Conversazione su Psiche e Storia con Aurora Gentile

psiche%20e%20storia%202E’ in libreria Psiche e storia. Il caso clinico, la storia, il metodo (a cura di Maurizio Balsamo, FrancoAngeli Edizioni, pagine 224), in cui tra l’altro ci si interroga “In che modo il caso clinico si intreccia con la grande Storia? Quali sono le caratteristiche teoriche e cliniche che definiscono la costruzione di un caso? In che modo l’esigenza narrativa riesce a rappresentare il grumo di reale che definisce la storicità di ognuno di noi, con le sue infinite riprese e ritrascrizioni soggettive? Cosa significa nell’esperienza psicoanalitica “pensare per casi”?

Ed in che modo lo psicoanalista e lo storico possono dialogare intorno a questo particolare costrutto che definisce la trasmissibilità dell’esperienza psicoanalitica e l’esercizio stesso del metodo storico, considerando la complessità delle teorie implicate, dello statuto complesso della traccia, delle funzioni autoriali, della soggettività?”.

Alla psicologa e psicoanalista della Società Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica (S.I.P.P.) Aurora Gentile, che ha partecipato al libro Psiche e storia con lo scritto Pensare per casi, abbiamo posto alcune domande.

La psicoanalisi è utile solo per delle persone che sono nello stesso tempo, nello stesso spazio e nella stessa etnia?

Potrei rispondere con le parole di J.-B. Pontalis: il campo dell’analisi è illimitato perché è a tutto il territorio dell’inconscio, dei suoi meccanismi, le sue manifestazioni, le sue produzioni, il suo modo di organizzazione che l’analista ha se non libero accesso almeno qualche apertura. A partire dal postulato dell’inconscio, non ci sono infatti distinzioni di tempo, di spazio o di etnia. Il 16 ottobre 2009 parteciperò ad una Giornata Scientifica organizzata a Parigi dalla AIHP (Association Internationale d’Histoire de la Psychanalyse), con il sostegno dell’Università Paris Diderot, in cui si dibatteranno proprio i temi riguardanti la capacità della psicoanalisi di svilupparsi e progredire a contatto di culture lontane dalla Vienna dell’inizio del XX secolo.

La riflessione sulla sua introduzione in seno al mondo arabo e del Medio-Oriente è stata oggetto di pubblicazioni che segnano l’interesse crescente da cui è investita. Un esame approfondito della situazione mette in luce realtà differenti da un paese all’altro, determinate da condizioni sociali e storiche estremamente diverse. Su un piano epistemologico quindi, si cercherà proprio di sottolineare le specificità politiche, storiche e sociali, che particolarizzano le condizioni di accoglimento dell’opera freudiana e della pratica analitica nei vari paesi. Interverranno analisti che parleranno della diffusione della psicoanalisi in Turchia, in Marocco, in Tunisia, in Algeria, in Egitto, in Libano, in Siria ed in Iran.

La psicoanalisi non conosce frontiere, perché forse la sua lezione fondamentale è proprio quella di riconoscere pienamente l’umanità degli altri, malgrado volti e abitudini diverse dalle proprie, di sapersi mettere al posto dell’altro e sapere guardare se stessi collocandosi al di fuori, nel rispetto più rigoroso di questa alterità.

Quali sono gli assunti teorici e metodologici dell’Associazione Psiche e Storia, da cui tra l’altro è scaturito il libro?

Rimando senz’altro il lettore al sito dell’Associazione Psichestoria.it che raccoglie i testi fin qui prodotti dal gruppo italiano di ricercatori, che sulle piste di Freud avanzano le loro riflessioni a partire dai propri campi di sapere, psicoanalisi, storia, filosofia, antropologia, sociologia. Dobbiamo a Maurizio Balsamo, docente di Psicopatologia e Psicoanalisi nell’Università di Parigi 7 e psicoanalista con funzioni di training della Società di Psicoanalisi Italiana, lo slancio per convogliare tante energie in un progetto di ricerca di scientificità ed apertura all’interdisciplinarietà, che sono le vere poste in gioco dell’Associazione.

La psicoanalisi costituisce una fonte di conoscenza ed essa continuerà ad esserlo nel futuro, perché è una pratica di esplorazione che apre alla conoscenza e che si rinnova come processo di scoperta ogni volta che una psicoanalisi è in corso. L’idea è che ci sia un reale scambio ed una reale apertura tra modelli teorici e pratiche diversi. Potremmo dire che lavoriamo per un’alterazione reciproca che rinnovi il dialogo tra scienze sociali e psicoanalisi.

Questo dialogo ha conosciuto una prima fase negli anni settanta, ma i transfert “selvaggi” di nozioni psicoanalitiche verso le scienze sociali, e particolarmente la storia, si sono spesso rivelati poco produttivi. Il progetto di costituire un’Associazione italiana che riprenda e rilanci questo dialogo s’inscrive nel desiderio di ripartire dall’esigenza di questo confronto, riaprire un cantiere perché noi viviamo nel vero senso della parola in società post-freudiane e le categorie uscite dalla psicoanalisi servono, tra le altre, a pensare il mondo sociale.

La diffusione dei concetti di rimozione, di ritorno del rimosso, d’inconscio per descrivere dei fenomeni collettivi, e particolarmente quelli qualificati come “traumatici”, non è mai stato tanto forte e s’impone nell’approccio alle manifestazioni memoriali, che caratterizzano con tanta forza l’ultimo terzo del ventesimo secolo. L’importanza accordata alla presa di parola individuale, alla testimonianza ed alla sua necessità è indissociabile dall’eco possente della psicoanalisi e della sua diffusione. Da questo punto di vista, l’impatto della psicoanalisi costituisce, forse, una delle dimensioni che specificano il regime di storicità contemporaneo rispetto a modalità precedenti del rapporto sociale con il tempo.

Come si coniuga il concetto di “principio di realtà” di Sigmund Freud con l’attuale frammentazione dell’ordinaria esistenza quotidiana ?

L’intendimento freudiano ha due divinità tutelari Logos e Ananke, l’inflessibile ragione ed il destino necessario: lo sforzo dell’intelligenza si esercita in effetti nei limiti umani e per quel tanto che lo consente la realtà esterna, l’Ananke. La dura necessità insomma è presa in una congiunzione con la ragione umana, per cui occorre pensare il reciproco legame del pensiero e la necessità.

Il principio di realtà, inteso in senso ampio, potrebbe essere inteso come il riconoscimento di questa forza delle cose, alla quale non si può controbattere che con il potere della ragione. E’ nel suo scritto La perdita di realtà nella nevrosi e nella psicosi (1924) che Freud ne dà la formulazione più netta: “Nevrosi e psicosi sono entrambe espressioni della ribellione dell’Es contro il mondo esterno, del suo dispiacere, o, se preferite, della sua incapacità di adattarsi alla dura realtà, all’Ananke”, ma, si badi bene, non bisogna affrettarsi a leggere queste parole in una chiave immediatamente “adattativa”, piuttosto nel senso dell’esistenza, in ognuno di noi, di un litigio permanente tra ratio desiderante e realtà.

La frammentazione dell’ordinaria esistenza quotidiana rimanda all’acutizzarsi di questo conflitto ed alla difficoltà crescente di far fronte con la ragione ai cambiamenti traumatici, che nelle società contemporanee si susseguono più rapidamente di quanto le nostre organizzazioni egoiche possano elaborarli. Si starebbe affermando dunque una tendenza alla scarica o all’evacuazione della tensione psichica ad ogni costo, che rende sempre più difficile inscrivere la realtà sotto il primato del principio di realtà.

Maurizio Mottola

http://www.agenziaradicale.com/index.php?option=com_content&task=view&id=8661&Itemid=57

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