ATLANTE LETTERARIO/11

imagesRINASCENZA albanese

Il sociologo Artan Fuga scriveva nel 1991 che l’Albania è più grande del proprio territorio, alludendo al fatto che la nazione, e quindi anche la sua letteratura, si estende oltre i propri confini: oggi due sono gli Stati, Albania e Kosovo, inoltre c’è la minoranza residente in Macedonia e lungo tutti i confini, dalla Grecia al Montenegro. Ma agli autori viventi in queste aree vanno aggiunti gli scrittori della moderna diaspora, che si sovrappone a quella antica del XV secolo, in Italia. Caduto il regime comunista, il mercato è stato invaso da una caotica produzione libraria e da tutto un fiorire di case editrici (anche fai da te) ma ciò non toglie che nemmeno ai grandi scrittori i propri libri bastino a garantire la sussistenza. E in alcuni di loro emerge l’amara costatazione del fatto che nel passato regime gli intellettuali godevano di maggiore attenzione.
Gli albanesi sono un «popolo di poeti», come del resto lo sono gli italiani, e come questi – diceva Hemingway – una metà scrive e l’altra legge. Nel bene e nel male di quella che è ormai una sovrapproduzione libraria, si direbbe che i cosiddetti «figli delle aquile» siano più assimilabili agli italiani che al mondo orientale con il quale si cerca di confonderli. In Italia si continua a pubblicare pressoché solo Ismail Kadaré, tradotto da trent’anni e da venti candidato al Nobel.
Senza tenere conto delle riedizioni e delle rielaborazioni dei romanzi scritti durante il regime e ripubblicati a Parigi, dove l’autore vive, quel che viene riproposto è ancora fermo alle prime traduzioni degli anni ’80, tutte dal francese: dal Palazzo dei sogni (Longanesi), l’orwelliano romanzo, metafora del potere che vuole controllare anche i sogni dei sudditi, alle nuove scritture di Vita avventura e morte di un attore o del Successore (Longanesi), nel quale l’autore adotta la tecnica del thriller per indagare sul dubbio suicidio del primo ministro Mehmet Shehu, nel 1981.
Dall’immaginazione infantile
Tra le righe emergono tutte le dinamiche della dittatura albanese, mentre domina quell’universale presente proprio dei totalitarismi di ogni epoca e di ogni paese, che costituisce ormai una peculiarità dei testi di Kadaré. Non ancora tradotta è l’ultima sua opera uscita in Albania con il titolo Darka e gabuar («La cena sbagliata»), che in un misto tra finzione e realtà prende avvio dall’occupazione nazista di Argirocastro, città natale dello scrittore, che il medico Gurameto salvò dalla furia di un colonnello nazista. Il libro sancisce al tempo stesso il recupero della memoria e la continuazione di quanto si narra nella Città di pietra (Longanesi), della quale è sempre protagonista Argirocastro, con i suoi tetti di ardesia tra i quali si insinua il complesso intrico di viuzze lastricate, spesso interrotte da lunghe gradinate, e con le sue case-torri d’aspetto orientale addossate alle colline. Narrato con gli occhi del bambino Kadaré, il racconto lascia che l’immaginazione infantile trasformi quel che vede, mentre assiste all’avvicendarsi delle truppe di occupazione greche e italiane, fino all’ingresso in città dei tedeschi: «Le truppe tedesche avevano varcato la frontiera meridionale. Ora marciavano sulla città, che la popolazione s’affrettava a evacuare. Era la terza volta nella sua lunga esistenza che la città veniva abbandonata.»
Scrittore la cui opera di finzione dà corpo a una realtà surreale, Visar Zhiti – nato nel 1952 – parte dalla propria testimonianza sul carcere patito per arrivare a consegnare le sofferenze personali e di un intero popolo a pagine fino a quel momento rimaste in bianco. Le sue opere sono spesso costruzioni simboliche della tragica esperienza patita nel gulag albanese, con lo sguardo rivolto all’Europa. Visar Zhiti è autore di un libro di poesie mai pubblicato, perché giudicato decadente e pessimistico, nonché fautore di una propaganda sovversiva contro il realismo socialista. In carcere, mancandogli carta e penna per scrivere, compose e memorizzò decine di poesie. Venne liberato nel 1987, come tutti gli ex condannati politici e finalmente, alla caduta della dittatura, il suo lavoro fu pubblicato, rendendolo notissimo nel suo paese, quasi un simbolo della persecuzione.
L’incontro con la libertà e la democrazia, dal punto di vista dei musulmani schipetari, è il filo che tiene insieme la raccolta di novelle che Visar Zhiti ha intitolato Passeggiando all’indietro (Oxiana), dove lo sguardo su quanto accade in Italia oscilla tra grottesco e ironia: «Anche le immondizie hanno un posto, hanno un automezzo. Mentre io non ho posto nemmeno tra i rifiuti!». Nella raccolta di poesie Croce di Carne (Oxiana, 1997), si legge invece: «Anche in Italia potrai piangere, potranno rubarti… il nome»: e proprio questo accade quando il cognome Çani (che si legge Ciani) diventa, nei documenti italiani, Cani, solo perchè l’alfabeto non possiede ufficialmente le lettera «Ç». Sulla linea di un abbraccio con l’Europa foriero di delusione si trova anche il romanzo, in attesa di un editore italiano, titolato Il semidio e la donna proibita, il cui protagonista è impegnato in un emblematico viaggio in cui cerca di raggiungere la Corte di giustizia dell’Aja per portare al suo cospetto un dossier sui crimini della dittatura. Il peregrinare ha inizio in Italia, porta dell’Europa – «solo, con una piccola valigia un po’ scucita nella chiusura a lampo, ma che importa, l’epoca è ancora più sdrucita. Ci vuole un sarto o un calzolaio per cucire l’Europa, gli stati, spaccati…» – e continua tra le capitali europee alle frontiere delle quali il protagonista viene regolarmente respinto. Tra le pagine riaffiorano al presente il tema della patria abbandonata in mano a politici corrotti, gli incubi e i rimandi memoriali di donne impazzite o uccise nel carcere, e tutto ciò senza che Felix riesca a liberarsi di quel passato che la sua coscienza cerca di sedimentare. Ma la sete di giustizia non trova soddisfazione in Europa, e il viaggio di Felix termina in un macabro gioco tra vittima e visioni di carnefici, per approdare al suicidio, a Vienna.
Appartiene al filone della letteratura scritta in carcere, e al vissuto che si riappropria di esperienze europee un tempo proibite, anche l’opera di Bashkim Shehu, che vive a Barcellona ed è figlio del primo ministro suicidatosi (o suicidato nel 1981). Nella sua recente raccolta di novelle, Mulliri që gëlltiste shpirtra («Il mulino che inghiottiva anime»), si imbastisce un trittico intrecciato di superstizioni e realtà: composta in un campo di detenuti nel 1990, una delle novelle è presente nella raccolta Le ombre (manifestolibri): «C’era una volta, non molto tempo fa, un mugnaio» di nome Zenun Krasta al quale la moglie Zelka leggeva i fondi delle tazzine di caffè. La predizione di una sciagura sconvolge l’uomo: «Ecco – dice – guarda la tomba… questo grumo nel fondo… il deposito raccolto lì… questo grumo in mezzo… Ce l’abbiamo proprio in mezzo al mulino…» Ma la realtà supera la fantasia quando a presentarsi è il diavolo in persona: «Guarda, questo mulino sembra un mulino, mentre è qualcosa di molto più prezioso e, se fai come ti diciamo noi, puoi cavarci fuori dei guadagni molto ma molto più grandi di quanti ne possa dare un mulino qualunque». Va a finire che Zenun non sarà più capace di distinguere chi sia il vero Diavolo e il mulino stregato inghiottirà tutto.
Autori scomparsi dai cataloghi
Nel romanzo titolato Angelus Novus, invece, Bashkim Shehu mette in scena due vite parallele: quella di Benjamin, l’intellettuale suicida di fronte all’orrore nazista, e quella del protagonista albanese Mark Shpendi, che visse alla fine del secolo scorso. Un uomo perseguitato dalla dittatura al quale non è permesso continuare gli studi, ma dotato di una intelligenza straordinaria e di una filosofia semplice giunge, nel carcere dove è rinchiuso, alla stessa conclusione del filosofo ebreo. Ma la continua sorveglianza dei guardiani impedisce all’albanese di suicidarsi, e lo indirizza verso un destino persino più tragico. Nonostante il suo interesse, di Bashkim Shehu si sono perse in Italia le tracce: non lo si trova, infatti, nei cataloghi di alcuna casa editrice, mentre le traduzioni dei suoi libri circolano in tutta l’Europa.
Stessa sorte quella di Fatos Kongoli, poeta e matematico che ha studiato anche a Pechino, dove è ambientato quello strano impasto di esistenzialismo e atmosfere noir che fa da sfondo al Drago d’avorio (Besa): tra queste pagine l’autore racconta, in forma autobiografica, le sue esperienze negli anni di Mao Zedong e della rivoluzione culturale. Una storia adolescenziale rivissuta trent’anni dopo, quando è ormai un giornalista di regime di mezza età, alcolizzato, disincantato, con alle spalle un matrimonio fallito e la necessità di avviare finalmente un dialogo con i suoi due figli.
Nell’Ombra dell’altro (Besa) Fatos Kongoli mette in scena un incubo concreto quanto la realtà, abitato dal personaggio di un Cadavere. Responsabile delle pagine culturali del giornale Rilindjia Demokratike («Rinascita Democratica»), Fatos Kongoli è considerato dalla critica letteraria l’erede di Kadaré, e tuttavia anche il suo nome è scomparso dai cataloghi italiani; una scomparsa simile a quella subita nell’Albania della dittatura dal burocrate del romanzo Ascesa e caduta del compagno Zylo (Argo) di Dritëro Agolli, in cui quanto è accaduto si rivela solo alla fine: «il compagno Zylo era caduto in disgrazia». L’ultimo suo romanzo Jetë në një kuti shkrepësesh («Vita in una scatola di fiammiferi») ha il sapore del noir, ma i contenuti intrecciano anche le disuguaglianze quotidiane, il disordinato urbanesimo di Tirana e l’integrazione di chi dalle periferie s’insedia nella capitale, fino a esibire una incomunicabilità sociale così estrema da rasentare tendenze schizoidi.
Tutt’altri temi quelli affrontati dal minimalista Ylliet Aliçka, autore di novelle raccolte nei Compagni di pietra (Guaraldi). Il suo romanzo di prossima pubblicazione in Italia Një rrëfenjë me ndërkombëtarë («Un racconto con i diplomatici», di cui non si sa ancora l’editore) è saturo di note grottesche che colgono la sufficienza, per non dire la mentalità colonialista, con la quale i diplomatici delle organizzazioni internazionali, presenti a Tirana, si mettono in relazione con gli albanesi. Denso di stereotipi folklorici e romantici, il romanzo è capace di proporsi – secondo l’autore – a mo’ di surrogato di come ci «rappresentano gli altri»: ovvero quei «missionari di civiltà» convinti che l’Albania coincida con il centro orientale dell’arretratezza.
Oggi, gli autori albanesi sintonizzati con i recenti mutamenti della realtà sono i meno tradotti del panorama internazionale, e gli editori – dopo le molte pubblicazioni dei primi anni ’90 che raccontavano di un popolo affacciato tumultuosamente alle nostre sponde, ricco di piaghe spirituali, povertà e speranze – hanno oscurato la letteratura albanese, limitandosi a farci conoscere quasi il solo Kadaré.
Una miriade di fedi diverse
Nell’ambito del romanzo storico un filone recente riprende il problema sollevato appunto da Kadaré quando invitava gli albanesi a tornare alla religione cristiana, nell’intento di riappropriarsi della primigenia identità perduta in seguito all’occupazione ottomana. In questo ambito, Ben Bllushi si emancipa dagli schemi storici tradizionali e sposa tesi trasgressive e controcorrente nel suo romanzo di esordio Të jetosh në ishull (2008) («Vivere in isola»), libro tra i più controversi e venduti in Albania, insieme a quelli di Zhiti e preceduti nelle vendite solo dall’ultima opera di Kadaré. Sullo sfondo storico dei secoli XV-XVIII, il monito «abbracciate la fede dell’ occupatore e non avrete mai il vostro Stato», si tramuterà nella domanda relativa al come si compì il processo di islamizzazione dell’Albania. Il tutto muovendosi tra protagonisti immaginari e storici, da Skanderbeg e la famiglia Araniti fino a Ali pascià di Tepelena, il leone di Gianina, cantato da Byron.
In una terra dove le fedi religiose sono distribuite a pelle di leopardo, l’Albania resta in bilico tra occidente e oriente e in aperto contrasto con i popoli confinanti; ma già dal 1990, quando gli studenti in rivolta contro la dittatura gridavano: «Vogliamo essere come l’Europa» è stato individuato l’orizzonte al quale guardare.

http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20090829/pagina/11/pezzo/258571/

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