Così nacque la rabbia. E l’orgoglio

imagesL’incontro a New York, l’orrore, la rivolta morale dopo dieci anni di silenzio

Pubblichiamo in queste pagine la prefazione di Ferruccio de Bortoli alla prima edizione economica de «La Rabbia e l’Orgoglio» di Oriana Fallaci, in libreria da domani (Bur-Rizzoli, pp. 162, 10). Lo scritto, uscito sul «Corriere» il 29 settembre 2001, fa parte della collana «Opere di Oriana Fallaci» ed è arricchito in appendice da due testi successivi: «Eppure con la Francia non sono arrabbiata» (dell’8 giugno 2002), e «Wake up, Occidente, sveglia», un estratto della sua conferenza all’American Enterprise Institute di Washington pubblicato anch’esso sul «Corriere» il 26 ottobre dello stesso anno. La collana è stata inaugurata, alla fine dello scorso anno, da «Intervista con la storia», cui sono seguiti «I sette peccati di Hollywood», «Il sesso inutile», «Gli antipatici», «Quel giorno sulla Luna», «Lettera a un bambino mai nato» e «Penelope alla guerra». La prossima uscita sarà «Insciallah».

di FERRUCCIO DE BORTOLI

Devo essere sincero. Non so se Oriana avrebbe gradito questa mia prefazio­ne. Il nostro è stato un rapporto inten­so, tempestoso. Interrotto più volte. E mai ripreso prima della sua morte, purtroppo. Avrei voluto esserle vicino. Non è stato possibile. La colpa credo sia mia. E dunque, queste poche e insignificanti righe cominciano con una confes­sione maturata in otto lunghi anni. Oriana anda­va difesa di più. Il suo direttore, si fa per dire, il sottoscritto, ebbe il piccolo merito di convincer­la a scrivere, dopo l’Undici Settembre e un silen­zio decennale, ma il grande torto di seguire poi le maledette regole del politicamente corretto. «L’Italia si divide nel nome di Oriana» titolam­mo il giorno dopo la pubblicazione del suo arti­colo. Un titolo corretto, ma freddo, distaccato.

Con La Rabbia e l’Orgoglio, l’Italia venne inve­stita da un ciclone di sentimenti. Un pugno nel­lo stomaco alle sue viltà. Si divise, certo. Ma fu abbracciata all’improvviso da uno straordinario atto d’amore che in qualche modo la rese più unita, più consapevole della propria identità. Oriana colpì al cuore, facendo pensare, scuoten­dolo, anche chi non condivideva nulla del suo pensiero. Persino chi lo trovava, sbagliando, un po’ razzista. Scrisse bene Giuliano Zincone, il 17 ottobre del 2001, sul «Corriere»: «Oriana ha sbri­ciolato il pigolio del buonsenso, le cautele ecu­meniche, afferrando il nuovo spirito del tempo. Non conta la correttezza dei suoi argomenti, ma la forza con la quale mi costringe a riflettere». Uno scrittore, un grande scrittore, crea emo­zioni, scopre gli angoli più remoti della nostra coscienza, muove le passioni. Oriana in quel set­tembre di sangue, con l’America ferita dal terro­rismo e il mondo impaurito, ci prese a schiaffi, ci spinse contro un muro, insultandoci, ma risve­gliò il nostro orgoglio sopito con l’affetto pro­fondo che solo una madre, lei che non lo era, può avere nei confronti dei suoi figli.

Ecco, Oria­na è stata la nostra Madre Coraggio. «I profeti — ha scritto Fiamma Nirenstein in una bella re­censione al libro — vedono tutto ciò che è proi­bito vedere e il dono del cielo che ricevono è po­terlo ammantare di poesia. Così è il testo di Oria­na Fallaci: veritiero, poetico e disperato». «Un calcio violentissimo sferrato contro il castello delle nostre ipocrisie» commentò Angelo Pane­bianco. Oriana, prima di pubblicare La Rabbia e l’Orgoglio, l’aveva definito, al telefono con Howard B. Gotlieb, il gestore del suo fondo di scritti all’Università di Boston, un sermone. «Call it a sermon» gli aveva urlato. Quell’Undici Settembre non fui io a chiamare lei. Non lo feci per una sorta di timidezza. Lei detestava sentirsi chiedere un articolo. «Voi di­rettori, siete tutti uguali, alla fine volete solo quello, vi conosco…». Ci avevo provato tante vol­te. Senza il minimo risultato. La misura dell’arti­colo era qualcosa che aveva finito per sembrarle persino insultante. Chiamò lei. E parlammo a lungo. Descriveva l’orrore di quei corpi che cade­vano dalle torri, la sensazione spettrale di una New York svuotata e percorsa solo dai mezzi di soccorso. Mi colpì perché parlava dell’odore che si respirava anche lì da lei, sulla 61esima, fra la Seconda e la Terza. Un odore di morte. «Potremmo fare un’intervista, Oriana, che ne dici?». Si fece convincere. «Ma la devi fare tu, d’accordo?». «Va bene». «Prendi il primo aereo e vieni». Attesi la riapertura dei collegamenti fra l’Europa e gli Stati Uniti e salii sul primo aereo fra Milano e New York. Era il 15 settembre. I pas­seggeri sembravano muti. Solo sguardi straniti, tentativi goffi di apparire normali. Un viaggio surreale. Arrivato a New York, feci un salto in albergo. Il Waldorf Astoria era deserto; il perso­nale incollato ai televisori continuava a guarda­re le immagini della tragedia; gli aerei che entra­vano nei grattacieli, come lame nella carne viva di una città, di un popolo. Poche auto. Lunghe file di taxi vuoti. Il tempo si era fermato.

Quando Oriana aprì la porta del suo apparta­mento, al numero 222 della 61esima, ricominciai a respirare, nonostante l’ambiente fosse chiuso, l’aria viziata, le finestre sempre serrate. Cataste di libri, un disordine insopportabile ma affasci­nante. Lei cordiale e persino affettuosa. La siga­retta sempre accesa. L’intervista? Non cominciò neppure perché era già stata fatta. L’aveva già scritta lei, domande comprese. E cominciò subi­to a leggerla davanti a me. Le piaceva farlo, le pia­ceva ascoltarsi. E subito dopo apparire insoddi­sfatta di quello che aveva scritto. Una specie di gioco, con un pizzico di vanità. Come se si guar­dasse allo specchio. La voce dava corpo ai senti­menti. Era tutt’uno con le parole. Come nella Let­tera a un bambino mai nato, che forse le era pia­ciuto più leggere, e incidere, che scrivere. «Benissimo, Oriana, ma sei tu che intervisti te stessa (poi l’avrebbe fatto). Io non c’entro nulla, ogni mia parola rovinerebbe tutto. Devi fare una cosa tua, con la tua firma». «Ci risiamo, tu vuoi l’articolo, lo so, non te ne frega niente di tutto il resto». L’umore era cambiato di colpo, la voce ancora più roca e tagliente. Si alzò dal divano e se ne andò in cucina. Ricordo che restò in silen­zio per qualche minuto. Interminabile. Pensai: adesso mi caccia via. Si era fatto tardi. «Mangiamo qualcosa?» dis­se lei. «Possiamo andare da qualche parte». «No, ho delle aragoste in frigorifero, manche­rebbe lo champagne».

Uscii, in una New York ancora più deserta e lunare, e andai a comprare una bottiglia di Cristal, il suo champagne preferi­to. Mi vergognavo un po’. Lo sguardo del rivendi­tore era di condanna. Che cosa avrà da festeggia­re questo qui? Boh. Non riflettemmo un attimo sull’inopportuni­tà di un menù, diciamo così, spensierato. Si co­minciò a parlare d’altro. Della sua vita, della mia. Di come era uscito il giornale del dodici set­tembre, del mio editoriale che le era piaciuto so­lo per il titolo, diventato poi famoso («Siamo tut­ti americani»), ma non per il contenuto. Lei avrebbe fatto ben altro. «Si vede che non hai le palle, non vi sporcate mai le mani, state troppo in ufficio…». Dall’esterno, a un certo punto, co­minciarono ad arrivare delle voci concitate. Oria­na si alzò di scatto. «Sono i soliti bastardi…». Ce l’aveva con gli avventori di un locale notturno vicino. Ma soprattutto con gli autisti che aspetta­vano in strada. Molti dei quali di origine araba. Rovesciò un po’ di epiteti, ma le impedii di anda­re alla finestra. «Oriana… e poi dici che sei co­stretta a barricarti in casa…». Si fece tardi, molto tardi. Io ero distrutto. Lei sprizzava energia, la voglia repressa di uscire di casa, di andare a Ground Zero. Di tornare in prima linea, come quando era più giovane.

Ma non si poteva, ed era del tutto inutile avvicinarsi. «Ci vediamo, domani?». «Sì, domani, ma pensaci, inutile fare un’intervista. Scrivi tutto tu. Io farò un box a parte, in cui spiegherò come si è arrivati alla tua decisione di rompere il silenzio. Non vuoi un articolo? Scrivi una lettera. Scrivila a me, ti va?». «Ci penso stanotte, a domani, ora sono un po’ stanca». Non lo sembrava affatto, nonostante la tosse, i segni di una malattia con la quale lottava, ignorandola, in ogni minuto di un’esistenza solitaria. Oriana aveva sempre un fronte sul quale stare, questo era il più pericoloso e maligno. La mattina dopo la raggiunsi un po’ sul tardi. Le portai dei fiori. Che lei prese, aprendomi la porta, con distrazione e senso di fastidio. Bevemmo un caffè e parlammo di tante cose. Io non avevo il coraggio di tornare sull’argomento della sera prima, l’articolo o la lettera. E, dunque, aspettai che lo facesse lei. Passò del tempo. Lunghissimo. Poi Oriana mi chiese se avevo pensato a come presentare la sua cosa. La cosa, generica. «In prima pagina, di spalla, e poi dentro, con l’impaginazione e le foto che decidi tu». Lei non rispose e andò subito a rovistare fra tante sue im­magini. Quella che le piaceva di più la ritraeva in macchina, la portiera aperta, le torri gemelle ri­flesse sul finestrino, un grande cappello e occhia­li scuri. «Questa può andare». «E il box l’hai scrit­to? ».

Aprii il computer e le mostrai quello che avevo messo giù in albergo. Con la tentazione di leggerlo ad alta voce. Come faceva lei. Ma rinun­ciai subito. E lei lo lesse con lo sguardo corruccia­to, in silenzio. Come un esame. Fallito. Non le andava che facessi riferimento a Penelope alla guerra o a Insciallah . Le dava fastidio leggere un testo sul computer. «Insopportabile e anche sco­modo». «Guarda, Oriana, lasciamo perdere. Qualsiasi testo accanto al tuo apparirebbe inutile e stonato». «Beh, se proprio insisti…». Oriana sa­peva distillare il sapore delle proprie vittorie. An­che le più piccole. «Ma in prima come lo metti?» «Faremo un palchettone, a nove colonne (c’era­no ancora), poi girerai all’interno in un inserto speciale. Sarà come un libro che si pubblica la prima volta su un quotidiano, va bene?». Lei fece sì con la testa, preoccupata di non sembrare mai soddisfatta. «E il titolo?». Qui la discussione si fece lunga. Si gettarono le parole sul tavolo, co­me in un improvvisato Shanghai. E lei le scartò una a una. Alla fine io insistetti per «Il massacro e l’orgoglio». E lei sembrava convincersene, ma forse più per stanchezza. Poi accendendosi una delle tante sigarette di quella mattina, si alzò di scatto dalla poltrona e disse: «La rabbia…». Tutta quella che aveva dentro. La Rabbia e l’Orgoglio.

P.S. A Oriana non erano piaciute le risposte al­la sua lettera da New York di Dacia Maraini e, so­prattutto, di Tiziano Terzani. Tornassi indietro li ripubblicherei allo stesso modo, sfidando la sua ira. Erano due articoli contrari, ma scritti con im­pegno e passione. Gli interventi di due fiorentini come lei, ai quali replicò sul «Corriere» un altro fiorentino, Giovanni Sartori. Dando ragione a Oriana. Un quinto fiorentino, che non l’amava certo, era morto da poche settimane. Indro Mon­tanelli le avrebbe reso omaggio. Da par suo. Ma ciò avrebbe inevitabilmente suscitato i sospetti di Oriana, diffidente verso gli elogi imprevisti, gli abbracci improvvisi. Lei, combattente irriduci­bile dal suo eremo americano, amava andare con­trocorrente. Ma da sola.

http://www.corriere.it/cultura/09_settembre_08/rabbia_orgoglio_fallaci_de_bortoli_cc4658c8-9c36-11de-a226-00144f02aabc.shtml

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