John Simenon: “Mio padre? Una piccola multinazionale”

att_jpgPer scrivere più di 200 romanzi e altrettanti e passa racconti e possedere diecimila donne come ha fatto Georges Simenon – di cui il 4 settembre ricorrono i vent’anni dalla morte – occorre avere una corazza che protegga dal mondo: i drammi, possibilmente, devono ruotare intorno a te o sulla pagina che scrivi, ma non prendere casa nel tuo cuore. Occorre una speciale solitudine.
«Eppure non penso che mio padre fosse un uomo solo – ci racconta John Simenon, figlio dello scrittore -. Io l’ho conosciuto davvero quando lui aveva ben più di cinquant’anni. Mi sono reso conto tardi della sua celebrità, quando questa non poteva più cambiare il mio rapporto con lui, che fu innanzitutto un rapporto padre-figlio, e non figlio-scrittore. Nessun complesso di Edipo, in altre parole. Mio padre era una persona che non rifiutava mai il dialogo, per principio. Affrontava in modo diretto ogni cosa, davvero ogni problema, ogni richiesta. Non ti sentivi mai a disagio con lui».

Un buon padre, dunque…
«Ma anche un padre difficile: perché è impossibile scrivere ed essere sereni nello stesso tempo, dal momento che scrivere è proiettare le proprie angosce. Non sempre proiettandole ce ne si libera. Per fortuna lui era uno scrittore veloce: aveva un ritmo di sei romanzi all’anno e impiegava in media due settimane per scriverne uno. Su 52 settimane, dunque, solo per dodici era realmente difficile avvicinarlo. Ma anche in questi periodi, riusciva a separare bene i ruoli, poiché aveva sviluppato molto autocontrollo: in famiglia faceva il padre, alla scrivania faceva lo scrittore».

Uno scrittore inseparabile dalla sua pipa.
«Già, fumava molto. Ricordo una sera, avrò avuto nove o dieci anni, che stavamo guardando il telegiornale insieme. Io prendevo appunti sulle notizie che mi colpivano, come mio padre mi aveva suggerito di fare, mentre lui, anziché la solita pipa, stava fumando un sigaro. Il profumo di quel tabacco mi piacque enormemente e glielo dissi. Da quella sera, ogni volta che guardavamo il telegiornale insieme, lui fumò sempre il sigaro, per farmi piacere. Questo ha fatto di me, ovviamente, un fumatore di sigaro».

Ma che eredità spirituale vi ha lasciato? È vero che la sua morale era “colpevoli di niente, responsabili di tutto”?
«Questo motto rispecchia abbastanza fedelmente la sua visione. Diciamo che cercava di essere il più onesto possibile, soprattutto con le tre o quattro donne più importanti della sua vita. Considerava estremamente difficile comunicare bene con la persona che si ama e tentava di farlo con enorme impegno: questo impegno era davvero molto visibile e infatti è in assoluto il tratto del suo carattere che ricordo con maggior vividezza. Per quanto riguarda le altre migliaia di donne che ha avuto, be’, non si hanno difficoltà di comunicazione con le prostitute né si cerca di risolverle. Mio padre, semplicemente, aveva questa fortissima pulsione sessuale».

Che eredità «materiale» ha lasciato, invece, un autore che è il quindicesimo più tradotto di tutti i tempi, con 700 milioni di copie vendute?
«Mio padre mi ha consegnato una piccola multinazionale. La dirigo quotidianamente, come potrei amministrare una casa editrice o uno studio di produzione cinematografica. Quando mi iscrissi alla Harvard Business School, mio padre ebbe paura che diventassi “uno sporco capitalista”, in realtà oggi mi accorgo che i miei studi mi hanno permesso di essere un miglior manager del suo lascito».

Come si spiega la sua enorme fama?
«Direi che gli viene dall’esser riuscito a identificare e a raccontare l’“uomo nudo”, l’uomo senza vestiti, senza alibi con se stesso. Un numero incredibile di lettori si sono identificati con i suoi personaggi. E se oggi questo accade ancora più frequentemente è perché viviamo “l’uomo nudo” in misura maggiore che in passato».

Era ottimista sull’umanità?
«Detestava i gruppi, le folle, le riunioni. Ma in ogni singola persona trovava almeno un aspetto che lo rendeva ottimista su di lei. Questo modo di osservare le persone di fatto lo rendeva, sulla pagina, un “metafisico involontario”, addirittura inconsapevole. Da qui, forse, il senso di “stranietà” e solitudine che si respira in alcuni suoi libri».

Quali romanzi della vastissima produzione di suo padre le piacciono di più?
«Lettera al mio giudice, per esempio. La morte di Belle, La camera blu, Le campane di Bicêtre, Il piccolo libraio di Archangelsk. Ma anche Quando ero vecchio, un libro autobiografico e insolito, da cui possiamo capire in che modo lui guardava il mondo, il suo metodo di osservazione della vita sociale e individuale».

Sono tutti libri senza Maigret…
«Li preferisco. Maigret, per il lettore, funge un po’ da guida nell’esplorazione della natura umana, mentre io, personalmente, in questo non voglio nessun mediatore. Ad ogni modo, sono romanzi che hanno molto successo in Italia, dove Adelphi li pubblica insieme a quelli con Maigret, e in Germania. A volte, mi riconosco e mi ritrovo descritto da mio padre in alcune situazioni narrate in questi libri. È una sensazione strana, un rapporto intimo che ho con lui ancora oggi. Ma è anche, purtroppo, un’estensione pubblica di me attraverso le sue opere. È molto complicato. Per fortuna io e mio padre abbiamo affrontato le incomprensioni tra noi quando lui era ancora in vita, per via di quella sua coraggiosa disponibilità a dialogare di cui raccontavo prima. Questo non ha lasciato problemi tra noi due, né traumi in me».

Discorso a parte, tuttavia, per le Memorie intime, dove si parla anche di Marie Jo…
«Mia sorella, morta suicida a venticinque anni. Si sparò al cuore. Era una persona molto tormentata, dalla profonda angoscia esistenziale. Aveva anche un rapporto difficile con sua madre. La sua morte spronò mio padre a scrivere quel libro, che rimane tra quelli che rileggo più spesso».

Tommy Cappellini

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=378448&START=0&2col=

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