La filosofia è morta vent’anni fa

131793_0409_P29_CulCom_A02_F02Nel 1943 la rivista di Giuseppe Bottai, “Primato”, pubblicò un ampio dibattito sull’esistenzialismo, che fu aperto e concluso da Nicola Abbagnano e che vide la partecipazione di molti eminenti protagonisti della filosofia italiana del tempo: da Enzo Paci ad Armando Carlini e Augusto Guzzo, da Ugo Spirito a Pantaleo Carabellese, da Francesco Olgiati a Galvano Della Volpe, da Antonio Banfi a Cesare Luporini. Alla discussione diede un suo contributo anche Giovanni Gentile.

 Lo svolgimento di questo dibattito filosofico era la riprova della grande sensibilità culturale che caratterizzava la rivista di Bottai; ma a ciò bisogna aggiungere che diversi tra i filosofi citati sopra (che avranno un ruolo importante nella cultura del dopoguerra) erano fascisti ferventi. Travolto il fascismo dalla guerra perduta, alcuni di questi filosofi (Banfi e Della Volpe, Paci e Luporini) passeranno direttamente al comunismo. E non a caso, perché nel comunismo essi troveranno alcune idee direttive e alcuni miti che erano stati propri del fascismo, nel quale essi avevano creduto: la critica del liberalismo economico e politico, dell’individualismo borghese, e al tempo stesso la rivendicazione di una società e di uno Stato nuovi, di un “uomo nuovo”, di una civiltà nuova. Credo che questo passaggio dal fascismo al comunismo sia un elemento da tenere ben presente per capire la temperie culturale, anche in campo filosofico, dell’Italia repubblicana.

 L’egemonia rossaÈ un tema, questo, ben svolto da Pietro Rossi, nel suo bel volume Avventure e disavventure della filosofia. Saggi sul pensiero italiano del Novecento (Il Mulino, pp. 378, euro 29). Certo, la catastrofe della guerra perduta acuì negli uomini di cultura l’aspirazione verso un rinnovamento radicale della società. E molti ravvisarono nel marxismo l’ideologia rivoluzionaria per eccellenza. Il marxismo ebbe così una diffusione enorme, fino a raggiungere una larghissima egemonia nella cultura italiana del dopoguerra: una egemonia che si protrasse fino agli anni Settanta. Quale marxismo? Il marxismo di Gramsci, in primo luogo, il quale risentiva dell’influsso filosofico, determinante sotto ogni profilo, di Giovanni Gentile (come ben vide Augusto Del Noce). Del resto, già nel 1918 Gramsci aveva tributato al filosofo siciliano un omaggio commosso: Gentile, aveva scritto, è «il filosofo italiano che più in questi ultimi anni abbia prodotto nel campo del pensiero. Il suo sistema della filosofia è lo sviluppo ultimo dell’idealismo germanico, che ebbe il suo culmine in Hegel, maestro di Marx, ed è la negazione di ogni trascendentalismo, l’identificazione della filosofia con la storia, con l’atto del pensiero in cui si uniscono il vero e il fatto in una progressione dialettica mai definitiva e perfetta».

 Questo influsso dell’attualismo continuò anche nei Quaderni del carcere di Gramsci, che tanta diffusione ebbero: infatti il marxismo era qui, gentilianamente, una “filosofia della prassi”, che mirava alla instaurazione di uno Stato etico; e veniva respinta qualunque concezione naturalistico-deterministica (e quindi anche la sociologia), che negasse la creatività e la forza creatrice, sempre nuova e imprevedibile, del pensiero.

 Ma il marxismo italiano era destinato ad assumere molti volti. Basti pensare all’irrompere della Scuola di Francoforte a partire dal ’68: tutti i testi di Adorno, di Horkheimer e di Marcuse vennero pubblicati, con tirature altissime. Dilagarono i temi della critica alla società capitalistico-industriale, all’organizzazione industriale del mondo moderno: il rifiuto della divisione del lavoro perché annullava la libertà umana e l’uomo “totale”; il rifiuto della razionalità strumentale, cioè della ragione asservita alla progettazione dei piani industriali, della loro efficienza ed economicità; il rifiuto del principio di prestazione, cioè dell’idea che l’intelletto umano debba contribuire ai processi produttivi; il rifiuto del pensiero “reificato”, cioè del pensiero modellato sui metodi e sui procedimenti della scienza e della tecnica. Fu una ubriacatura ideologica anarchica e irrazionalistica, che penetrò dappertutto (nelle Università, nei centri culturali, nelle casi editrici, nelle riviste ecc.), e che suggellò l’influsso non benefico del marxismo sulla cultura italiana.

 La svolta di CollettiMa proprio nel momento della sua massima espansione, il marxismo italiano entrò in una grave crisi. I primi sintomi di tale crisi si avvertirono già a cavallo degli anni Settanta: nel 1974 uno dei filosofi marxisti più acuti, Lucio Colletti, parlò, nella sua Intervista politico-filosofica, di una difficoltà e di un affanno profondi del marxismo, nonostante la sua diffusione ancora enorme. Colletti fu per questo aggredito e dileggiato da molti, ma egli aveva visto giusto.

 Infatti alla fine degli anni Settanta e poi nei primi anni Ottanta divenne sempre più chiaro che il nostro Paese aveva percorso una strada assai diversa da quella prevista dai marxisti: il nostro sistema industriale si era enormemente rafforzato, l’Italia era divenuta una delle prime economie del mondo, con enormi benefici nel lavoro, nei consumi, negli stili di vita ecc. Un formidabile processo di modernizzazione aveva profondamente trasformato la società italiana. Tutto ciò aveva tagliato l’erba sotto i piedi dei marxisti.

 Quando nel 1989 ci fu l’abbattimento del muro di Berlino, e poi nel ‘91 la fine dell’URSS, il marxismo italiano era già agonizzante da molto tempo. Del resto, i suoi nipotini si erano già avviati verso nuove combinazioni: Nietzsche più Wittgenstein (Massimo Cacciari), il neo contrattualismo e il neo liberalismo declinati in chiave democratico-egualitaria (Salvatore Veca e Sebastiano Maffettone) ecc.

 Ma il proscenio filosofico italiano era ormai occupato da altri, fortemente influenzati da Heidegger, che col marxismo non avevano mai avuto nulla a che fare: Emanuele Severino e Gianni Vattimo, in primo luogo. Mentre l’avventura intellettuale anche di questi volge ormai alla sua conclusione, il panorama complessivo della riflessione filosofica in Italia appare estremamente frammentato, confuso, opaco e caotico: senza personalità preminenti e senza idee nuove e forti.

Giuseppe Bedeschi

http://www.libero-news.it/articles/view/569676

Tag:

Una Risposta to “La filosofia è morta vent’anni fa”

  1. archer Says:

    Forse sarebbe meglio leggere un po’ più attentamente i testi di Emanuele Severino: dire che l’avventura intellettuale di quest’ultimo volge ormai alla sua conclusione, contiene, a mio modesto avviso, almeno tre errori: primo, non si tratta di un’avventura (nessuno quanto Severino sostiene la preteorizzazione della società razionale-tecnologica) e l’estremo rigore logico del suo discorso fa pensare a tutto tranne che a un’avventura. Secondo, se volgere alla fine, di un pensiero, allude all’età di chi lo ha portato a manifestarsi (o meglio ne ha accolto la manifestazione), l’osservazione é meschina e volgare. Se invece si intende che con l’individuo ne muore il pensiero, ripeto, rilegga meglio Severino!
    Terzo, trovo che in genere si interpreta Severino come una porta chiusa (ancora più chiusa, se “l’avventura volge alla sua conclusione”) mentre il suo discorso é una porta aperta, un dire – che non si conclude nelle “opere” di Severino – la testimonianza di qualcosa di inaudito (e qui tutti pensano: “macché inaudito! lo pensano in tanti! lo pensavo già anch’io! etc etc)
    “”la verità non esiste!” – dice talvolta le stessa. Per prudenza.”

Rispondi a archer Annulla risposta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: