«Milano, quando la Storia non è maestra di vita»

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Milano, simbolo dell’Italia, dove la criminalità organizzata impera, la corruzione politica e morale la fa da padrone, le regole più banali di convivenza civile vengono calpestate e la vita delle persone non vale niente, visto quello che succede nei nostri mari e nei nostri cantieri. E’ questo il messaggio dell’ultimo libro di Corrado Stajano La città degli untori (Garzanti, pp. 254, euro 16,60), uno degli scrittori più autorevoli del nostro paese, lucido interprete della nostra epoca, un “narratore”, come lo definisce Vincenzo Consolo in una recente recensione del volume parafrasando Walter Benjamin in Angelus novus . Uscito in primavera, il libro è già arrivato alla sua seconda edizione per il grande successo di vendita che ha registrato. All’autore di libri storici come Il sovversivo o Un eroe borghese abbiamo chiesto di commentare questa sua ultima fatica.

“La città degli untori” sembra quasi una guida storica di Milano per un viaggiatore che vuole conoscere nell’intimità la storia della capitale dell’Italia del nord, con i suoi pregi e, soprattutto mi sembra, con i suoi grandi limiti che sono poi quelli del Belpaese. Ogni angolo della città che lei ripercorre a piedi, oggi mascherato da negozi, ristoranti o luoghi di culto nasconde in realtà storie terribili che solo grazie al libro un visitatore può conoscere. Come è il caso della palazzina di via Paolo Uccello 19, ora gestita da suore, divenuta alla fine della guerra Villa Triste, dove la banda Koch infliggeva torture terribili ai partigiani. Oppure della lapide della “colonna infame” di manzoniana memoria, luogo del supplizio di Gian Giacomo Mora (1630), ora situata in un cortiletto del Castello Sforzesco.
Tutti luoghi dove la violenza è stata una protagonista assoluta. E tutti temi che mi attraggono molto. Cesare Segre, nella recensione del libro uscita nel Corriere della Sera definisce La città degli untori il racconto di un Leopold Bloom, il protagonista dell’ Ulisse di James Joyce che si aggira per Dublino. Certo, ma con una differenza: Bloom si recò nella capitale irlandese per una sola giornata, io invece vado sempre a passeggio nella mia città alla ricerca di cose che mi interessa vedere.

La peste del ‘600 scelta come metafora dei mali di oggi, vero Stajano?
Ho scelto quei fatti e quel periodo perchè mi appassionano e mi terrorizzano nello stesso tempo. Come il processo agli untori che io rivisito attraverso luoghi sempre ricchi di suggestioni. E mi appassionano inoltre questi processi rivisitati attraverso gli atti di giustizia. E poi il Manzoni, Beccaria, Pietro Verri, Franco Cordero. Anche in questo caso i luoghi sono protagonisti e non fanno solo da sfondo. E la peste rivissuta dopo secoli sembra una sorta di cronaca di quartiere, se non ci fosse a pesare come una cappa tutto quello che è accaduto, la ruota della tortura, le tenaglie roventi, gli scannamenti degli innocenti. Tutto questo, il passato, continua a vivere sempre in funzione del presente. E infatti subito dopo il mio racconto sui luoghi e gli eventi della peste io arrivo in piazza San Sepolcro dove nacque un’altra peste, il fascismo.

Lei cita Verri, Beccaria, Manzoni, ma anche Angelo Panebianco che tre anni fa nel “Corriere” non esitò a giustificare il ricorso alla tortura pur di sventare un ipotetico attentato che potrebbe provocare migliaia di morti. Una regressione pazzesca, una parabola drammatica, dall’illuminismo milanese all’imbarbarimento del quotidiano di Via Solferino, sempre a Milano.
Questo perchè il passato è sempre contemporaneo purtroppo. Certo che il mondo va avanti e la miseria di secoli fa non esiste qui. Però bisogna pensare come queste tragedie si siano ripetute e non solo qui da noi. Io ricordo la tortura del Seicento ma faccio anche tutta una serie di agganci, l’Algeria, i colonelli greci, l’Iran di Khomeini, Omar rapito dalla Cia a Milano, le torture nel carcere di Abu Ghraib dopo l’aggressione americana in Iraq. Insomma non riesco a raccontare vecchi fatti senza dimenticare che tante tragedie non sono servite a niente, che donne e uomini generosi si immolarono per nulla o quasi. Non voglio essere pessimista a tutti i costi, ma analizzo quello che è accaduto, e la Storia in questo senso non è davvero maestra di vita.

Milano dunque come emblema di un Paese che non ha imparato nulla dalla Storia, e che si è trasformato, almeno dal dopoguerra ad oggi, da capitale della parte più avanzata dello Stivale a città cardine del malaffare e dei fenomeni politici più deteriori, dal craxismo al berlusconismo passando per la Lega. Con una sinistra, siamo alle solite, incapace di reagire.
Non è stato fatto quello che avrebbe potuto essere fatto. Ancora oggi, da Mani Pulite, che fu un momento che avrebbe potuto essere di ricominciamento e invece non si fece nulla. E il problema, con tutta evidenza, non era solo giudiziario. Era politico, era culturale, si trattava di discutere perchè era accaduto, perchè tutte le classi sociali, non tutte allo stesso modo ovviamente, e i partiti politici si comportarono in quel modo. Perchè la città che era definita la capitale morale invece si capì che era capitale sì ma di corruzione. Invece non ci fu questa discussione. E da lì si deve partire per comprendere il degrado di oggi.

Un degrado che riguarda anche l’industrializzazione di una città ormai in decadenza, come emerge bene nella parte finale del libro, dove il suo viaggio approda a Sesto San Giovanni, l’ex città degli operai.
Arrivando in metropolitana in quei luoghi si ha un’impressione mortale. C’è il deserto con la possibilità di dare vita a nuovi fenomeni di corruzione e di speculazione. Tutti pronti a saltare addosso a queste aree dove milioni di uomini e donne hanno sudato la vita. A Sesto appunto, dove erano situate le grandi fabbriche, che ebbero una grande funzione nella Storia d’Italia, come la Falck, la Pirelli, la Breda, la Magneti Marelli. E che cosa è successo? E’ saltato quel rapporto tra classe operaia e imprenditoria intelligente che in sostanza ci ha salvato, negli ultimi cinquant’anni di Storia, dai razzismi e dai fascismi. Va detto e va riconosciuto che quella fusione, da Piazza Fontana in avanti, fu un fatto importante, un argine vero e proprio.

Venuto meno questo fattore, la diga è crollata e si è fatto largo alle acque più inquinate…
Certo. Gli imprenditori sono diventati finanzieri o immobiliaristi; gli operai delle grandi fabbriche che furono luoghi di cultura non ci sono più o quasi. Ci sono gli operai delle piccole fabbriche che non hanno questa funzione culturale e politica e che votano Lega perchè i leghisti sono estremamente attenti e i lavoratori si sentono protetti venendo a mancare il ruolo della sinistra e dei sindacati. C’è dunque una crisi di classe dirigente, una crisi della borghesia, la crisi di una classe operaia che tanto ha dato non solo a Milano certo, ma Milano era simbolica nel panorama italiano. E questa città paga più di altri senza volersene rendere conto, affidando ogni speranza, come una panacea di tutti i mali possibili, all’Expo 2015. Basti sapere che è stato impiegato più di un anno per accordarsi sulle poltrone, sui nomi, sui profitti futuri e non per discutere dei progetti da portare a compimento.

Il libro comincia con l’assassinio del giudice Guido Galli, ucciso il 19 marzo del 1980 da Prima Linea. Perchè questa scelta?
Per caso. Quel giorno ero andato all’Università, mi son messo a girare dopo anni che non ci andavo. Sono salito al secondo piano in via Festa del Perdono, mi sono reso conto che Galli, un giudice di grande intelligenza, era stato ucciso proprio di fronte all’aula dove io mi ero laureato. Questo ha messo in moto i meccanismi della memoria. La scelta è nata in questo modo. Io inoltre ho la passione per i personaggi dimenticati. L’altro è il giornalista Giulio Alonzi, del Corriere della Sera , partigiano di Giustizia e Libertà, torturato a Villa Triste. Quando morì nel 1972 nessuno lo ricordò, tutti lo avevano dimenticato. Lo stesso Ambrosoli. Mi spiace citare il mio libro, ma da quando fu assassinato, nel 1979, fino all’uscita del mio lavoro, nel 1991,nessuno lo aveva più ricordato.

Stajano, ma dove sono gli intellettuali italiani di fronte ad uno scenario dove «il passato è già morto; il futuro ancor non nato; il presente sparito», come recita un madrigale del 1640 da lei ricordato in un suo recente intervento?
Ci sono ma stanno riparati. D’altronde non è che i fatti della politica siano così fervidi da attrarre.

http://www.liberazione.it/

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