Intervista ad Angelo Del Boca

images«L’ultima mia storia non piace a Gheddafi: mi ha censurato»

Vittorio Bonanni
Una vicenda che ha del surreale quella che ha investito Angelo Del Boca, lo storico del colonialismo italiano per eccellenza, da sempre sostenitore del buon diritto della Libia ad ottenere dal governo italiano il giusto risarcimento dei danni subiti durante l’occupazione militare. Da un lato l’ambasciatore libico a Roma lo convoca per ritirare una onorificenza conferitagli del governo di Tripoli e a partecipare il 23 settembre prossimo al ricevimento che si terrà in occasione del quarantesimo anniversario della Rivoluzione del 1° settembre 1969. Dall’altro lo stesso governo, nella veste del Comitato popolare generale per la cultura e l’informazione, decide che l’ultimo libro di Del Boca A un passo dalla forca venga confiscato a tolto dalla circolazione in tutto il territorio libico.

Una vicenda un po’ surreale, vero professore? Dopo i riconoscimenti la censura.
Direi di sì. Il fatto dell’onorificenza era in realtà in qualche modo scontata perché un anno fa, in coincidenza del primo accordo firmato a Bengasi con Berlusconi, avevano conferito un
riconoscimento ad una quindicina di italiani, tra giornalisti e storici, che si erano occupati in maniera abbastanza continuativa delle vicende libiche e che quindi erano considerati “amici della Libia”. Tra quei quindici c’ero anch’io che però non ero potuto andare a Tripoli per altri impegni e dunque l’avrei dovuto ritirare a Roma, presso l’ambasciata dove l’avevano portato.

Lei si è sempre occupato dei danni subiti dalla Libia durante l’occupazione italiana e anche di una biografia di Gheddafi. Nessun problema prima?
Certo, ho dedicato molti libri a questo argomento. Intanto due volumi, pubblicati da Laterza e poi da Mondadori, sugli italiani in Libia. Due testi che sono un po’ la storia sulla Libia moderna. E qui voglio dire una cosa che gli altri giornali non sanno: che quando i due libri sono stati tradotti in arabo Gheddafi si faceva dare dal traduttore capitolo per capitolo. E in quello dove si parlava anche di lui, nel libro intitolato Dal fascismo a Gheddafi , ha imposto dei tagli perché ho affrontato il tema del terrorismo e delle squadre mandate ad uccidere i dissidenti in giro per il mondo e anche a Roma. Io però, non conoscendo l’arabo, non l’avrei mai saputo. Un giorno però a Tripoli, ho incontrato il mio traduttore, un uomo anziano, ex diplomatico, il quale per ringraziarmi che l’avevo invitato a cena nel mio hotel a cinque stelle, che i libici ovviamente non si possono permettere perché costerebbe quasi come uno stipendio, mi disse: «adesso le rivelo alcune cose. Il suo ultimo volume è stato in parte censurato». Insomma c’era già stato un precedente, che risale al 1996. Io ho saputo questa notizia proprio in quel periodo lì, quando ero in Libia in occasione di un incontro eccezionale con Gheddafi durato circa due ore. Di solito gli incontri con lui duravano meno ma quella volta fu diverso perché lui sapeva che era finalizzato alla realizzazione di una sua biografia. E io avevo bisogno di incontrarlo non solo perché dovevo porgli delle domande determinanti per la costruzione della biografia, ma avevo in realtà ancor più l’esigenza di vederlo in faccia. E così facendo ho anche scoperto che sapeva l’italiano. Quando lui parlava in arabo e io in italiano c’era un traduttore che secondo me faceva il suo lavoro abbastanza bene. In tre occasioni lo ha fermato ed ha precisato: «No, Del Boca non ha detto questo». Questo per dire che conosceva bene la nostra lingua per aver trovato delle discrepanze tra la traduzione e la mia risposta.

Insomma la censura libica già l’aveva colpita…
Diciamo che c’era già stato un precedente. Ma io naturalmente di questo episodio non avevo mai fatto cenno ad altri. Poi ero andato dall’editore, presso il Libian Studies Center , da un grande amico, il dottor Jerary, che mi disse che non era vero che c’erano stati dei tagli. Risposi che avrei mandato a chiamare il traduttore mettendolo a confronto con me. Allora davanti ad una richiesta del genere ammise che qualche frase era stata cancellata ma mi promise che, terminate le diecimila copie della prima edizione, avrebbe fatto reintegrare il testo tagliato.

Poi questo è avvenuto?
Non ho potuto controllare ma lo farò perché in Libia ci andrò ancora.

E ora questo nuovo e più grave episodio…
Quello che mi ha sorpreso in maniera straordinaria di questa vicenda e mi ha indignato riguarda la famiglia Fekini, e in particolare Anwar Fekini, un avvocato di fama internazionale che gestisce le cause tra Stato e Stato. Questo è il nipote del capo della resistenza antitaliana in Libia. Una persona, della quale avevo scritto le memorie nel libro Ad un passo dalla forca . L’uomo di Sciara-Sciat, vale a dire della storica sconfitta degli italiani nel 1911, quando muoiono in combattimento 550 militari. Un combattente di grandi capacità militari ma anche intellettuali. Leggendo i suoi ricordi, cinquecento pagine più altrettante di lettere ed altri documenti, mi sono trovato di fronte ad una miniera di informazioni straordinarie di cui né io né gli altri storici conoscevamo l’esistenza. Vengo a sapere insomma dalla famiglia, e in particolare dall’avvocato Fekini, che vive in California, che c’era stato un rapporto del ministero della cultura libica che, per varie ragioni, aveva deciso che il mio libro era da confiscare. La prima cosa che ho fatto è tentare di entrare in possesso del rapporto tradotto dall’arabo all’italiano. Ho così potuto vedere i motivi di questa censura totale.

Quali accuse le hanno mosso?
Intanto di essere stato troppo vicino alla famiglia Fekini. Perché? Evidentemente perché la famiglia Fekini fa un po’ ombra a Gheddafi. Perché il leader libico intanto non ha fatto la resistenza, lui era un ragazzo, e quando nacque c’era già il regno di Libia. L’ha fatta suo padre ma lui non c’entra affatto. E inoltre questa famiglia che ha fatto la resistenza in Tripolitania è ancora oggi stimata ed onorata, perché ci sono ancora dei Fekini che vivono a Tripoli. E la seconda accusa che mi si fa è di avere in un certo senso dato troppo peso alla Senussia. Lei sa che la Senussia era uno dei più grandi gruppi religiosi libici, che ha fatto la resistenza soprattutto in Cirenaica. Tanto è vero che Omar al-Mukhtàr era il vicario della Senussia. Ma non mi si può dire, attraverso questo rapporto, che ho fatto male a parlar bene della Senussia quando Gheddafi è arrivato in Italia mostrando la fotografia di Omar al-Mukhtàr che era il vicario appunto della Senussia. Quale contraddizione! Ma in realtà Omar al-Mukhtàr era il rappresentante di quello che poi sarebbe diventato il re Idris, il primo re della Libia che lui poi ha detronizzato.

Professore, ma questi non sembrano essere dei pretesti per cambiare il rapporto positivo che lei aveva con la Libia a fronte di un mutamento dei rapporti internazionali e nello specifico, dei rapporti tra Italia e Libia?
Non credo. Secondo me ci sono state due volontà contrapposte. La segreteria di Gheddafi mi dà l’onorificenza. Invece quando le prime copie in arabo del mio libro arrivano in Libia vengono percepite in un certo senso come un attacco al regime. Mi attaccano insomma per aver parlato bene della famiglia Fekini e dei senussiti. Accuse limitate a questi due aspetti perché non credo vogliano farmi fuori. Sono comunque molto gravi anche perché oltretutto contraddittorie. Evidentemente c’è molta confusione tra i vertici della Libia.

Insomma professore, tutto lo scenario al quale abbiamo assistito, Berlusconi, Gheddafi, le frecce tricolori, l’immigrazione, non c’entra nulla, tanto per sgombrare il campo, con quello che è successo a lei?
No assolutamente. Anzi devo dire una cosa. Che io ho appoggiato l’accordo tra Roma e Tripoli, dicendo però che come accordo commerciale è ottimo, ci guadagneranno le industrie italiane, e, soprattutto, ci guadagna la Libia, forse anche troppo. Ritengo inoltre che sia giusto che l’Italia riconosca quello che ha fatto di male in Libia. Centomila morti non sono pochi. E se consideriamo che quelle centomila persone furono uccise in un’epoca in cui in Libia vivevano ottocentomila abitanti quello fu un autentico genocidio. Non va bene invece che in questo accordo non si parla del fatto che il contraente avrebbe dovuto dare garanzie sul rispetto dei valori civili e umanitari. E sappiamo che la Libia da quel punto di vista lì è allo zero totale.

http://www.liberazione.it/

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