ATLANTE LETTERARIO/9

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Friedrich Dürrenmatt, che con Robert Walser e Max Frisch è tra i grandi scrittori contemporanei di passaporto svizzero, si è a lungo interrogato sull’identità plurale dei connazionali arrivando a formulare, in una tarda intervista, il seguente paradosso: «I cittadini svizzeri sono orgogliosi di non essersi mai fusi in un’unica nazione. In Svizzera le quattro aree linguistiche hanno sempre vissuto per conto proprio. Solo nei confronti degli stranieri si presentano come svizzeri, nei confronti dei propri cittadini preferiscono esternarsi come campanilisti. Naturalmente non è un conflitto basato sulla violenza ma sul risentimento. Credo che un piccolo stato in fin dei conti sia un’impresa più felice di un grande stato. I grandi stati sono come delle fabbriche di polvere da sparo in cui è permesso fumare. La Svizzera è una fabbrica piccola, in cui tuttavia il fumo è regolamentato in modo molto severo. Molti scrittori svizzeri si sono sentiti e si sentono responsabili per la situazione dello stato. Soffrono degli aspetti negativi della Svizzera e degli Svizzeri. Si sobbarcano una responsabilità che dovrebbe competere ai magistrati, e che questi scantonano. Hanno come firmato una dichiarazione ufficiale in base alla quale non parteciperanno a nessuna delle manifestazioni ufficiali».
Il paradosso supera di slancio un’intera biblioteca di luoghi comuni (tanto la Svizzera Biedermeier, il paradiso della cioccolata e degli orologi a cucù, quanto la Svizzera del vuoto politico e della dittatura bancaria) e chiarisce il fatto che non vi abbia mai attecchito, se non in frange marginali, una letteratura Blut-und-Boden («Sangue-e-Suolo», cioè dai tratti marcatamente identitari o xenofobi) e continui invece a prosperarvi una letteratura di segno dichiaratamente civile. Non al modo classico dell’engagement, beninteso (perché in Svizzera sia la forma-partito sia l’organizzazione di massa è assente o molto debole), ma nella pratica della responsabilità individuale e dell’impegno etico.
Un vero battistrada è stato il romanziere e poligrafo Charles-Ferdinand Ramuz, nella cui opera si combinano un profondo amore per la terra, anzi un senso primordiale del paesaggio nativo, e un vigore umanista capace di mutare l’angustia del dato locale in respiro universale: il suo libro-manifesto Taille d’homme, del 1933, lo tradusse in italiano Franco Fortini nel ’47 per le edizioni olivettiane di Comunità mutandone il titolo nel più emblematico Statura umana.

Autori di lingua tedesca
Al presente, una relativa eccezione è costituita dalla letteratura in romancio (la quarta lingua svizzera, prossima al ladino e parlata in una zona dei Grigioni) dove il senso di umanità reclusa, di lotta con la natura che diviene meditazione esistenziale, è capace di risultati notevoli: come nella prosa di Giacumbert Nau (Casagrande 2008) di Leo Tuor, un poeta-pastore niente affatto bucolico. Più in linea con il paradosso avanzato da Dürrenmatt è la produzione in tedesco. Tra le figure dominanti quella di Hugo Loetscher, romanziere e giornalista globetrotter, che ama far coincidere la sua vocazione alla scrittura con una specie di deriva spazio-temporale, la stessa che si trovò personalmente a vivere, molti anni fa in America latina, quando una scolaretta gli chiese all’improvviso e con il massimo candore: «Scusi, signore, chi ha scoperto la Svizzera?». Fatto sta che Loetscher popola di spettri allegorici e draga da decenni il sottosuolo elvetico, a partire da un romanzo, L’ispettore delle fogne (ma il titolo originale, Aubwasser, «acque di scolo», rende meglio l’idea), che Casagrande di Bellinzona ha pubblicato nel 2000 quale prima tessera di un mosaico di sorprendente vastità e ricchezza, come conferma il successivo racconto di viaggio Il mondo dei miracoli. Un incontro brasiliano (2006).
Anche se portata più alla microfisica del quotidiano, una medesima attenzione la si trova non soltanto in alcuni coetanei o in autori della generazione successiva come Peter Bichsel, noto soprattutto per le sue short stories, o Adolf Muschg di Storie d’amore, (Marcos y Marcos 1990) e Klaus Merz del recentissimo Jakob dorme (Marcos y Marcos), ma anche nelle partiture poetiche del bernese Kurt Marti, pastore protestante, cui si deve peraltro un volume dall’insegna orgogliosamente fuori moda, Orazioni funebri (Crocetti 2001).

In lingua francese
Più incerti e persino più ambigui i confini dell’ultima produzione in francese. Qui sembra esaurirne il senso comune l’opera nomade dell’ormai celeberrimo Nicolas Bouvier, il cui testo estremo, La polvere del mondo, è in uscita da Diabasis); ma la sua fama rischia di oscurarsi dopo il caso di Jacques Chessex, un astuto e prolifico autore di genere in salsa postmodernista (Il primo odore, Gaffi 2006, e Il vampiro di Roprax, Fazi 2009) che la Francia ha addirittura consacrato con un Premio Goncourt, quasi una solenne smentita di Dürrenmatt e una beffa per gli autori che continuino a volersi misurare con i fatti della comune esistenza: è il caso, ad esempio, di Bernard Comment presente nei cataloghi italiani con i racconti di Andirivieni (Feltrinelli 1995) e con il romanzo Il congresso dei busti (Casagrande 2002).
Attivi, per fortuna, rimangono i due grandi vecchi della Svizzera francese: l’uno è un fuoriclasse della critica e un autentico cosmopolita, il ginevrino Jean Starobinski, studioso dei classici (Racine, Montaigne, Montesquieu, Rousseau, Stendhal) e insieme compagno di via di «Tel Quel», firmatario di libri come L’occhio vivente (Einaudi) e Ritratto dell’artista da saltimbanco (Bollati Boringhieri); l’altro, pure se da decenni residente nella Francia del sud, è Philippe Jaccottet, tra i massimi poeti viventi e traduttore del nostro ‘900 (Ungaretti, Montale, Bertolucci, Sereni) come di Hölderlin e Rilke, la cui voce inconfondibile, di una naturalezza in grigio che attinge di per sé al sublime, corrisponde da noi (fin da Il barbagianni. L’ignorante, Einaudi 1992) alla voce di Fabio Pusterla ma anche a quelle di Antonella Anedda e di Gianluca Manzi.
Proprio il nome di Pusterla è decisivo per la letteratura scritta in italiano, oggi probabilmente la più ricca di fermenti e fervida di risultati. A partire da Giorgio Orelli, formatosi negli anni ’40 a Friburgo vicino a Dante Isella e sotto il magistero di Gianfranco Contini, poeta tra i più notevoli della generazione postmontaliana (si veda l’ultima raccolta Il collo dell’anitra, Garzanti 2001), nonché da Giovanni Orelli (1928), un altro poligrafo cui si debbono, specialmente in prosa, diversi risultati di rilievo – da L’anno della valanga (del 1965, amato da Vittorio Sereni) a Gli occhiali di Gionata Lerolieff (Donzelli 2000).
Non va poi dimenticata la funzione svolta da una rivista semestrale di epicentro ticinese e però di vocazione europea come «Idra» (attiva dal 1990 al 2001, originariamente edita dal melangolo di Genova), un crocevia dove sono transitati redattori e collaboratori poi sempre presenti fra il Ticino e l’Italia: Alberto Nessi, Gilberto Isella, Dubravko Pusek, Claudia Patocchi, Donata Berra, il lirico Antonio Rossi (che esordì nel ’79, con la raccolta Ricognizioni prefata da Giovanni Raboni), e i critici Enrico Lombardi, Giovanni Fontana, Pietro De Marchi, Maurizio Chiaruttini (che purtroppo non ha mai riunito in volume i suoi limpidi saggi sulla poesia dei coetanei) fino a Paolo Di Stefano che è ormai un autore di riconosciuta fisionomia. Né può essere sottovalutata per tutti costoro la presenza del filologo Giovanni Pozzi e del linguista Sandro Bianconi. Ed è proprio in Ticino che viene pubblicato per la prima volta Il posto dei calzini. La svolta linguistica dell’economia e i suoi effetti nella politica (Casagrande 1994), lo studio di Christian Marazzi che è una critica in atto della nascente globalizzazione.
Dell’esperienza di «Idra» e dei suoi effetti di ricaduta hanno inoltre beneficiato alcuni autori della leva successiva, per esempio Pierre Lepori, Mattia Cavadini, Fabiano Alborghetti (L’opposta riva, LietoColle 2004), non escluso il giovanissimo Tommaso Soldini (L’animale guida, ora da Casagrande).
Quanto a Fabio Pusterla, che è uno dei maggiori poeti italiani tout court, Einaudi ha pubblicato pochi mesi fa la sua autoantologia Le terre emerse. Poesie 1985-2008: non solo si tratta di un libro di grande compattezza linguistica e stilistica ma di un’opera che coglie nel complesso la nostra attuale condizione di individui. Nel suo dettato chiaro, sobrio, talora scabro, Pusterla realizza la sola epica possibile, qui-e-ora. Il suo non è un moto retroverso degli affetti o una nostalgia per la comunità politica perduta; viceversa, la sua parola è sempre detta al presente e si rivolge all’unica comunità che davvero ci è data, quella di tante solitudini che cercano invano di parlarsi e di entrare in contatto fra loro.
Dicono alcuni suoi versi recenti, che colgono l’anonimato collettivo e il deserto nei luoghi dell’affollamento: «Chi è questo che fuma accanto a me/ il suo mezzo toscano tra mezze parole/ di convenienza, e sorride/ nell’aria tremolante del mattino, dà uno sguardo/ ai tetti, alle donne che passano, alle nuvole,/ ripiega il suo giornale di rapina, alza la testa/ e si avvia con la moglie col fare di chi/ ha vinto ancora, come sempre sa/ di avere vinto: e vinto cosa poi?// Lui è lui, io forse io, nessuno è noi//».

Stranieri a casa propria
Questo è dunque il beneficio del sentirsi abitanti di una casa che non è mai detto sia la propria casa, questa è la risorsa dell’essere soggetti anche dentro l’universo domestico a uno spiazzamento, vale a dire alla continua verifica della propria «identità»: una simile attitudine corrisponde infatti al metodo migliore per de-costruirla e, preferibilmente, rigettarla. Forse mai il sentimento di imbarazzo o di aperta vergogna per l’appartenenza nazionale ha dato risultati letterariamente così netti come nel caso della Svizzera. L’altro scrittore di lingua tedesca e dirimpettaio di Dürrenmatt, cioè Max Frisch, autore dei romanzi Stiller (’54) e Homo faber (’57), un democratico radicale e un nemico dichiarato del militarismo come del razzismo, ebbe vita vagabonda e si ritirò alla fine, lui zurighese, in un posto fuorivia del Ticino, la valle Onsernone di cui racconta nel suo penultimo romanzo L’uomo nell’Olocene (Einaudi).
Qui, poco prima di morire, Frisch rilasciò a un foglio locale una intervista in cui viene interpretato per l’ennesima volta il paradosso dell’essere svizzeri o, meglio ancora, del ritrovarsi ad essere scrittori in Svizzera. Così conclude, alla lettera: «Mi trovo dunque in Svizzera, nel nostro Paese, questo villaggio, la nostra nazione. Qui sono uno straniero. Non ho contatti. Qui sono uno svizzero, ma non sono un ticinese». Perché, sembra suggerire Frisch, dentro qualunque Svizzera c’è sempre e fatalmente un’altra Svizzera e una Svizzera diversa, all’infinito.

Massimo Raffaeli

http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20090827/pagina/11/pezzo/258370/

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