La vicenda Feltri-Boffo

imagesIl direttore di Avvenire ha mentito

Di Vittorio Feltri

Anzitutto un ringraziamento non formale ai lettori del Giornale che hanno ripreso in numero impressionante a leggerci e a sostenerci con forza, come dimostra la valanga di lettere giunte in redazione. Purtroppo non è possibile pubblicarle tutte, e di questo ci rammarichiamo. La vicenda Boffo ha scatenato un putiferio con pochi precedenti: segno che l’interesse per i fatti raccontati da noi è enorme. Non si tratta del piacere perverso di ficcare il naso nel privato di un uomo di potere quanto, piuttosto, di documentare il doppiopesismo di certa stampa e di certa politica.
Missione compiuta. Le reazioni ai nostri servizi sono state violente. Siamo stati accusati di ogni nefandezza e continuiamo a essere oggetto di insulti. Ai moralisti professionali non importa la cosa fondamentale. E cioè: l’episodio di cui si parla è vero o no? La conferma della notizia è scritta nel decreto penale di condanna (Tribunale di Terni) del direttore di Avvenire. Altro che patacca. Altro che informative dei servizi segreti. È un atto pubblico messo a disposizione dall’autorità giudiziaria ai giornalisti, che hanno chiesto di compulsarlo e fotocopiarlo; la prova che il reato di molestie è stato accertato, così come non ci sono dubbi che quelle molestie erano a sfondo sessuale.
Boffo, secondo il decreto di condanna, ingiuriava una donna «anche alludendo ai rapporti sessuali con il suo compagno». Quindi il direttore di Avvenire ha mentito. Aveva detto che il sesso non c’entrava e qui risulta il contrario. Per quali motivi egli molestava la signora? Si può immaginare. Ma sarebbe meglio fosse Boffo a chiarire una buona volta la storia, poiché il Tribunale di Terni ha dichiarato, per bocca del Gip, Pierluigi Panariello, che i particolari rimangono nel fascicolo in quanto suscettibili di interpretazioni, e solo le parti del processo sono autorizzate a prenderne visione. Boffo è una parte ed è in possesso di tutti gli atti; se intende sul serio chiudere il discorso deve renderli noti.
Il nocciolo della questione comunque è nel decreto oltre che nelle parole del Gip. È ingenuo voler minimizzare come fanno Boffo e i suoi difensori d’ufficio con o senza abiti talari. Conviene accettare l’evidenza dei fatti e magari spiegarli fornendo le carte, non limitandosi a dire che il telefono galeotto era sì del direttore di Avvenire, ma veniva usato da altra persona. Perché questa è una balla cui i magistrati non hanno creduto e nemmeno preso in considerazione per manifesta inattendibilità.
La domanda è la seguente: perché Boffo molestava la donna? Gelosia? Gelosia eterosessuale o omo? È ininfluente. Non abbiamo simili curiosità perché ciò che accade nei letti altrui è coperto non solo dal segreto istruttorio ma pure dalle lenzuola.
Però il molestatore, per favore, la smetta di negare e di strillare che il Giornale si è costruito in casa un dossier bugiardo. Finora qui di bugiardo c’è solo lui. Il quale, se avesse ammesso subito la consistenza della notizia, avrebbe fatto cessare il polverone nel giro di 24 ore. Coraggio, Boffo. Rompi gli indugi come quando li rompesti per censurare i comportamenti licenziosi (e non i reati perché non ce n’erano) di Silvio Berlusconi.
Naturalmente la Repubblica di ieri ha insistito con le insolenze di D’Avanzo. Che, in mancanza di argomenti, si è sfogato con le villanie nei confronti del Giornale e miei. Lo conosciamo abbastanza per non stupirci. E sappiamo che anche dopo la lettura del decreto non riuscirà ad ammettere di aver preso un granchio. A lui premono la D’Addario e le ragazze di Casoria: è uno che vola rasoterra; non si occupa di miserie umane, ma insegue le rivelazioni oracolari delle escort.
Ognuno fa quel che può. Antonio Polito seguita a pontificare su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Ecco il titolo del suo ultimo fondo sul Riformista: «Feltrusconi e il giornalismo olio di ricino». Polito è un professore smemorato. Rimprovera a me uno stile che è il suo. Pensate. Ha un redattore dedicato ai pettegolezzi sul premier che compone un articolo al dì su questa e su quella signorina compiacente. Non pago, un giorno ha sbattuto in pagina il brano di un libro vergato da una fanciulla generosa; una specie di romanzetto nel quale si identificava un ministro della Repubblica dileggiato per via dei suoi tic sessuali.
Una minuziosa descrizione degli orgasmi governativi.
Però, che giornalismo fine.
Ma andate all’inferno; laggiù cari colleghi ci incontreremo tutti, più tardi possibile.

Le carte confermano: caso montato ad arte

 

Non può esserci stato patteggiamento da parte di Dino Boffo, perché non c’è stato alcun processo a suo carico. Non c’è riferimento a relazioni di tipo sessuale, se non (incidentalmente) a quelle della querelante con il suo compagno. Non ci sono intercettazioni telefoniche. Non c’è una sentenza di condanna, ma soltanto un decreto penale che dispone il pagamento di un’ammenda. Per farla breve, si è trattato di una diatriba giudiziaria minima, come ce ne sono a milioni nei tribunali di tutta Italia. Una storia vecchia di anni che non riveste alcun «pubblico interesse», ha stabilito ieri il giudice per le indagini preliminari di Terni Pierluigi Panariello, autorizzando perciò soltanto la copia del decreto penale di cui sopra, con l’omissione delle generalità della controparte e del suo avvocato. Il magistrato ha quindi respinto le richieste di «accesso indiscriminato» all’intero fascicolo da parte di numerose testate giornalistiche, «potendo la divulgazione di tali atti recare pregiudizio al diritto alla riservatezza delle parti private coinvolte nel procedimento». Insomma, la verità dei fatti che emerge dalle carte del tribunale di Terni è assai diversa dalle ricostruzioni basate su una lettera anonima. Mettiamole a confronto.

Nella furia da scoop (e da “spedizione punitiva”) è stato scritto che il direttore di Avvenire aveva patteggiato una condanna per molestie. Non è vero: Boffo ha soltanto rinunciato a presentare opposizione al provvedimento entro il termine di 15 giorni stabilito dalla legge. Un modo per chiudere rapidamente una vicenda certamente spiacevole, ma in nessun modo un’ammissione di colpevolezza. Lo stesso gip Pierluigi Panariello, infatti, ha confermato che «il diretto interessato ha sempre contestato qualsiasi addebito nei suoi confronti», dichiarando da subito che le telefonate giudicate moleste dalla querelante non erano state fatte da lui «ma da un’altra persona».

È stato detto, inoltre, di tentativi di tacitare la controparte, ma tali erano l’interesse e il coinvolgimento di Boffo in questa vicenda che non nominò nemmeno un difensore di fiducia. Carta canta, se è ufficiale e con tanto di intestazione del tribunale: a rappresentarlo fu un avvocato del foro di Terni, nominato d’ufficio dal gip Augusto Fornaci. Si era al 9 agosto del 2004 (i fatti oggetto di valutazione risalgono al periodo agosto 2001-gennaio 2002), ma il direttore di Avvenire non aveva percepito la peculiarità del provvedimento accomunandolo alla serie di cause di routine che ogni giornale si trova ad affrontare, tanto che ha provveduto solo in seguito a nominare un proprio legale. È l’ennesima dimostrazione della reale portata dei fatti.

All’avvocato di fiducia di Boffo, ovviamente, il giudice per le indagini preliminari ha accordato l’accesso a tutto il fascicolo, in quanto rappresentante di un soggetto «titolare di un interesse qualificabile indubbiamente come diritto alla conoscenza degli atti». Il procuratore Fausto Cardella, nel parere espresso al gip, ha sostenuto invece che la visione in toto delle carte andava concessa anche ai giornalisti, malgrado già in passato altre identiche istanze fossero state respinte, sempre a tutela della riservatezza delle parti. Anche Cardella, in ogni caso, ha convenuto sull’opportunità di «eliminare dagli atti ogni riferimento identificativo alla persona offesa e al suo difensore». Veniamo, infine, al “pezzo forte” della campagna messa in atto contro Boffo: la cosiddetta (da il Giornale) “informativa” sulle sue presunte frequentazioni e abitudini sessuali. Come aveva già precisato lunedì il gip di Terni (e prima di lui, per quanto riguarda gli archivi di sua competenza, il ministro dell’Interno Roberto Maroni) non ve ne è traccia.

Ieri, in seguito al rigetto delle istanze di accesso completo al fascicolo, il giudice Panariello ha di nuovo specificato, a scanso d’equivoci, che, anche qualora l’autorizzazione fosse stata concessa, non sarebbe saltata fuori nessuna nota di quel genere. Il “caso”, quindi, è stato montato su una velina fabbricata ad arte di cui (per il momento) non si conosce l’autore.

Danilo Paolini

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4 Risposte to “La vicenda Feltri-Boffo”

  1. zamparini Says:

    Il ritorno dell’Inquisizione
    41 preti e religiosi a cui deve andare la nostra solidarietà

    http://zamparini.wordpress.com/2009/09/02/il-ritorno-dellinquisizione/

  2. Vincenzo Says:

    Ha fatto bene Feltri a pubblicare ciò che si riferisce al direttore di “Avvenire” e fa male la gerarchia cattolica a difendere Boffo.

  3. Giannna Says:

    Ma quale ritorno dell’inquisizone! La MIA solidarietà è tutta per Feltri. La tua dalla a chi ti pare. Boffo abitava in una casa di vetro (e lo sapeva). Perché accidenti si è messo a lanciare pietre?

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