Ho rubato il prezioso sorriso di Smith

imagesdi Fabrizio Galimberti

«Dear Smith…». L’incipit è meno florido di quanto ci si potrebbe aspettare da una lettera del Settecento (precisamente, del 12 aprile 1759). Ma forse la mancanza di formalità è dovuta al fatto che il mittente – David Hume – era di 12 anni più vecchio del 36enne destinatario – Adam Smith. Non so quando Smith la lesse – da Leicester Fields, a Londra, dove abitava Hume, a Glasgow, dove insegnava Smith, ci sono 550 chilometri, ma la posta impiegava una staffetta di carrozze e veniva consegnata due volte al giorno – ma mi sarebbe piaciuto vederlo quel giorno (il 14 aprile?) mentre gustava i complimenti al suo libro – la Theory of Moral Sentiments – e sorrideva dello stile ironico e scanzonato di Hume.

Il grande storico e filosofo, che aveva pubblicato a 26 anni un’opera (The Treatise of Human Nature) che i posteri avrebbero giudicato uno dei libri più importanti della filosofia occidentale – sembra quasi prendere in giro Smith in quella lettera deliziosa: «L’approvazione delle moltitudini? Niente può essere una più forte prova di falsità… Supponendo, quindi, che tu ti sia preparato al peggio con queste mie riflessioni, procedo a darti la melanconica notizia che il tuo libro è stato molto sfortunato: il pubblico sembra disposto ad applaudirlo senza freni». Successo di critica e di pubblico, dunque. E Hume riporta anche la contentezza dell’editore: «Millar esulta e fa vanto del fatto che due terzi dell’edizione sono già venduti. Vedi che “figlio della zolla” è quello, che valuta i libri solo per il profitto che gli portano…».

Duecentocinquanta anni dopo quella Theory of Moral Sentiments non ha perso smalto, e anzi ha acquistato nuovo lustro. Quanto avrebbe fatto bene quella lettura a quei politici «schiavi di qualche economista defunto» (come diceva Keynes) e a quei finanzieri che ci hanno messo nel pasticcio della Grande recessione! Avrebbero capito che il mercato non si aggiusta da solo, che non è solo algoritmi e modelli ma è anche in balia di tanti moral sentiments, che l’avidità e la paura possono oscurare razionalità e senso comune, che l’equità distributiva e la solidarietà sociale sono ingredienti essenziali di un sistema economico sostenibile.

Ma perché Adam Smith, il “padre dell’economia”, discettava di “teoria dei sentimenti morali”? Il buon Adam non poteva scrivere di economia perché l’economia come scienza ancora non esisteva: l’ha inventata lui, e il primo libro di economia sarebbe stato, 17 anni dopo, la famosa Inchiesta sulla natura e sulle cause della ricchezza delle nazioni. Ma l’indagine economica era saldamente radicata, per un professore di Filosofia morale quale era Smith, nell’indagine sulle motivazioni dell’homo sapiens (l’homo oeconomicus sarebbe venuto più tardi). Il suo amico e mentore David Hume l’aveva già detto anni prima, nell’introduzione a The Treatise of Human Nature: «È evidente che tutte le scienze… anche la matematica… hanno relazione con la natura umana… e la scienza dell’uomo è il solo solido fondamento per le altre scienze».

Spesso Adam Smith, con la sua “mano invisibile” che regola il complicato orologio dei meccanismi economici, è stato considerato l’antesignano del laissez faire, dell’economia che si aggiusta da sola, del mercato che risolve tutti i problemi… Niente di più falso. È vero che Smith, nella famosa citazione dalla Ricchezza delle nazioni, scrive che «Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio, che aspettiamo il nostro sostentamento, ma dalla considerazione del loro proprio interesse. Noi ci affidiamo non alla loro umanità ma al loro egoismo, e non gli parliamo mai dei nostri bisogni ma del loro vantaggio». La spada di Damocle della concorrenza (se il fornaio non fornisce un buon pane a un buon prezzo i clienti vanno altrove) assicura che il tornaconto individuale conduce al benessere collettivo. È come se un individuo – scrive ancora Smith – fosse «condotto da una mano invisibile a promuovere un fine che non faceva parte delle sue intenzioni…». Insomma, aveva ragione la volpe (nel Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry): «Le cose più importanti sono invisibili».

Ma questa mano invisibile si sarebbe subito anchilosata senza la “polverina magica” della concorrenza. Adam Smith non aveva nessuna illusione sul fatto che, lasciati a se stessi, macellai, birrai e fornai preferirebbero spendere meno possibile per la carne, la birra e il pane che ci vendono a caro prezzo: «Quelli che fanno lo stesso mestiere di rado si incontrano, foss’anche per divertirsi, ma se si trovano assieme la conversazione volge sempre in una cospirazione contro il pubblico o in qualche modo di alzare i prezzi». Il buon funzionamento dell’economia, insomma, è affidato a una mezzadria fra pubblico e privato: un privato che segue il piano inclinato della “mano invisibile” e un pubblico che deve proteggere il bene pregiato della concorrenza contro prevaricazioni e malversazioni.

Questo è fra i più preziosi insegnamenti di Smith; ma ancora più preziosa è l’altra intuizione, già adombrata nella Theory of Moral Sentiments: anche nell’agire economico contano “simpatie” e motivazioni, e la società è lo specchio in cui il singolo – anche l’homo oeconomicus – prende coscienza di se stesso. Vi sono qui le radici delle “bolle”, dell’istinto del gregge, di una teoria psicologica in cui l’individuo cerca l’approvazione dello “spettatore imparziale” (la mente corre ai giurati del “concorso di bellezza” di Keynes). E già in quel libro del 1759 viene menzionata per la prima volta quella “mano invisibile” che sarà disegnata con più precisione nella Ricchezza delle nazioni.

Strano uomo, Adam. Quel giorno in cui lesse la lettera di Hume i complimenti e i commenti al suo libro erano la trama e l’ordito della sua vita. Era un uomo di scienza, e sui “sentimenti morali” si chinava come un entomologo che studia un formicaio. Non si sposò mai, fu sempre molto vicino alla madre e visse con lei per buona parte della sua vita. Ma secondo Walter Bagehot (in un saggio del 1876 nella Fortnightly Review, «Adam Smith as a Person»), la vita di Adam Smith non fu, «come quella di Macaulay, una vita senza una donna». Vi sono, dice Bagehot, dicerie di un attaccamento giovanile a «una giovane lady di grande bellezza e raffinatezza». Ma non si sa altro, e solo si sa che la cosa non deve aver avuto seguito per quell’uomo schivo e “sposato ai libri”. Sembra, comunque, che quella lady «morì nubile, e in quel caso i cinici romanzieri francesi – ironizza Bagehot – direbbero che il gentleman non deve essere stato molto insistente, perché “una lady non può sempre dire no”!».

Del genio, Adam Smith aveva la qualità chiave: la curiosità. Filosofia ed economia non furono le sole selve del sapere che gli piacque disboscare. Scrisse di storia e di giurisprudenza, vergò una History of Astronomy (che fu pubblicata postuma) e intinse la penna nella letteratura. La sua biblioteca annoverava tanti classici italiani, da Dante e Petrarca fino ai giorni suoi. E uno dei suoi scritti più curiosi è Of the Affinity between Certain English and Italian Verses, dove pontifica sul “verso cadente”, così come sul “verso sdrucciolo” o “verso tronco”; e cita le famose parole in cui l’Ariosto, nell’Orlando Furioso, esprime qualche dubbio sulla verginità di Angelica: «Forse era ver, ma non però credibile» (utile se pur tardivo monito anche per i compratori di Cdo e subprime cartolarizzati!).

Il “primo economista” ebbe una vita movimentata, e non disdegnò, a 55 anni, di passare dall’accademia a un servizio pubblico: commissario alle dogane, in Scozia. Ma prima non si era occupato solo di insegnamento universitario e ricerca. In quella lettera del 12 aprile 1759 Hume gli dà un’altra notizia che, son sicuro (visto quel che è successo dopo) gli deve aver fatto piacere: Charles Townshend (coetaneo di Smith) era un brillante uomo politico che poi diventerà Cancelliere dello Scacchiere, e di lui Hume dice che passa «per la persona più intelligente dell’Inghilterra, e ha detto che vorrebbe affidare il Duca di Buccleuch alle tue cure e fare in modo che l’accettazione di questo incarico ti sia di vantaggio… Ma non posso sperare che lui ti possa offrire delle condizioni che ti tentino fino a rinunciare alla tua cattedra… Mister Townshend, si dice, è un po’ malfermo nelle sue risoluzioni…».

Il Duca di Buccleuch, Henry Scott, era il figliastro di Townshend, e quest’ultimo doveva essere in effetti un po’ esitante nelle sue decisioni. Ma nel 1763, quattro anni dopo quella avvisaglia nella lettera di Hume, Townshend fece a Smith una di quelle “offerte che non puoi rifiutare”: le 300 sterline all’anno per fare il tutore di Henry Scott erano circa il doppio di quel che guadagnava all’Università di Glasgow; non solo: sarebbero state pagate per la vita! Questo particolare schema previdenziale avrebbe mandato in bancarotta qualunque fondo pensione, ma Townshend se lo poteva permettere.

E così nel 1763 Adam Smith si dimise da professore universitario (dava lezioni tutti i giorni dalle 7,30 alle 8,30 del mattino, e tre volte la settimana dalle 11 a mezzogiorno, per classi fino a 90 alunni – nel pomeriggio si occupava, come preside della facoltà, di affari universitari). Allora i professori venivano pagati dagli studenti che sceglievano di seguire il loro corso (un interessante suggerimento meritocratico per la riforma italiana…) e Smith, che si era dimesso a metà del corso, si offrì di rimborsare gli studenti, i quali però rifiutarono.

Così il nostro partì per un “Grand Tour” in Europa, conobbe a Parigi il caposcuola dei fisiocratici, François Quesnay, e incontrò Voltaire a Ginevra. Nel 1766 il fratello minore di Henry Scott morì a Parigi, e il lavoro di tutore venne a cessare. Smith si ritirò a Kirkcaldy, lungo il Firth of Forth, sulla costa orientale della Scozia, e, grazie ai generosi emolumenti di Townshend (una pensione a vita pari al 100% dell’ultimo stipendio dopo solo tre anni di lavoro!) ebbe agio di dedicarsi al suo capolavoro: la Ricchezza delle Nazioni sarebbe stata pubblicata dieci anni dopo.

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Tempo%20libero%20e%20Cultura/2009/giorno-avrei-voluto-vivere/articoli/giorno-avrei-voluto-vivere-14-aprile-1759-smith.shtml

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