Se una notte d’inverno un giradischi

imagesIn una piovosa Santiago tre vecchi amici progettano un ultimo colpo rivoluzionario. Ma accade l’imprevisto

LUIS SEPÚLVEDA
Dopo nove anni lo scrittore cileno torna al romanzocon «L’ombra di quel che eravamo», in libreria dal 3 settembre per Guanda (pp. 148, euro 15).

Prima si sentì un rumore di vetri infranti, poi l’oggetto uscì a razzo fuori dalla finestra, cercò con goffa stanchezza di salire un paio di millimetri, ma subito fu vinto dalla gravità e piombò giù.

La caduta non durò che qualche secondo, e se in quel momento e in quel posto ci fosse stato qualcuno a osservare il cielo buio di Santiago, avrebbe visto che l’oggetto poteva benissimo essere confuso con una valigetta dotata di un cavo che spuntava da un lato come la coda di un animale, a cui vietavano il volo la forma per nulla aerodinamica e l’assenza evidente di ali.

Quando alla fine si schiantò a terra, l’oggetto si aprì in un ultimo sforzo identitario. Era uno dei più grandi portenti tecnologici degli anni Sessanta: un giradischi Dual per gli LP a 33 giri e 1/3 rpm, per i singoli a 45 e anche per gli indimenticabili dischi in gommalacca a 78 giri. Il colpo staccò il coperchio, che conteneva le due casse del primo apparecchio stereofonico della storia dell’umanità. Saltò via anche la scatoletta delle puntine, che si sparsero in giro come strani semi di metallo, pronti a germogliare per l’invisibile umidità della nostalgia.

Se nella sua caduta il giradischi non avesse incontrato altra resistenza che l’aria fresca di una sera invernale, l’impatto sarebbe stato molto più devastante.

La sua struttura geometrica, per niente idonea a sopportare tali urti né progettata dagli ingegneri tedeschi a questo scopo, dopo una botta atomica, il tradimento della colla, il divorzio degli incastri a maschio e femmina e la fuga dei chiodi senza testa che la tenevano insieme, sarebbe andata in mille pezzi sul marciapiede bagnato. Ma il giradischi fu frenato dalla testa di un tizio che, pur avendo tutta la città a disposizione, aveva scelto proprio quella strada, quella serata di pioggia e quell’istante di fatalità verticale per passare da lì.

Il tizio incassò il colpo, si fermò, barcollò, sentì che l’acquazzone e la notte di Santiago scomparivano, appoggiò la schiena contro un muro, cominciò a scivolare vinto dalla chiamata impellente del suolo, si portò tutte e due le mani al capo cercando una risposta che non sarebbe mai arrivata e infine cadde di lato. La testa mostrava una ferita da cui usciva a fiotti il sangue e l’intimità grigiastra rimasta occulta per sessantacinque anni dentro la scatola cranica.

Dopodiché su di lui caddero una copia delle Vene aperte dell’America latina di Eduardo Galeano, una di Scritto sotto la forca di Julius Fucik, L’arte d’amare di Erich Fromm e I concetti elementari del materialismo storico di Marta Harnecker.

In realtà l’unico motivo per cui quel corpo esanime non venne sepolto sotto un’altra generosa serie di oggetti fu la reazione dell’uomo che, lottando con una donna decisa a lanciare fuori dalla finestra sfondata una pila di dischi dei Quilapayún, scorse la vittima e si portò le mani alla bocca. La donna fece altrettanto e subito, con quella smorfia di stupore ancora stampata in faccia, si guardarono a vicenda.

«Che casino, Concha» mormorò l’uomo.
Concepción García si accasciò sul pavimento e rimase lì rannicchiata senza badare alle gocce di pioggia che entrando dai vetri rotti le bagnavano la schiena. Non badò nemmeno al fatto che in strada non c’era anima viva, né che il marito la scuoteva con la mano e le suggeriva di andare a vedere se quel tizio era davvero grave.
Coco Aravena uscì dall’appartamento e scese i quattro piani del palazzo. Che casino, continuava a ripetere scendendo gli scalini. Qualche minuto prima era tutto tranquillo, lui era rientrato felice dal videonoleggio con una copia delle Iene e una scorta di birre, deciso a passare una serata di pioggia nel miglior modo possibile: guardando un classico, il miglior Tarantino di tutti i tempi, superiore a Pulp Fiction, come aveva spiegato a sua moglie appena aperta la porta, ma Concha non lo aveva neanche degnato di uno sguardo e brandendo un fascio di carte aveva annunciato isterica che li cacciavano dall’appartamento per morosità reiterata.
«Calma, Concha, bisogna mantenere la calma» aveva detto mettendo le birre in frigo, ma la moglie insisteva aggiungendo che non sopportava più l’indolenza, la pigrizia, la sfacciataggine di uno che non faceva una piega nemmeno davanti alla certezza di finire in mezzo alla strada, porca miseria.
«Dai, Concha, manteniamo la calma, tanto domani si sistema tutto, bisogna essere ottimisti, pensare positivo, smile Conchita. Vieni a sederti accanto a me e godiamoci questo gioiello che ho preso, è un classico, bambina, un classico».
Prima che un vulcano inizi a eruttare si verificano una serie di piccole scosse che in breve tempo aumentano d’intensità mentre nell’aria si avverte lo sforzo fisico della terra. Qualcosa di simile accadde a Concepción García: i suoi muscoli facciali si contrassero, i denti si serrarono stridendo, le mani chiuse a pugno le si incollarono ai fianchi e l’eruzione, prima verbale, mise in chiaro che ne aveva le ovaie piene dei suoi dannati classici e che era stufa di vivere con un fallito che non muoveva un mignolo per uscire dalla miseria, con un fannullone che non faceva altro che tenere il culo attaccato alla poltrona per poi piangere come una fontana davanti a film che non interessavano a nessuno con un minimo di cervello; non aveva forse piagnucolato anche la sera prima mentre lei rammendava i calzini?
«Nessuno resta impassibile guardando L’uomo che uccise Liberty Valance» si difese il marito.

E a quel punto scoppiò il vulcano. In quel momento finalmente Troia andò in fiamme. La donna si avvicinò alla libreria, prese il giradischi, un vero e proprio classico della tecnologia, e al grido di «Ecco il tuo classico della musica» lo lanciò fuori dalla finestra, e poi senza fermarsi proseguì con i libri urlando «Ecco i tuoi classici della letteratura sociale» e gettò anche quelli di sotto. Era riuscito a fermarla solo quando stava già afferrando i classici della canzone di protesta. Coco Aravena uscì in strada sotto la pioggia che aveva ripreso a imperversare, guardò a destra e a sinistra, fu contento di non vedere nessuno e si avvicinò alla vittima.
«Amico…» sussurrò toccandogli un braccio, ma l’uomo tutto vestito di nero non rispose.

Coco Aravena si ricordò che in certi film controllano se uno è ancora vivo tastandogli il collo, ma non ne ebbe il coraggio. E poi in nessun film facevano mai un primo piano del punto esatto in cui bisogna tastare, così preferì dargli un paio di calcetti e allora ebbe la certezza che l’uomo vestito di nero non era più di questo mondo.

Guardò ancora una volta a destra e a sinistra e incoraggiato dalla solitudine frugò nelle tasche del morto. Trovò una manciata di monete e un foglietto. Quando si mise a frugare nelle tasche interne della giacca, scoprì il revolver infilato in una fondina di cuoio sotto l’ascella.
«Oddio, Concha, che razza di casino: hai accoppato uno sbirro!» sospirò e rientrò in casa.

© Luis Sepúlveda, 2009
By arrangement with Literarische Agentur Mertin Inh.
Nicole Witt e K., Frankfurt am Main
© 2009 Ugo Guanda Editore S.p.A.
Traduzione di Ilide Carmignani

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cultura/200908articoli/46802girata.asp

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