Scrittori israeliani

images«Come Kafka non mi fido degli uomini – Lo scrittore che ha creato Saul Bellow e Philip Roth»

Lei sarà al Festival della mente a Sarzana (4-5-6 settembre, organizzato da Giulia Cogoli) e per questo ha preparato una conferenza sul tema «La differenza tra la cronaca e la letteratura». Può spiegare qual è questa differenza? «Nella cronaca si segue il tempo, la letteratura è qualcosa che appartiene alla vita interiore. Molta cronaca è stata scritta per esempio sul tema dell’Olocausto: la gente pensa che sia letteratura e invece non lo è». Ma Primo Levi, per esempio? «Sta in mezzo. Ma quello che è molto interessante e che forse è l’unico scrittore che fa della cronaca-letteratura ». Perché? «Perché c’è molto della sua vita interiore. Prima dei campi di concentramento, durante e dopo. Per esempio, la notte prima della deportazione era con un gruppo di ebrei italiani e, dopo aver impacchettato i loro averi, si sono seduti e hanno cantato vecchie melodie ebraiche.

Improvvisamente non era più una deportazione ma un lamento di ebrei riuniti insieme». Ma quali altri scrittori hanno raccontato bene l’Olocausto? «Imre Kertész, che ha narrato la sua infanzia ad Auschwitz». Lei sta scrivendo invece un saggio su Kafka, come mai? «Perché Kafka è molto vicino a me e viene dall’impero austro-ungarico. Addirittura dalla stessa regione dove sono nato io. Kafka ha una concezione profonda del momento catastrofico, di che cos’è davvero la catastrofe. Anche se non è passato attraverso l’Olocausto la sa riconoscere e raccontare. Un’altra cosa importante è il suo profondo senso di sospetto nei confronti degli esseri umani». E aveva ragione? «Sì, certo». Ma lei non ha fiducia negli esseri umani? «Quando dico essere umano penso a qualcuno in cui posso credere: purtroppo però ce ne sono molti di cui non si può avere fiducia». Il 18 ottobre a Parigi lei parteciperà alla Società Psicoanalitica Freudiana una serata in suo onore. Sente affinità anche con Freud? «Certo, non si può capire l’uomo moderno senza Freud. Ci ha dato una lingua. Freud è ancora molto vivo. Le sue osservazioni sugli esseri umani furono in un certo senso profetiche. All’inizio del XX secolo ci ha detto che sotto la coperta della cultura vivono i demoni. Lui stesso è stato una vittima dei nazisti ». E Dostoevskij? «Dostoevskij mi ha insegnato ad essere religioso». In che senso? «Nel senso che tutti i suoi personaggi hanno sete di religione, tutti. Lui è un antisemita, ma tutti i grandi scrittori russi lo erano, anche Tolstoj». Perché? «Perché quei grandi geni vedevano gli ebrei come stereotipi: avari e con il naso grande. Non li vedevano come individui e questo è paradossale perché, nonostante avessero un grande senso dell’essere umano, credevano in tutte le stupidaggini convenzionali ». Diceva che Dostoevskij le ha insegnato ad essere religioso, ma cosa è la religione? «Un’attitudine positiva verso il mistero della vita. Non è certo dicendo che uno è neutrale al mistero della vita che lo si è veramente». Lei personalmente ha fede? «Sì, una fede ebraica. Buber si definì un anarchico religioso, nel senso che non seguiva le regole e anch’io non seguo le regole». Lei è stato un grande amico di Singer, lo scrittore. «Lo amavo molto perché era un fenomeno ebraico. La sua conoscenza dell’ebraismo era straordinaria. Sapeva tutto sugli ebrei, dal mondo antico al mondo moderno. Era una enciclopedia ebraica vivente». Era un grande scrittore? «Sì, specialmente nei suoi racconti. È stato certamente uno dei migliori scrittori ebrei». Cosa pensa di altri scrittori ebrei, per esempio di Joseph Roth? «Schnitzler, Stephen Zweig sono tutti scrittori che conosco molto bene ma non sono a livello di Kafka, Svevo o Babel, che sono invece dei grandi scrittori». Canetti? «Penso che avesse un problema con il suo essere ebreo, e che per questo non sia diventato un grande scrittore. Se sei ebreo l’ebraismo deve essere parte di te, non puoi essere neutrale ». Saul Bellow, Philip Roth, Malamud? «Li ho conosciuti bene. Direi che l’ordine di importanza è Malamud, Bellow e Roth. Ognuno di loro ha portato qualcosa di nuovo all’America. Hanno aperto delle porte». E Potok? «È un bravo scrittore, ma di un altro livello». Allora quali sono gli scrittori che lei preferisce? «Io scrivo di Kafka, è lui il mio scrittore preferito. Penso che sia la porta aperta per capire gli esseri umani e gli ebrei…».

Alain Elkann per La Stampa

 

Mosè? Isaac B. Singer, premio Nobel nel 1978, che poco prima della Seconda guerra lascia Varsavia per New York, nel 1943 diventa cittadino americano e si garantisce la santità. Ambidestro, scrive in inglese ma preferisce masticare in yiddish (cosa che fa tappare il naso all’ebreo di Gerusalemme), è riconosciuto un padreterno da Bellow, è tradotto in ogni angolo dell’Occidente.

Ma se invece di trasferirti a New York vai in Israele, la terra di Giacobbe, quanto a gloria non puoi aspettarti troppo. Avete mai sentito parlare di Shmuel Yosef Agnon (1888-1970)? Pensate, ha ottenuto il Nobel dodici anni prima di Singer. Ma anche lì i politicanti di Stoccolma hanno fatto la minchiata: doveva vincere il perbenismo, tutti d’accordo, così s’inventano una poltrona per due, il Premio condiviso, e Agnon (rappresentante d’Israele) deve spezzare l’alloro in due, l’altra metà va alla poetessa Nelly Sachs (paladina di Germania), degna appena di allacciargli la cintura dei pantaloni. Se volevi pugnalare Agnon alle spalle, bastava nominare il Nobel: la ferita tornava a squarciarsi, ma il maestro, superiore, si sarebbe astenuto da qualsiasi parola maligna. Vedete cosa succede a non imbarcarsi per New York?

 

Agnon era innamorato di Israele: nato in Galizia, a Buczacz, emigra in Palestina nel 1908, torna in Germania, riparte per “Eretz Yisrael” nel 1924. Prima di Singer ha narrato il mondo di Singer, quello degli ebrei della fitta Europa d’Oriente, parte come miracoloso scrittore di storie brevi (Mondadori lo traduce in Italia per la prima volta nel 1964, pubblicando i Racconti di Gerusalemme), fantastiche, mistiche, realistiche, alcune delle quali rintracciamo nell’impeccabile La leggenda dello scriba e altri racconti (Adelphi, pp. 112, euro 16), in libreria la prossima settimana.

 

In Palestina Agnon è un maestro, l’Abramo della letteratura moderna di laggiù, da questo lato d’Europa Walter Benjamin e Gershom Scholem lo guardano con ammirazione, il primo a riconoscerlo e ad aiutarlo è Martin Buber: si conoscono nel 1909, nel 1912 «Buber si impegna a trovare un’adeguata collocazione editoriale per lo scrittore galiziano e Agnon diventa attivo collaboratore nella raccolta e catalogazione del materiale chassidico». Il lavoro, che dovrebbe culminare in una immensa enciclopedia della cultura ebraica europea (il repertorio folkloristico dei chassidim), durato un decennio, va letteralmente in cenere: «Il 6 giugno 1924, un incendio distrugge la casa di Agnon: gran parte delle carte inedite, un romanzo a sfondo autobiografico per metà già composto e l’intero primo volume del corpus hasidicum, quasi pronto per la pubblicazione, vanno in fumo» (Massimiliano De Villa, in Martin Buber. Storie e leggende chassidiche, Mondadori, 2008). Agnon piglia il fattaccio come un segno divino, parte per Israele, non metterà più piede in Germania.

 

Di uno che al Nobel dice chiaramente che ha letto soltanto la Bibbia, il Talmud e Maimonide cosa pensate? Che sia placidamente bugiardo (il romanzo del 1935, Una storia comune, in catalogo Adelphi, uno dei capolavori del Novecento, rinnova Kafka e prevede Beckett): eppure se lo leggete avete l’impressione di un alieno, di uno che parla inforcando assoluti, verità ancestrali, senza tempo. New York cambia re ogni settimana, Gerusalemme onora i suoi eroi. Per questo la lezione di Agnon è dura a morire. Nel 1998, sul Corriere della Sera, Abraham B. Yehoshua, lo scrittore israeliano più noto al mondo, dice che Agnon «è alla pari almeno di un Joyce, di un Thomas Mann, di un Eliot o di un Faulkner». Nel 2002 precisa il concetto, andandoci giù duro: «Israele è un paese giovane, non abbiamo Dante o Shakespeare, i nostri classici sono pochi, e il più classico di tutti è lui, Shmuel Y. Agnon». D’altra parte Amos Oz, il secondo scrittore israeliano più noto al mondo (ma è più bello di Yehoshua: sembra Clint Eastwood), nel suo romanzo autobiografico Una storia di amore e di tenebra (in catalogo Feltrinelli) gli dedica un capitolo (il dodicesimo).In cui ricorda che Agnon ci provava con la madre (che diceva di lui, «non è forse una così brava persona, ma almeno sa che cosa è bene e che cosa è male»), non gli andava bene che Thomas Mann fosse ritenuto «così grande», si lasciava andare a giudizi roboanti come questo, sul poeta, galiziano anche lui, Uri Zvi Greenberg: «In nessun popolo, nessuna lingua, è mai sorto un poeta capace di fare ciò che fece Uri Tzvi; nemmeno il grande Goethe fece come lui». Riassunto agiografico: «Agnon era osservante, rispettava il Sabato e indossava la papalina, aveva timore del Cielo nel vero senso dell’espressione: “paura”, che in fondo in ebraico è sinonimo di “fede”».

 

Soprattutto, fu uno scrittore grande, grandissimo, pudico e letale. Se non lo studiate a scuola è solo perché non ha preso casa a New York.

 Davide Brullo per Libero

http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=999920&sez=120&id=30884

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Una Risposta to “Scrittori israeliani”

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