11 febbraio 1990 / Quando Nelson Mandela torna libero

imagesSveglia alle 4.30 del mattino, come sempre. E poi ginnastica nel cortile del carcere: corsa da fermo, piegamenti, duecento addominali, qualche tiro di pugilato contro il vento. Oggi, 11 febbraio 1990, dopo più di 27 anni Nelson Mandela esce dal carcere. Sembra un giorno come gli altri. O, almeno, lui tenta di farlo apparire un giorno come gli altri.Io lo conosco. Sotto i suoi occhi liquidi oltre la gioia intravedo un po’ di timore. Stanotte non ho chiuso occhio. Continuavo a girarmi e rigirarmi nel letto. Non per il caldo che in Sudafrica non dà tregua neanche a fine estate, ma per quello che succederà tra poche ore. Ah, dimenticavo: in questo sogno mi chiamo Swart, Bob Swart, e faccio il secondino. Per Mandela sono l’agente Swart.
Sono già al lavoro in cucina, più agitato di lui. Devo preparare il rinfresco: per la sua ultima mattina da detenuto arriverà tanta gente nel villino del carcere di Victor Verster, tra i vigneti e le colline verdi a nord di Città del Capo. Prima di qui ho lavorato a Robben Island, il carcere di massima sicurezza sull’isola davanti al Capo. Il più rigido di tutto il Sudafrica dove la divisione razziale è assoluta. Solo detenuti neri e secondini bianchi. Servi e padroni.

Da due anni, da quando Mandela è arrivato qui dopo l’operazione alla prostata, me lo hanno affidato in custodia. Temevano avesse il cancro: «Se mai dovesse morire, tutto il paese sprofonderebbe in un’anarchia totale», diceva il generale Munro, direttore del carcere. Da allora più che un agente penitenziario sono, per così dire, il suo maggiordomo. Anche se formalmente Mandela è ancora in carcere, dalla umida cella F3 è passato a questo villino con piscina circondato da mura e alberi alti. Le sue giornate scorrono nel silenzio, tra la cura dell’orto e la scrittura. Io ho lasciato da parte il manganello e i mazzi di chiavi, e ho imparato a cucinare. Lo accudisco, gli preparo da mangiare. Sono il suo “angelo custode bianco”, dice lui scherzando quando qualcuno lo prende in giro per la mia cucina. Decisamente diversa dalla minestra di granoturco bollito e dalla polenta che per 20 anni, mattina e sera, ha mangiato a Robben Island.
Io sono bianco, sono afrikaner. Con il tempo ho capito che l’apartheid è una fesseria. Adesso finalmente lo hanno compreso anche i leader di questo paese. La storia inizia – o meglio peggiora definitivamente – nel 1948 quando il National party di Daniel Malan vince le elezioni. Al centro del suo programma c’è una parola: apartheid, separazione.

Il governo divide per legge i cittadini in base alla loro razza. Si creano aree urbane, quartieri separati per ogni gruppo razziale. Qui i bianchi, lì i neri. Di qua gli indiani, di là i meticci. Il primo ministro bianco uscente Jan Smuts, leader dell’United party, intuisce subito i pericoli di questa politica: «L’apartheid è una concezione folle nata dalla paura e dal pregiudizio». Tuttavia al potere ci sono loro. E la teoria diventa drammaticamente prassi. Il Sudafrica si trasforma in una gigantesca prigione.
In quegli anni l’African national congress, formazione politica storica del popolo nero sudafricano, aumenta gli iscritti e organizza azioni non violente di disobbedienza civile collettiva, scioperi, boicottaggi. «Era un crimine – racconta Mandela – passare per una porta riservata ai bianchi. Un crimine viaggiare su un autobus riservato ai bianchi. Un crimine essere in strada dopo le 11. Un crimine non avere il lasciapassare».
In migliaia si presentano davanti alle prigioni o nelle stazioni di polizia senza il fatidico lasciapassare al grido di «Malan arrestaci» creando non poche difficoltà al governo e ai militari. Mandela allora è un giovane avvocato ed è uno dei leader dell’Anc, fondatore e presidente della Youth league. Apre uno studio legale con Oliver Tambo, altro leader Anc, a Johannesburg: il Mandela & Tambo è il primo studio legale sudafricano con due avvocati di colore e offre patrocinio gratuito a tutti i neri.
È un crescendo. Nel 1956, la polizia arresta 156 dirigenti dell’Anc con l’accusa di alto tradimento e cospirazione. Mandela, fiero figlio dell’aristocrazia tribale, conosce per la prima volta le nostre carceri che erano molto diverse da ora. Celle in comune, senz’acqua, un buco maleodorante nel pavimento a far da latrina. Niente letti. Solo stuoie e coperte sporche piene di pidocchi. Vitto disgustoso, differenziato a seconda della razza: ai bianchi davano il pane, agli indiani qualcosa meno, ai neri solo brodaglia. E poi i lavori forzati, a spaccare pietre tutto il giorno sotto il sole e d’inverno a raccogliere alghe nell’acqua fredda dell’Oceano.

Il 21 marzo 1961 migliaia di persone circondano la stazione di polizia di Sharpeville, township in una zona industriale degradata a una cinquantina di chilometri da Johannesburg. La gente è disarmata e pacifica. Ma sono in tanti. Qualcuno della polizia preso dal panico dà l’ordine di sparare sulla folla. Restano a terra 69 africani, la maggior parte colpiti alla schiena mentre cercano di scappare. Il massacro crea un moto di protesta internazionale e provoca una crisi di governo. Due giorni dopo a Città del Capo scendono in strada 50mila persone. Il governo proclama la legge marziale. Scoppiano disordini. La repressione aumenta. È allora che l’Anc decide di abbandonare la non violenza e passare alla lotta armata.

Qualche mese dopo, i 156 imputati dell’Anc vengono dichiarati non colpevoli. È una sconfitta per il governo. Madiba – il nome di clan di Mandela – aveva già deciso che se non fosse stato condannato sarebbe entrato in clandestinità. E così fa. Per due anni gira il paese in lungo e in largo per tenere le fila del movimento. Ricercato dalla polizia, viene soprannominato Black pimpernel, la Primula nera. «Variante un po’ spregiativa – dice lui – della Primula rossa, il personaggio letterario che durante la Rivoluzione francese sfuggiva audacemente alla cattura». Nel 1962 viene arrestato con tutta la dirigenza dell’Anc e condannato al carcere a vita.

Da allora sono passati 27 anni. Mandela, combattente per la libertà, è diventato un simbolo in tutto il mondo. Scrive Nadine Gordimer: «Orgoglioso prigioniero che infonde coraggio tra le mura del penitenziario di Robben Island e al di là di esse». In un giorno d’autunno dell’89 cade il muro di Berlino. L’Urss si scioglie come neve al sole. I paesi satelliti uno dietro l’altro scoprono la democrazia.

Anche in Sudafrica il vento cambia direzione. Cominciano i primi negoziati tra Mandela e il governo. Prima con il ministro della Giustizia Kobie Coetze nel 1985, anno del Nobel per la pace a Desmond Tutu. Poi nell’89 con il presidente Pieter Botha e infine con Frederik de Klerk, il presidente riformista. La figura di Mandela è ormai troppo ingombrante, ancora di più dopo la malattia. Non può più restare in carcere. Ma lui in questo periodo ha sempre ripetuto che non accetta di barattare la sua libertà con quella del popolo africano. Sino al 2 febbraio ’90, una settimana fa, quando finalmente De Klerk annuncia in televisione che l’Anc e altre 30 organizzazioni politiche non sono più fuorilegge. Il momento del dialogo e della riconciliazione è arrivato.

Il nastro di questo film si ferma qui. L’uscita dal carcere di Mandela, numero di matricola 466/64, è fissata alle 15,30 di oggi. La casa è piena di gente. C’è un clima di festa. È arrivato il momento del congedo. Sono venuti a prenderlo la moglie Winnie e un autista. Assieme a lei, il vecchio si incammina lentamente verso l’uscita. Escono dal carcere. Due anziani sposi mano nella mano. Appena fuori, viene sorpreso dal mondo: centinaia di fotografi, cameramen e giornalisti e migliaia di persone riunite per dargli il benvenuto. La folla si chiude su di lui. Con i flash che rimbalzano sugli occhi lucidi alza il pugno al cielo in segno di vittoria. Poi con Winnie salgono in auto, devono scappare subito fino a Città del Capo dove li aspettano per i festeggiamenti nella Grand Parade, la piazza grande davanti al municipio.

In tv fanno vedere quando arrivano in città. L’automobile viene travolta dalla folla. Restano chiusi dentro più di un’ora. Quando finalmente Mandela riesce ad affacciarsi al balcone del municipio il tempo si ferma. Davanti a sé ha un mare di visi, mani, occhi, bandiere. Madiba alza il pugno in cielo. La folla esplode in un’ovazione.
Comincia a parlare: «Amici, compagni e compatrioti sudafricani. Vi saluto in nome della pace, della democrazia e della libertà per tutti. In tutti questi anni mi sono battuto contro il predominio dei bianchi, così come mi sono battuto contro il predominio dei neri. Ho perseguito l’ideale di una società libera e democratica, in cui tutti possano vivere insieme in armonia e con pari opportunità. È un ideale per il quale spero di continuare a vivere fino a conseguirlo. Ma per il quale, se necessario, sono pronto a morire». Free Nelson Mandela!

di Riccardo Barlaam

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Tempo%20libero%20e%20Cultura/2009/giorno-avrei-voluto-vivere/articoli/mandela-rivide-mondo.shtml

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