RITRATTO BOFFO

imagesdal libro di Marco Damilano “Il Partito di Dio” – Einaudi 2006
Ai suoi giornalisti, in riunione, Dino Boffo impartisce un solo comandamento: «Portatemi concetti, non fervorini o fervoroni».

Lui, però, i fervorini li ama, e se ci vuole, anche i fervoroni. Ci sono momenti cruciali, però, che anche il solido Boffo si lascia trascinare dall’emozione. Succede per esempio quando la redazione di “Avvenire”, l’emittente televisiva “Sat2000”, il circuito radiofonico “BluSat” e l’agenzia Sir, l’intero apparato comunicativo della Chiesa italiana, l’esercito dei media della Cei, sbarcano a Roma per essere ricevuti in udienza da papa Benedetto XVI. Il direttore è comprensibilmente eccitato.Così, il giorno prima, spedisce a tutti i suoi giornalisti una lettera personale. Talmente importante è l’evento che nulla può essere lasciato al caso: «L’esperienza mi dice che in genere il Papa, quando arriva, avverte se l’atmosfera è loffia o carica di entusiasmo. Vi sollecito quindi a partecipare ai gesti corali del canto, dell’applauso scattante, dell’ascolto». «Insomma, facciamo gruppo e anche il Papa finirà per percepirlo. Carichiamoci per bene».

Già, che bel guaio sarebbe per la Chiesa, per “Avvenire” e per il suo direttore se Ratzinger avvertisse un’atmosfera loffia! Ma tutto va come per il meglio: il canto è corale, l’applauso è scattante, il papa è contento. E così il giorno dopo sui computer dei giornalisti di “Avvenire” arriva un’altra mail: «Le parole del Papa hanno assegnato come un rilievo nuovo a ciò che ordinariamente facciamo. Se non sbaglio, questa è grazia».

 

Prudenza curiale e pizzetto da combattimento. Cattolicesimo veneto e spregiudicatezza appresa alla dura scuola romana. Un celibe d’acciaio, che si concede come unica mondanità gli abiti firmati, le belle cravatte e qualche pizza in compagnia dei suoi giovani redattori.

Nato a Oné di Fonte vicino Asolo, laurea sui primi martiri cristiani, Boffo è sempre stato così, racconta chi lo conosce bene: da quando lasciò Treviso per Roma giovanissimo, nel 1974, chiamato a ricoprire il ruolo di segretario generale dell’Azione cattolica presieduta da Mario Agnes, futuro direttore dell'”Osservatore romano”.

Un ragazzo sveglio, con la passione per l’organizzazione e una grande capacità di accreditarsi con i vertici ecclesiali. Con il segretario di papa Wojtyla don Stanislao Dziwisz la frequentazione comincia fin dai primi anni del pontificato, quando Boffo si offre di ospitare i pellegrini polacchi e gli ospiti del papa nelle case di accoglienza dell’Azione cattolica, gratuitamente.

 

Un’amicizia rafforzata dalle gite in motoscafo sul mare dorico in compagnia di Marcello Bedeschi, personaggio riservato ma molto potente, destinato a curare gli aspetti economici delle grandi kermesse giovanili volute da Giovanni Paolo: l’amministratore delle Giornate mondiali della Gioventù.

L’altro sponsor eccellente di Boffo è monsignor Ruini. Quando il neo-segretario generale della Cei arriva a Roma, Boffo gli segnala una signorina dell’istituto secolare di Treviso per le faccende di casa. Ma c’è molto più di una perpetua ad unirli. Tra i due c’è una sintonia culturale assoluta: entrambi pensano che il cattolicesimo italiano abbia bisogno di una scossa, entrambi sanno che i media sono centrali nella battaglia di riconquista cattolica della società.

Con l’ala liberal della Chiesa italiana Boffo ha rotto molti anni prima. Quando aveva cercato, senza riuscirci, di cambiare la linea e gli uomini dell’Azione cattolica con una ben coordinata azione di lobbying. Una cordata destinata a passare nella storia dell’associazione come la corrente dei Bulgari. Favorevoli a un maggiore impegno dell’associazione in politica e nella società. I Bulgari perdono malamente, a vincere è la linea del presidente Monticone e della sua vice Rosy Bindi. Come spesso accade, però, la sconfitta si trasforma per Boffo in un trampolino di lancio. Tornato a Treviso, da direttore del giornale diocesano “La Difesa del popolo” comincia la scalata che lo porterà ai vertici di “Avvenire”.

 

Boffo diventa sempre più potente: si racconta che sia lui a segnalare a Ruini la scelta dei vescovi. Di certo, spesso, riesce a conoscere le nomine in anticipo, chiama l’interessato per congratularsi della promozione quando lo stesso prelato non ne è stato ancora informato.

Nel 1994, finalmente, arriva alla direzione di “Avvenire”. E subito mette in pratica un progetto su cui ha ragionato a lungo. Trasformare il tranquillo quotidiano dei vescovi, fino a quel momento poco più di un bollettino ufficiale in perdita economica, in uno strumento di guerra. Un agile vascello in mezzo alle corazzate dell’informazione.

Nella sua guerra culturale Boffo può contare sull’appoggio della Cei. Non solo spirituale: c’è l’otto per mille che copre il buco di bilancio che ancora alla fine degli anni Novanta il giornale è in rosso, debiti per decine di miliardi tra il 1998 e il 2001. E poi ci sono i contributi statali del dipartimento editoria della presidenza del Consiglio: oltre 4 milioni di euro l’anno.

 

In più ci sono gli abbonamenti delle parrocchie, le offerte, i versamenti delle diocesi azioniste, le copie acquistate preventivamente da associazioni e movimenti in occasione di incontri e raduni. Nel 2002 c’è la riforma grafica e il piano di rilancio della testata affidato alla Kpmg multinazionale della revisione contabile, con la missione di aumentare le vendite e la raccolta pubblicitaria.

Il boom, però, arriva nel 2005. Con la morte di papa Wojtyla e l’elezione di Ratzinger. Soprattutto, è lo scontro referendario sulla fecondazione assistita ad assegnare a Boffo il ruolo di leader dello schieramento astensionista. È lui il pit-bull scatenato contro il nemico, i poteri forti che vogliono distruggere la Chiesa.

 

È lui a brutalizzare dalle colonne di “Avvenire” i cattolici che pensano di andare a votare: non solo Prodi, ma anche due colonne come Scalfaro e perfino Andreotti. «I loro sono generosi quanto stravaganti richiami. O sono ingenui, o ci fanno. Per favore, niente prediche moralistiche, che di confusione ce n’è già tanta in giro». È lui a convincere Giuliano Ferrara ad astenersi anziché votare no. Ed è lui il regista della comunicazione del fronte astensionista.

“Avvenire” si trasforma in un giornale-movimento. Con un modello non dichiarato e sorprendente: “l’Unità” anni Cinquanta. Titoli strillati, diffusione militante, mai un dubbio, mai un’ombra di dibattito, solo certezze. E legnate sugli avversari: all’interno del quotidiano c’è un inserto che ogni giorno picchia duro sul fronte del sì, con un occhio di riguardo per i cattolici “infedeli” e per gli ex compagni di strada. Giuliano Amato? «Perde la classe, trucca le carte, arruffato».

Mario Segni? «Il personaggio è noto per portare iella alla causa che sposa, da ieri siamo certi che l’astensione vince». Sulla prima pagina c’è un terzetto di donne incaricate di replicare ogni giorno al movimento femminista: Lucetta Scaraffia, Eugenia Roccella e Marina Corradi.

 

Uno spiegamento di forze che può contare su una rete di fiancheggiatori in altre redazioni: il “Foglio” di Giuliano Ferrara, Renato Farina su “Libero”, Antonio Socci su “Il Giornale”. E poi i presidenti delle Camere, quasi tutto il governo, tutta la maggioranza di centro-destra più un bel pezzo di centro-sinistra (la Margherita e Mastella), il presidente del Consiglio Berlusconi

Il 14 giugno, data del referendum sulla fecondazione, i cattolici vincono, è il giorno della rivincita per Boffo e il Direttore riempie la sua mitraglietta di tutti termini più che il vocabolario gli concede: «Aristocrazie bolse, trombonismo sfiatato, blateratori del quasi-nulla, dissimulatori spietati e cinici, sodali di menti indispettite e stanche».

E conclude invocando il repulisti generale: «Il Paese ha bisogno di un altro giornalismo, non più complice del potere culturale più forte, capace di andare controcorrente, audace nelle chiavi di lettura adottate, vero nella credibilità spesa». Quale giornalismo? Forse quello che ordina ai suoi giornalisti di fare «l’applauso scattante» perché sta arrivando il papa? Chissà.

http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/articolo-8795.htm

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