Così Gramsci disobbedì a Marx

imagesContro le sue indicazioni, applicò il «cesarismo» a Napoleone III, Mussolini e forse anche Stalin

 

È n bel regalo per i fi­lologi l’edizione ana­statica dei 29 Quader­ni del carcere (e tre di traduzioni) di Antonio Gramsci. L’iniziativa è realizza­ta congiuntamente da «L’Unio­ne Sarda», quotidiano che que­st’anno compie 120 anni, e dall’Istituto della Enci­clopedia Italiana, che ha già dato avvio — coi Qua­derni di traduzioni — alla finalmente critica «edi­zione nazionale» dell’intera opera gramsciana. L’ideale sarebbe stata l’edizione fac-simile dei Quaderni , che invece sono raggruppati, nell’edi­zione anastatica, in diciotto tomi, il quattordicesi­mo dei quali rispecchia — opportunamente — il formato grande (da registro) dei Quaderni 10, 12, 13 e 18. L’edizione fac-simile avrebbe permesso di poter studiare anche quei dettagli paleografici (co­lore dell’inchiostro, struttura fisica del manoscrit­to etc.) che sono fondamentali per qualunque ana­lisi filologica seria.

Il cammino percorso, da quando Togliatti al San Carlo di Napoli (29 aprile 1944) annunciò l’esi­stenza dei Quaderni , è stato lungo e accidentato. In principio ci fu l’edizione cosiddetta «temati­ca », pilotata da Togliatti (e Giulio Einaudi) politi­camente fondamentale ma filologicamente pazze­sca. Poi, dopo un quarto di secolo (1975), la cosid­detta «edizione critica» di Valentino Gerratana, che per lo meno restituiva l’integrità del testo ma non comprendeva né metteva a frutto il dato pri­mario del modo di scrivere, e quindi di comporre, cui Gramsci era costretto dalla situazione pratica in cui si trovò. Poi vennero gli studi di Gianni Francioni: L’officina gramsciana (Bibliopolis) è del 1984. Francioni mise al centro della ricerca sui Quaderni il dato fondamentale: «Il problema cru­ciale dei Quaderni del carcere — come egli scrive — è quello della loro cronologia». (La cosiddetta «edizione critica» suggeriva, a torto, l’idea che la successione numerica dei Quaderni da 1 a 29 fos­se anche cronologica. Invece quella numerazione non è d’autore ed è almeno in parte casuale). Francioni, guardando direttamente gli autogra­fi, mise alla base della ricostruzione la dinamica compositiva di Gramsci, determinata dalla regola carceraria di non poter disporre in cella di più di due quaderni contemporaneamente. Egli «inco­minciava » il medesimo quaderno in più punti di­versi; e inoltre stabiliva raccordi tra di essi. E, so­prattutto, aveva creato un gruppo a parte di Qua­derni «speciali» in cui far confluire la rielaborazio­ne più matura di parti — anche ampie — già scrit­te.

Questi Quaderni speciali sono importanti non solo perché racchiudono, sistematicamente, se­conde redazioni d’autore le quali, raffrontate con le prime stesure, fanno comprendere lo sviluppo di un pensiero (e spesso si tratta di tematiche capi­tali), ma perché sono più vicine alla forma-libro verso cui la miriade di riflessioni avviate da Gram­sci soprattutto nei «Miscellanei» doveva convo­gliarsi. Beninteso, anche queste per Gramsci erano ste­sure provvisorie, ma è evidente a noi lettori che rappresentano uno stadio avanzato. Severamente egli avverte al principio del Quaderno 11 ( Appunti per una introduzione e un avviamento allo studio della filosofia e della storia della cultura ), «il mag­giormente elaborato e organizzato tra tutti i mono­grafici » (così Francioni): «Le note contenute in questo quaderno, come negli altri, sono state scrit­te a penna corrente, per segnare un rapido prome­moria. Esse sono tutte da rivedere e controllare mi­nutamente, perché contengono certamente inesat­tezze, falsi accostamenti, anacronismi. Scritte sen­za aver presenti i libri cui si accenna, è possibile che, dopo il controllo, debbano essere radicalmen­te corrette proprio perché il contrario di ciò che è scritto risulta vero». (Anche nella trascrizione di questa avvertenza si nota l’utilità dell’anastatica. L’autografo rivela infatti che è scritto «risulta» e non l’insensato «risulti», come trascrisse Gerrata­na.

L’autografo mostra chiaramente che Gramsci scrive normalmente la «t» come una «l» tagliata donde l’illusione che sulla piccolissima lettera fina­le della parola ci sia un puntino!). L’anastatica è corredata da eccellenti prefazioni paleografiche e critiche, quaderno per quaderno, redatte da Fran­cioni. Il quale, in certo senso, ci dà oggi — grazie a questa edizione — un’idea concreta del grande la­voro che sta preparando per l’edizione nazionale dei Quaderni. Ma veniamo ai vantaggi filologici dell’anastati­ca. Gramsci, come abbiamo visto, dice di aver scritto «a penna corrente» ( currenti calamo ) « per segnare un rapido promemoria». La sua grafia non solo è estremamente posata e regolare, ma quasi sempre priva di correzioni e ripensamenti stilistici. Poiché siamo certi che non v’è «alle spal­le » di questi quaderni una «brutta copia» andata persa, è di immediata evidenza — ora che abbia­mo davanti l’autografo — che Gramsci compone­va direttamente in forma stilisticamente già com­piuta le sue pagine. Solo l’autografo poteva con­sentirci questa considerazione, che è rilevante ri­spetto al quesito (che invero è d’obbligo di fronte ad ogni significativo autore): come componeva, e quindi come scriveva, Gramsci? Il suo costante ad­destramento linguistico (traduzioni dai fratelli Grimm, da Goethe, dal saggio di Finck sui ceppi linguistici, da numerosi narratori russi, esercizi di lingua inglese: tutto questo è nei Quaderni A, B, C, ma traduzioni appaiono anche in altri quader­ni), l’interesse suo costante per la «questione del­la lingua in Italia», sono tra i fattori che aiutano a comprendere lo straordinario fenomeno di una scrittura così spontaneamente matura.

Ma c’è an­che il lunghissimo suo tirocinio giornalistico, pa­lestra straordinariamente efficace al fine di impor­re allo scrivente il costume di dire direttamente, e senza contorsioni stilistiche o ornamenti profes­sorali, ciò che intende dire. Per valutare la sua pro­sa l’autografo è dunque la base primaria. C’è poi l’altro aspetto: la riela­borazione e l’ampliamento di parti già scritte. Anche qui re­gna l’essenzialità: e la scarsa di­sponibilità di carta dovuta alle stupide restrizioni carcerarie ha avuto la sua parte. Ma bisogne­rebbe avviare un’indagine siste­matica sulle sue varianti d’auto­re. Si capirebbe molto di più in profondità quello che avvenne nel suo instancabi­le laboratorio mentale. Vorrei fare solo qualche esempio. Un tema di straordinaria importanza, te­orica e politica, è per lui il fenomeno del «cesari­smo ». È già di per sé significativo che egli lo assu­ma e gli dia quel rilievo di categoria sommamente utile alla comprensione della storia otto-novecen­tesca. Marx, nella prefazione alla seconda edizio­ne del 18 Brumaio di Luigi Bonaparte ( giugno 1869) aveva perentoriamente «vietato» l’uso di ce­sarismo fuori dello studio della storia antica. Gramsci «disobbedisce» senza alcun problema, anzi ingigantisce, giustamente, quella categoria, divenuta — con la guerra e le rivoluzioni del dopo­guerra — uno strumento ermeneutico prezioso. La prima stesura del paragrafo cesarismo è nel «miscellaneo» Quaderno 9, la seconda, quasi rad­doppiata, è nello «speciale» Quaderno 13.

Il feno­meno che si coglie raffrontando le varianti è l’atte­nuazione della polarità tra il cesarismo «progressi­vo » e «regressivo»: polarità che, pure, costituisce il punto di partenza della riflessione. Nel secondo capoverso della stesura A (Quaderno 9) Napoleone III, in opposizione al I, costituisce il prototipo del «cesarismo regressivo». Invece nel lunghissimo nuovo capoverso aggiunto nella stesura B (Quaderno 13) si dice di Napoleone III che «il suo Cesarismo (…) è obbiettivamente progressivo sebbene non come quello di Cesare e Napoleone I», perché «la forma sociale esistente non aveva ancora esaurito le sue possibilità di sviluppo etc.». La riflessione non è oziosamente classificatoria né meramente storiografica. Basti pensare che con l’esemplificazione Gramsci si spinge fino al presente: fino al governo Mac Donald (un laburista che guida un ministero di conservatori) ed al governo di Mussolini: «Così in Italia nell’ottobre ’22, fino al distacco dei popolari e poi gradatamente fino al 3 gennaio ’25 e ancora fino all’8 novembre ’26 si ebbe un moto politico-storico in cui diverse gradazioni di cesarismo si succedettero fino a una forma più pura e permanente, sebbene anch’essa non immobile e statica». Il grande assente, il non detto, di questa pagina è Stalin (siamo nel 1934), anch’egli emerso vincente da un aspro conflitto di classi (operai, contadini, «nep-men»). Orbe­ne, se si considera che la pre­messa da cui Gramsci parte è che il cesarismo «esprime sempre la soluzione ar­bitrale, affidata ad una grande personalità, di una situazione storico-politica caratterizzata da un equilibrio di forze a prospettiva catastrofica» (di forze cioè che «si equilibrano in modo che la con­tinuazione della lotta non può concludersi che con la distruzione reciproca») la riflessione ha del­le implicazioni molto attuali. In queste pagine — nella prima e soprattutto nella seconda stesura — è racchiuso un giudizio meditato sia sull’esperienza del fascismo che — probabilmente — su quella dello stalinismo, con­siderati non già con l’occhio e il tono agitatorio di chi è immerso nella lotta e ne è parte, ma assunti in una razionalità della storia di cui la categoria del «cesarismo» è la chiave. Ed è forse una chiave primaria per intendere l’intero corpus gramscia­no carcerario, cioè successivo alla sconfitta ed al progressivo affermarsi del «Cesare».

Luciano Canfora

http://www.corriere.it/cultura/09_agosto_28/gramsci_marx_canfora_80a4a7d0-9399-11de-8445-00144f02aabc.shtml

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