Ritratto di signora: incontro con Suad Amiry

imagesLa scrittrice palestinese si racconta, combattendo l’occupazione con l’arma più temuta: un’intelligente ironia

Da peacereporter

Ironico, pungente, diretto, che non si abbandona al vittimismo ne all’autocommiserazione, il libro Sharon e mia suocera (ed. Feltrinelli, 2003) rispecchia appieno il carattere della sua autrice, la palestinese Suad Amiry.Questo eclettico personaggio della scena culturale locale é una rifugiata orginaria di Jaffa, cresciuta tra Giordania e Siria, che è tornata a vivere a Ramallah nel 1981; è un architetto donna che si occupa di creazione di impiego nei villaggi di campagna; membro della delegazione palestinese ai colloqui pre Oslo (1991-93) e disillusa dai negoziati, ora combatte la sua battaglia aiutando le comunità rurali; e’ una donna in menopausa che trabocca di energia e buonumore a differenza della sua amata terra, e ha addirittura un cane, animale impuro per la religione musulmana, che riesce a mimetizzare grazie all’aspetto da roditore.

Suad definisce la Palestina “terra in menopausa”, in quanto sta attraversando quel periodo della vita in cui si stila il bilancio di cio’ che si e’ fatto, e l’idea che lei ci da’ e’ che interpreti questa difficile tappa come occasione da cui trarre nuova forza e consapevolezza per reinventarsi umanamente e professionalmente.
Entrando nella sede di Riwaq, centro di restaurazione e conservazione degli edifici storici fondato da Suad Amiry nel 1991, incontriamo una delegazione della International Women’s Commission (Iwc), formata tra l’altro da Luisa Morgantini, ex vice presidente del Parlamento Europeo e l’ex Ministra degli Affari Esteri islandese, Ingibjorg Solrun Gisladottir. Suad cerca di far adottare alle signore europee qualche villaggio palestinese in modo da finanziare il restauro degli edifici storici abbandonati o in disuso. Ad Ottobre RIWAQ sara’ presente alla Biennale di Venezia con un progetto intitolato “A geography: 50 villages”, luoghi in cui la Amiry ha attivato progetti di recupero architettonico.

La battaglia di Suad riguarda la preservazione dell’identita’ grazie all’architettura tramite il restauro del patrimonio culturale palestinese e la creazione di spazi di aggregazione alternativi alle moschee – “spesso unici punti di accesso culturale nei villaggi”- che siano a disposizione della comunita’ intera, sottolinea Suad. “Il governo israeliano dal ’48 al ’51 ha raso al suolo 420 villaggi palestinesi”, dice, “cancellando ogni traccia dell’esistenza dei palestinesi in quello che sarebbe poi diventato il territorio israeliano”. Il principio sul quale si fonda Riwaq e’ Riabilitazione attraverso la creazione di impiego: Riwaq offre il finanziamento e la supervisione del restauro di un edificio ad associazioni o ONG esistenti sul territorio a costo zero, dando cosi’ lavoro ai numerosissimi dispoccupati delle zone rurali e utilizzando per la maggior parte materiale di costruzione locale. A Suad risulta relativamente facile scrivere un libro: “quando scrivo un libro lo concepisco come un edificio, cerco sempre di mostrare la complessita’ dell’identita’, voglio essere sicura di considerarmi multiculturale”.

Paragona se stessa alla Palestina “abbiamo un carattere complesso” dice, “spesso i politici semplificano e purificano questo carattere per negare o togliere i diritti che spettano a tutti gli individui”. Sostiene che la riduzione di un individuo ad una etichetta di appartenenza perpetua quegli stereotipi che deumanizzano le persone.
La Amiry ha partecipato nel ’91 e ’93 ai colloqui di pace presso il Dipartimento di Stato a Washington come unico membro donna della delegazione palestinese: “ho ricevuto una chiamata, ero spaventata, ma ho accettato. Hanno scelto me come membro della PLO, ma anche perche’ ero attiva mantenendo il mio lavoro di architetto come attivita’ principale”. “Ho avuto la possibilita’ di vedere come pensano gli israeliani, e cio’ che posso dire di quei due anni, e’che sono stati una perdita di tempo, non erano seri riguardo alla negoziazione. E’ stata comunque una delle esperienze piu’ intense che abbia mai vissuto “, e magari, ci dice, scrivera’ un libro dal titolo Un punto di vista femminile sulla politica.

A Suad non piacciono gli stereotipi che troppo spesso caratterizzano i Palestinesi: “non voglio essere un simbolo di morte, ma di vita. Nella mia scrittura cerco di mostrare che esiste un popolo che vuole vivere in modo semplice, andare al cinema, passeggiare, vivere”. “Sono legata ai dettagli, alla texture (trama) della vita. Un bambino che non puo’ andare a scuola per me e’ una notiza piu’ importante rispetto ad Hamas che ha fatto questo o quello”. Dalle alte sfere della politica alla vita semplice dei palestinesi Suad non ha cambiato la sua visione degli stereotipi: “come Palestinese ho sempre sofferto a causa di essi. La generazione della PLO ha speso il suo tempo a dire siamo vittime dell’occupazione. Gli stereotipi sono uno degli strumenti principali delle occupazioni, l’abbiamo visto in Vietnam ed in Sudafrica ad esempio. Quando scrivo cerco si enfatizzare quanto gli esseri umani siano simili: simpatia ed empatia sono estremamente importanti per realizzare che cio’ di cui ho bisogno io corrisponde a cio’ di cui ha bisogno l’altro”.

Le chiediamo se il distruggere gli stereotipi e’ il motivo per cui i suoi libri sono tanto famosi e Suad ci risponde che non pensava che il suo primo libro, Sharon e mia suocera, avesse un pubblico di lettori tra i suoi connazionali, in quanto tutti i palestinesi vivono le stesse esperienze di occupazione, corpifuoco, impossibilita’ di vivere una vita quotidiana semplice proprio come lei. Afferma di aver imparato che: “che cio’ che esce dal cuore va diretto al cuore del lettore”.
Per questo nel suo libro “Niente sesso in citta’” la Amiry racconta storie personali di sue amiche attive nella PLO, tutte nel periodo della menopausa, come la Palestina: ” la situazione della PLO e’che ha perso potere a vantaggio di Hamas, che ora si propone come la PLO negli anni ’70, con la solo differenza della componente religiosa. Io e le mie amiche dobbiamo rivalutare la nostra vita e in questo momento il sesso e’ altamente simbolico, come per Hamas, che vorrebbe una societa’ religiosa conservativa in cui il sesso e’ bandito”.

Chiediamo alla Amiry come sia cambiato il ruolo delle donne dagli anni ’70 ad oggi e ci risponde che ” le attivita’ per la liberazione della palestina erano connesse con quelle della liberazione delle donne. Molte di noi erano politicamente attive nella PLO, specialmente quelle appartenenti al DFLP e al partito comunista, ma non in quanto femministe, solo come politiche”. Sostiene che nel processo di liberazione della terra si vada incontro alla liberazione della donna in quanto e’ spinta a muoversi, viaggiare e conoscere. Sottolinea che le donne di cui si parla sono sempre di classe medio borghese, che, nonostante dicano di rappresentare la classe proletaria, hanno agende politiche e sociali corrsipondenti ai propri bisogni e legate alle loro possibilita’. Si definisce piu’ simile ad una donna italiana per via del suo grado di istruzione, delle possibilita’ di conoscere e viaggiare e per lo standard di vita, che non ad una di Hebron: “probabilmente dando a lei le stesse opportunità di educazione e di viaggiare avremmo molti più punti in comune.”
“Ora le donne sono piu’ qualificate e specializzate, non hanno un interesse spiccato per i temi generali, ora c’e’ un vuoto, ed e’ il prezzo che dobbiamo pagare”. Aggunge che”questo vuoto cerca di essere riempito da Hamas, dalla sua agenda politica attenta al sociale.Le donne di Hamas sono molto attive nel mobilitare la gente, il loro credo e’ Dio, per noi erano Marx o Mao Tse-tung”.

La Amiry crede nei partiti politici, senza i quali non puo’ avvenire alcun cambiamento, ma dice che “stiamo vivendo la fine di un’era. L’UnioneSovietica e il Socialismo sono crollati, ci e’ voluto molto tempo per capire cosa stesse succedendo.Tutti parlano di Hamas ma nessuno menziona il DFLP, il PFLP o il partito comunista. Abbiamo bisogno di nuovi movimenti che si propongano come alternativa, il movimento delle donne si e’ disperso”.
Chiediamo alla scrittrice se crede in Obama e lei sorridendo ci risponde che Obama rappresenta la nuova era, l’alternativa che nominava prima. Descrive il neo presidente americano come qualcuno che ha capito che il mondo e’ cambiato: ” i nostri cervelli colonialisti devono accettare questi cambiamenti. Obama e’ il presidente delle nuove realta’, riassume in se’ tratti diversi, e’ multiculturale, multi strato come un vero statunitense”. “Dimentichiamoci della Palestina” dice provocativamente “non mi importa della Palestina, quando e’ arrivato Obama ho pensato all’Iraq, agli afroamericani negli USA, la mia terra non e’ l’unico argomento al mondo. Si’ sono molto ottimista riguardo al futuro dell’umanita’ non solo per la Palestina”.

scritto per noi da
Ines Gramigna e Virginia F. *

*casco bianco del progetto Go’el in Palestina, con l’Associazione Papa Giovanni XXIII

 

 

 

 

 

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