IL LORO PROGETTO MULTIMEDIA: METTERE LE MANI SUL VATICANO E SUL POTERE POLITICO

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L’irresistibile ascesa e l’infernale discesa del duplex Ruini-Boffo è il racconto di un mondo che farebbe felice l’ispirazione di Dan Brown per buttare giù un nuovo best-seller zeppo di sesso, sangue, soldi.

 

Il Vaticano sbirciato ai raggi x è più intricato di una puntata di “Lost”, quindi perfetto per chi, come noi, ritiene che “dal male (presunto) possa venire un bene quasi certo. Il bene è scoprire che nessun big possa sperare di farla franca se c’è qualcosa che non va nella sua vita privata. Chi diceva: il privato è politico? Adesso ci siamo. Piangerci sopra non serve a niente” (dall’editoriale di oggi di Giampaolo Pansa su “Il Riformista”).

L’historia di Camillo Ruini decolla nel 1987 al congresso ecclesiale di Loreto. Il vescovo ausiliario di Reggio Emilia scalza il carmelitano scalzo Anastasio Balestriere dalla segreteria generale della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), organismo che rappresenta le 250 diocesi italiane. Due anni prima della caduta del Muro di Berlino, a cinque anni prima di Tangentopoli, la preveggente chiesa italiana dichiara chiusa l’epopea della Democrazia Cristiana: il partito di Andreotti e Forlani è ormai un malato terminale. Che fare?

 

Dal congresso di Loreto escono due linee contrapposte: da una parte si registra la nascita dei cattolici popolari (i Bottiglione e i Formigoni) intenzionati a rifondare la DC prima maniera; dall’altra prevale l’ala riformista, capitanata di Ruini, che predica la via del cattolicesimo emiliano (contraltare del comunismo al ragù: voi avete le coop, noi rispondiamo con la Compagnia delle Opere). In sostanza, sostiene Ruini, la Balena Bianca non va abbattuta a colpi di cattolicesimo torinese, duro e puro, ma si può riportarla nel gregge di Dio. Di qui sboccia la corrente Dorotea che ebbe tra i suoi virgulti i bolognesi Casini e Follini.

Di tale spaccatura nel mondo episcopale italiano, nell’anno di grazia 1987, a Papa Wojtyla non frega una mazza. Karol è indaffaratissimo nella sua missione di abbattere il tardo comunismo inviando in Polonia, destinazione Lech Walesa, i soldi raccolti dal Banco Ambrosiano di Calvi dallo Ior di Marcinkus.

 

Atterrato nella Città Santa, il neo segretario generale della CEI, Camillo Ruini, con la mission di riprendersi e rilanciare la DC, riceve subito un regalone dal cielo benigno: 870 miliardi di lire. Una somma immensa, due volte il fatturato della Fiat, che ha origine dalla prima volta dell’8 per mille per Santa madre Chiesa.

 

Una sorpresa anche per chi decise l’elargizione prelevata dal 740 tricolore: Bettino Craxi, allora presidente del Consiglio. Il Cinghialone era così a digiuno del potere della chiesa italiana che, all’inizio, la sua proposta fu del 12 per mille. Percentuale che la stessa Santa Sede bocciò perché la ritenne esagerata.

Inondato da una simile fortuna, Ruini comprende, con la sua esperienza del comunismo emiliano, che deve trovarsi una struttura per gestirli. E comincia a inventarsi un ruolo. Uno dei principali suggeritori fu Dino Boffo.

Nei primi anni Ottanta, il vispo Boffo ricopriva, insieme a Rosi Bindi, il ruolo di vice presidente dell’Azione Cattolica. Ebbe una sbandata filo Comunione & Liberazione, poi si attovagliò nell’apparato ruiniano.

 

Come un piccolo berluscone parrocchiale, Boffo suggerì a Ruini di utilizzare l’immensa cuccagna dell’8 per mille per un progetto multimediale: la creazione di un network cattolico. Che metta insieme, come un sol ariete, carta stampata (non solo il foglio della CEI “Avvenire”, ma soprattutto “Famiglia Cristiana” che all’epoca con le oltre due milioni di copie era il settimanale più venduto in Italia). A seguire il network delle radio diocesane da convogliare in Radio in Blu e quello televisivo da mettere al servizio di Sat 2000.

E qui inizia il bellum. Intanto, Famiglia Cristiana, in mano ai paolini di Don Zega, si arrabbia e si intesta al volo il “tesoretto”: il fondo pensione. La reazione di Ruini è decisa: chiede che la vendita del fondo venga sottoposta a una indagine pontificia. E sollecita i vescovi a consegnare tutte le radio diocesiane nel consorzio Rete in Blu, e poi pone la prima antenna per Sat 2000

Il berlusconismo catodico del duo Boffo-Ruini, nell’era stramediatica di Karol Wojtyla, scatena un bel dibattito all’interno della chiesa. Gli oppositori obiettano che la vera forza del cattolicesimo è nella sua territorialità; insomma, meno centralismo, più localismo.

 

Lo scontro tra Ruini e la conferenza episcopale italiana sul sistema Boffo, s’infiamma. I vescovi del nord ovest non rinunciano alle tv e radio locali. “Il Cittadino”, quotidiano di Genova in mano al cardinal Bertone (attuale segretario di Stato del vaticano) non accetta di finire nel centralismo ruiniano ideato da Boffo. E diventa il capofila dell’opposizione al duplex della CEI.

Un duplex che diventa triplex aggiungendo il nome del potentissimo segretario del papa Karol, Stanislao Wjiwiz, che si intende subito il presidente della Cei. Un appoggio che spara Ruini-Boffo nell’alto dei cieli: monsignori classificati con la formula ‘sia archiviato e non venga più proposto’ dopo due giorni venivano proclamati vescovi su chiamata diretta di Ruini a don Stanislao. Il top del loro gaio potere si raggiunse alla fine della vita del papa polacco: 3 giorni prima di morire un Wojtyla in condizione più comatose che pietose “firma” la nomina di 22 vescovi…

Morto un papa, se ne fa un altro. E il destino cinico e santo vuole l’ascesa di Ratzinger. Cioè di colui che ha retto più a lungo (24 anni) la congregazione per la Dottrina delle Fede. In soldoni Ratzinga conosce la curia e i suoi dossier bollenti a menadito, sa tutto di tutto e, da bravo fan della regola di San Benedetto (“prendi il tempo di decidere e una volta deciso non pentirti”) non attua lo spoils system ma preferisce mettere l’organigramma del Vaticano in proroga.

Ci vuole tempo e pazienza per rompere il sistema Ruini, che si era inventato un formidabile ‘manuale Cencelli’ ecclesiale che metteva in moto un meccanismo che produceva vescovi per schieramento “politico”, in base al loro potere. Il neo-papa schiaccia pian piano il ruinismo nominando vescovi solo tra i preti che hanno tirato la carretta nella diocesi ed emarginando quelli graziati dai favori di Ruini e don Stanislao.

(Da un pezzo è scomparsa la corte che piantonava l’appartamento del segretario di stato, non c’è più spazio per le primedonne Fisichella, Ravasi, Betori. Ciò che dicono è solo ‘opinione personale’, non più la voce della Santa Sede.)

 

Il disimpegno della Chiesa dal ruinismo inizia nel 2005, proprio mentre arriva in Vaticano la notizia che il direttore di “Avvenire” (da 12 anni), Radio in Blu, Sat 2000 e responsabile di ogni mega-evento mediatico era finito nei gay in quel di Terni. E subito i Sacri Palazzi approfittano dell'”incidente” a Boffo per spifferare la notizia ai vaticanisti dei quotidiani laici. Circola zoppicando tra i giornali (vedi Ingrao su Panorama del gennaio 2008: più un avviso ai naviganti che una indiscrezione) ma senza successo. Il potere di Ruini-Boffo è duro da estirpare ancora oggi.

L’uscita di scena dalla Conferenza Episcole Italiana (CEI) di Ruini viene a lungo patteggiata con il neo segretario cardinal Bertone. Che finalmente gode quando lo “solleva” dalla poltrona e come contentino gli concede la gestione del progetto culturale della CEI. Ma gli toglie la benzina, alias il budget dell’8 per mille è nella mani dell’uomo che Bertone decide come successore: Bagnasco, ex segretario di Siri, figlio di un portinaio, che ha sempre incarnato la forza popolare del cattolicesimo della diocesi di Genova.

 

Quindi, dopo il primo anno, il tesoretto dell’8 per mille scompare e la forza d’intervento di Ruini – già debilitato dal papa sulle nomine vescovili e messo in un angolo dall'”incidente” della suo braccio armato Boffo – comincia a svanire. C’è da sistemare ora Boffo. Ma non è facile perché racchiude tanti poteri: non è solo un direttore di un giornale ma ha in mano le redini di comando di radio, tv, eventi (congresso eucaristico, giornate dei giovani, etc). Un consigliere di ogni mossa politica vaticana, capace di chiedere a Berlusconi di riprendersi nella compagine governativa il partito di Casini sloggiando i mangiapreti della Lega.

 

Ora pare che il sostituto per la direzione di “Avvenire” sia stato trovato nella persona ‘affidabile’ di Gianfranco Fabi, attuale vice direttore del Sole24 Ore nonché direttore di Radio 24. Il cambio, dopo l’attacco gay di Feltri, potrebbe avvenire, da oggi a ottobre: con una letterina Boffo, per non imbarazzare la Santa Sede, compie “un gesto di responsabilità” e si dimette.

 

E quel giorno in Vaticano si stapperanno molte bottiglie di champagne. La de-ruinizzazione della chiesa è compiuta. Non c’è dubbio che il documento del tribunale pubblicato da “Il Giornale” con la prova del “pistolino fumante” sia stato fatto circolare da ambiente vaticani. Non è piovuto sul Feltri per caso o per investigazione dei suoi giornalisti ma dall’alto dei cieli…

Magari la “feltrusconata” de “Il Giornale” ha sbagliato i tempi (attenzione: è stato il Vescovo dell’Aquila a cancellare la cena mica Bertone) ma l’altro giorno Ratzinger e mezzo Vaticano hanno ballato la tarantella leggendo il quotidiano che infeltriva i loro nemici più intimi Ruini-Boffo.

 

Oggi sul Riformista, articolo di Alessandro De Angelis, si legge: ” Un azzurro vicinissimo al premier spiega a microfoni spenti: “Tratteremo con la Segreteria di Stato al momento opportuno. Ma non c’è stato nessun incidente. Basta vedere quello che scrive l’Osservatore Romano. Silurando Boffo poi si è fatto un regalo a Bertone. E la reazione di Bagnasco era prevedibile. La crisi si è aperta più Oltretevere che nei rapporti tra Santa Sede e Governo”.

http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/articolo-8803.htm

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