Senti chi palla

imagesTutto il calcio minuto per minuto compie 50 anni e i suoi cronisti ci spiegano perché la trasmissione è diventata la ventunesima squadra della Serie A

 

Buon pomeriggio gentili ascoltatori, e ben trovati all’appuntamento con Tutto il calcio minuto per minuto”. Sulle note dell’ormai celebre “A taste of honey” di Herb Alpert e con l’inconfondibile voce di Alfredo Provenzali domenica scorsa è ricominciato il campionato di calcio di serie A insieme con la trasmissione radiofonica che più di ogni altra lo racconta. Specie quest’anno che festeggia l’edizione numero cinquanta. “Tutto il calcio minuto per minuto” va in onda dagli studi di Saxa Rubra della Rai qualche minuto prima del fischio d’inizio delle partite e anche quest’anno a raccontarla saranno le voci dei radiocronisti che accompagnano i pomeriggi degli italiani. Impossibile dimenticare le radioline attaccate all’orecchio durante le domeniche pomeriggio con quelle voci che descrivevano le azioni in campo. In mezzo secolo è cambiata l’Italia, “Tutto il calcio” è rimasto pressoché lo stesso. La formula creata da Sergio Zavoli Guglielmo Moretti e Roberto Bortoluzzi resta ancora attuale. A dimostrazione che la radio moderna è capace ancora oggi di rispondere all’attento pubblico sportivo.
Quando è andata in onda per la prima volta il 10 gennaio 1960, la trasmissione commentava solo i secondi tempo delle partite perché la Lega calcio temeva che la trasmissione rubasse troppi spettatori agli stadi. Addirittura nelle ultime quattro o cinque giornate di campionato, la radio ammutoliva proprio per non raccontare gli ultimi concitati momenti di gioco in campo. Erano gli anni d’oro di Roberto Bortoluzzi, Sandro Ciotti e Enrico Ameri che da dietro i microfoni facevano trattenere il fiato agli spettatori. La radio era l’unico mezzo alternativo alla presenza nello stadio e Radio Uno faceva ascolto pazzeschi, forse ora inimmaginabili. “Era il mezzo più importante per comunicare con i tifosi”, racconta Riccardo Cucchi, caporedattore dello sport del Giornale Radio Rai e prima voce della trasmissione che ha preso il testimone di Ameri, Ciotti e di tutti i grandi radiocronisti che lo hanno preceduto.

Già, Ameri e Ciotti.
Erano le voci simbolo della trasmissione. Leggendarie le loro partite infinite a scopone scientifico. “Erano giocatori appassionati – ricorda Cucchi – e capitava che si ritrovassero a sfidare alcuni giocatori la sera prima delle partite, mentre si stava tutti insieme al ritiro delle squadre”. Magari battibeccavano tra di loro, non mancava la rivalità soprattutto quando c’era di mezzo un mazzo con 40 carte, ma sempre nel rispetto delle loro professionalità.
Quel 10 gennaio 1960 Cucchi era davanti a una radio e come molti ascoltava rapito le radiocronache: “Ho assistito alla prima puntata e ne ero incantato. La radio per me è stata una scoperta da bambino, racconta più della tivù, era magica. Tutta la mia gioventù è trascorsa con accanto una radio”. Così quando per Natale gli è stato regalato un registratore a nastro, come non se ne fanno più, ha iniziato a inventare le sue personali radiocronache: “Registravo, mi riascoltavo, cronometravo e cercavo di rispettare i tempi. Insomma, imitavo quello che sentivo fare dai radiocronisti veri”. Sei anni dopo l’esordio, la trasmissione era già molto popolare. Alfredo Provenzali era uno studente d’Ingegneria navale a Genova, sua città natale. Il suo approdo al mondo della radio è stato meno scontato di quanto s’immagini: “Un giorno ho incontrato un amico che faceva il collaboratore a Radio Rai che mi chiese se volevo provare anch’io. Ho accettato e da quel momento è cambiata la mia vita”. Così è diventato prima un radiocronista, con una predilezione per la sua squadra, la Sampdoria, poi è passato alla conduzione della trasmissione. Un ruolo, il suo, determinante per organizzare la scaletta degli interventi dai campi e gestire i radiocronisti. Accompagna i pomeriggi degli italiani che ancora scelgono la radio, il genovese di Sampierdarena che da quarant’anni è al microfono della trasmissione. Come lui stesso spiega “è necessario avere sempre paura durante la diretta, non solo per i colleghi ma soprattutto perché ci sono migliaia di ascoltatori che meritano il meglio”.
La parte più complicata senza dubbio nel raccontare una partita è riuscire a ricostruire le azioni in diretta. “Raccontiamo dov’è il pallone, cosa che in tv non è necessaria – spiega Cucchi –. La radio ha i tempi serrati, l’importante è non prevenire, limitarsi ad osservare attentamente e descrivere il gioco in campo. Altrimenti si perde la bellezza del momento”. “Raccontiamo in diretta lo sport più imprevedibile con una formula di successo” gli fa eco Provenzali.

Il linguaggio della radio, si sa, è fondamentale. Il “noi” con il quale i radiocronisti si rivolgono ancora oggi agli ascoltatori è stato usato dai grandi e si mantiene tutt’ora perché aiuta a fare un passo indietro, essere meno protagonisti e più rispettosi nei confronti dell’ascoltatore. In fondo, come sostiene Cucchi, il radiocronista è “il tramite dell’evento”. Alcune espressioni di Ciotti, come “gli spalti al limite della capienza” o “giornata calda, ventilazione inapprezzabile, terreno perfettamente agibile”, “clamoroso al Cibali!” sono entrate nella storia.
“Per dare un ritmo più serrato alla trasmissione, cerchiamo di attenerci a collegamenti brevi e ben ritmati. Seguiamo sette campi di serie A. Bene, il giro degli aggiornamenti dura al massimo cinque minuti, il che significa anche ciascuno ha a disposizione al massimo 40-60 secondi per descrivere l’azione. Il ritmo della trasmissione è fondamentale, bisogna essere veloci e brevi. Dobbiamo fornire i risultati agli ascoltatori che magari sono distratti da altro o restano sintonizzati solo per poco tempo”. Questo è il segreto per Cucchi per rendere tutte le radiocronache diverse, senza sovrastrutture: “Dobbiamo rendere il momento di gioco, non il nostro stile di giornalismo. Poi è naturale che ognuno ne abbia uno, ma eliminare le interpretazioni forzate regala più emozione”. Un tempismo, quello radiofonico, fatto di istanti e secondi, dove il tempo è un metro di giudizio inesorabile per i calciatori in campo e i radiocronisti in tribuna.
“Ancora oggi ricordo sempre i loro insegnamenti e cerco di trasmetterli. Abbiamo avuto la fortuna di avere una grande scuola alle nostre spalle. In un pezzo di un minuto ho la capacità di sentire il tempo, non so spiegare come funziona ma è come se la mia testa registrasse e contasse i secondi per me”.
Un’abitudine particolare che caratterizza la trasmissione è anche quella di descrivere la divisa delle squadre a inizio partita. Cucchi la spiega: “E’ una scelta che deriva da una lettera che ho ricevuto tempo fa. Un ascoltatore non vedente mi fece notare che la descrizione dell’abbigliamento era un particolare in più che poteva essere importante per chi non vede la partita”. Oggi è ancora più importante perché ogni squadra ha più d’una divisa ufficiale. “Diamo un elemento in più per chi ci ascolta. Serve veramente a tutti, in fondo neppure noi sappiamo mai con quelle maglietta andranno in campo i giocatori”.

Non sempre “Tutto il calcio” si è occupato di partite di serie A. E’ capitato per due episodi diversi che venissero proposte nove partite (una per girone) della serie D. Quando si ha a che fare con squadre meno conosciute è difficile imparare a riconoscer i giocatori. Negli anni Ottanta era un problema maggiore, oggi grazie a Internet è tutto più semplice. Comunque mi ha aiutato a lungo l’abitudine di collezionare le figurine: l’ho fatto per anni per studiare come erano fatti i giocatori, poi in campo ne studiavo il modo di correre, le abitudini e i particolari. Oppure facevamo mandare i fax con le foto dei calciatori o andavamo agli allenamenti. Oggi basta accendere la tv per vedere una partita”.
Dietro ogni radiocronista c’è comunque una appassionato che segue il calcio e com’è naturale ha le proprie simpatie. Cucchi spiega che “il tifo passa in secondo piano, un po’ perché è necessario essere imparziali per fare al meglio il nostro lavoro”, poi subentra la routine delle partite. “Seguire il calcio è sempre emozionante, il tifo vero tende a scemare col tempo. All’inizio di sicuro è difficile camuffare una propensione, anche se è un dovere che è implicito e imposto per il bene di chi ascolta. Poi i colori della squadra del cuore tendono a sbiadire un po’ e resta solo l’amore per il calcio. Oltre quello per la Nazionale”.
Sono le difficoltà delle prime radiocronache a non affievolirsi nella memoria. “Una delle prime partite che ho seguito è stata a Pisa. Improvvisamente, chissà perché, dissi Livorno invece che Pisa. Errore imperdonabile, le due città e le due tifoserie si odiano da sempre così i tifosi sugli spalti protestarono rumorosamente. Persi completamente il filo e a quel punto continuai imperterrito a chiamare il Pisa Livorno. Questo episodio ha fatto sì che dalla domenica successiva mi presentassi sempre allo stadio con un pezzo di carta dove c’era scritto il nome delle squadre in campo”.

Anche Cucchi ricorda l’emozione delle prime radiocronache: “Seguivo muto gli altri e temevo di doverli interrompere per dare l’aggiornamento del risultato. Sapevamo come essere rapidi perché Moretti e Ciotti ci avevano insegnato come inserirci al momento giusti, ma intervenire sui colleghi più esperti non era mai piacevole”. Dopo tanti minuti di gioco raccontati e spiegati nel modo migliore, se si perde il tifo, resta l’emozione. “La partita che ricordo con più affetto – precisa Provenzali – è quella che non ho visto. Durante i campionati di Messico del ’70 dopo aver seguito la semifinale Italia Germania, la finalissima Italia Brasile sarebbe stata commentata da Ameri e Ciotti. Guglielmo Moretti aveva ottenuto la possibilità per me e un tecnico di nasconderci negli spogliatoi dell’Italia. Siamo entrati nello stadio Atzeca all’alba, quando era ancora vuoto. Ci eravamo portati dietro qualche libro per ingannare l’attesa e dei panini. Siamo rimasti nascosti fino alla fine della partita. Sentivamo i rumori dal campo i boati ed è stato ancora il ricordo più emozionante”.
Per Cucchi il ricordo migliore è invece legato alla notte del 9 luglio all’Olympiastadion di Berlino. Un altro Mondiale, ma soprattutto un altro risultato. “Ho avuto la fortuna di brindare ai campioni del mondo nel 2006, e non finirò mai di dire che è stata la giornata più bella della mia carriera. Innanzitutto perché oltre a me solo Niccolò Carosio ed Enrico Ameri lo avevano fatto. Nei giorni precedenti alla partita, ho pensato spesso a cosa avrei potuto dire, prendevo appunti e cercavo di immaginare quel momento. Poi, ho capito che quella ricerca avrebbe rovinato la bellezza del momento che altri grandi come Ciotti non hanno mai avuto la possibilità di raccontare. Quando Fabio Grosso ha segnato l’ultimo calcio di rigore, nei pochi momenti in cui la lucidità sembrava smarrirsi è stato spontaneo per me ripetere quattro volte “Campioni del mondo” sulla falsa riga di quello che aveva fatto in televisione Nando Martellini”.

Dunque a distanza di tempo e parecchie partite dopo “Tutto il calcio” resta il compagno di molti italiani. “I festeggiamenti – spiega Cucchi – sono iniziati in parte l’anno scorso. Durate ‘Zona Cesarini’ (altra trasmissione storica della radio) abbiamo chiesto agli ascoltatori cosa pensassero e di scriverci i loro ricordi di tutto il calcio. Le risposte sono state tante, il nostro è un pubblico eterogeneo e giovane”. Alcuni appassionati più accaniti di “Tutto il calcio” si sono divertiti ad associare le voci dei radiocronisti preferiti alle immagini della partita e hanno messo l’inedita accoppiata video-radio su YouTube. “Danno alla radio quello che manca, le immagini. La bellezza della radiocronaca si completa con l’estro di questi anonimi tifosi” commenta Cucchi.
Il compleanno vero e proprio di “Tutto il calcio” è fissato quindi per il 10 gennaio 2010, che come mezzo secolo fa cade proprio di domenica e sarà festeggiato nel modo migliore: con le cronache dai campi delle partite. La forza della voce e delle onde medie non è stata scalfita neppure dalle diverse tecnologie che propongono mille modi diversi di seguire il pallone. Mezzo secolo di calcio e non dimostrarlo. “C’è anche una 21esima squadra che nel massimo torneo è presente da 50 anni, non ambisce a scudetti ma vuole continuare ad esserci perché ci siete voi, gentili radio ascoltatori con l’attaccamento più da amici che da tifosi della trasmissione”. Così ha presentato la trasmissione Provenzali domenica scorsa. Tanto lavoro appassionato e infaticabile non può che conquistare al primo ascolto. E la magia si perpetua di nuovo, giornata dopo giornata.

© 2009 – FOGLIO QUOTIDIANO

di Marianna Venturini

http://www.ilfoglio.it/soloqui/3207

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