NE PENSA DI UN GIUDICE ESSO TI PARLERO DELLA FIGURA DI GIUDICE CON TIMORE QUASI PAURA .
    CREDO CHE LA MAGISTRTURA QUANDO RIUSCIRA’ A DIVENTARE RELAMENTE UN ORGANO GIUDICANTE ATTENEDOSI HAAI FATTI E NON A UNA VIOSIONE PERSONALE DEL SINGOLO MAGISTRATO RIUSCIRA’ A FARSI RISTIMARE DA PARTE DELLA COLLETTIVITA’!!!!
    NOIUTA AL VOCE DEGLI INVISIBILI . . . . . . . .

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: