MERLO UCCELLA IL CASO BOFFO-FELTRI

AUS2GGSCA1XAXQWCA9LIK7HCASE444ACAHOJ23BCA9VG091CAYQPTH7CA3Y173JCANLVACKCAF1OODZCA7U0371CAZMXOOTCA9WFPNLCAXJT38DCAVPUN1FCAKRZGZQCAI0MUA7CA8MDTUZCASGNISLFrancesco Merlo per “La Repubblica

 

Classici sono il corvo, la talpa, la civetta: sigle anonime ma affollate come un coro o una processione, ingenerose con il mondo animale perché non esistono in natura corvi che compongono lettere anonime e talpe che fanno le spie. In compenso sono scritte da somari le sgrammaticate veline che, come quella sulle inclinazioni sessuali di Dino Boffo, non svelano ma velano e avvelenano. E nel gergo degli spioni si chiamano anche “fischiate”.

I servizi segreti – che più vengono riformati e più sono “deviati” – regolarmente “fischiano” ai giornalisti. Conservo una velina su un (allora) ministro sottoposto a elettrochoc in una clinica svizzera. In un altra si parla delle truffe di un affascinante imprenditore agli inizi di carriera. Per lo più le “rivelazioni” sono a base di donnine, droga, yacht e transessuali, soldi, violenze. Spesso riguardano i morti: una collega ne ha una su Alberto Sordi. Girano da sempre quelle su Mattei. Altre propongono, nientemeno, la riesumazione del corpo di Berlinguer.

Un cronista dell´Espresso me ne ha mostrate due sul neofascista Nardi e l´anarchico Valpreda. A nessun italiano di qualche importanza viene garantito il diritto di requiescat in pace, se non nei necrologi e sulle lapidi, e in Italia basta una velina o qualche grammo di veleno (giudiziario, familiare…) per far nascere l´idea di disseppellire e di esecrare chi era stato glorificato da vivo – persino l´avvocato Agnelli – o viceversa di glorificare chi era stato esecrato.

 

Tuttavia la velina si sostanzia solo quando finisce nella mani di qualcuno che vuole “andare sino in fondo”. Ma non basta il giornalista pistarolo o il giudice protagonista che resuscita fantasmi: Portella della Ginestra, il caso Montesi; quello di Gardini fu vero sucidio? Ci vuole il giornalista velinaro che eleva la spazzatura al rango di notizia tradendo la professione ed il suo orgoglio per vendere copie, per servire un partito, un´area, un´ideologia o solo il padrone che lo paga. Ci sono colleghi che vivono di veline avvelenate e magari muoiono di veleno velinato come accadde a Mino Pecorelli, direttore-editore della rivista (semiclandestina) Op.

 

I giornalisti sanno che, anche quando dice un po´ di verità, la velina è comunque sordida, rimanda ai marescialli di una volta, picchiatori e diffamatori, alla copia ricalco su carta velina appunto, al dosaggio dei veleni, al potere italiano come saga dei Borgia e ai fabbricatori di dossier: “Riservato per il Duce”. Mussolini archiviava le informative sui nemici e soprattutto sugli amici che tanto più gli erano fedeli quanto più erano ricattabili.

E diciamola tutta: proprio perché ci piacciono i pettegolezzi che sono il sale delle amicizie, il divertimento come farsa plautina, ci pare miserabile la velina che ricatta o infama, mette alla gogna, infanga, distrugge e qualche volta uccide.

Strano destino di una parola che più acquista significati e più si sporca: le veline sono i corpi senza erotismo della tv (solo) italiana, lolite smaterializzate, il sesso senza eros, il ballo senza sapori: ricalchi di donne su carta velina. Quando nacque la parola, erano gli ordini ai giornali, smistati su carta velina, del Ministero della cultura popolare: «non parlare mai della Francia», «non pubblicare foto di Mussolini non autorizzate»…

Poi le veline sono diventate le verità confezionate dai partiti soprattutto per la Rai, il Tg di Vittorio Orefice, il giornalista con il papillon che, per 50 anni, fu “il cantore del Palazzo”, “il trombettiere della Dc”, “l´inventore della velina di regime”. Ma c´erano anche le veline rosse nel Paese dove la verità è lottizzata. Insomma, quella del telegiornalista era (è) un´esistenza disciplinata e militante: lo zelo del propagandista come parte stessa della professione.

 

Ma se un tempo ciascun giornalista riceveva la sua velina, oggi la teleindecenza velinara è quasi interamente berlusconiana e la velina – tristissima parola – per la prima volta ha unificato almeno due significati: velina di Stato e al tempo stesso informativa che disinforma e deforma, verità di regime e anonima denuncia di malcostume che male si costuma: «… da più comportamenti posti in essere dal dottor Dino Boffo dall´ottobre del 2001 al gennaio 2002… ».

Fosse vivo, Lombroso oggi studierebbe con il suo metodo criminologico-criminalistico non le veline ma i velinari: il talento e i tic di Vittorio Feltri, le ossessioni psicosomatiche e, ostentati come alibi, gli snobismi e l´amore per gli animali, meglio se il nobile cavallo. E, ancora, la sua naturale sintonia con un largo pezzo d´Italia che alla “rivelazione” in prima pagina non sa resistere.

 

In Italia le veline hanno un target e Totò riusciva a vendere la Fontana di Trevi perché la offriva alle persone giuste. Basta che il velinaro solleciti i suoi lettori e subito c´è una stupidità che gli risponde, si indigna e si mobilita perché furbizia e stupidità sempre si ingravidano a vicenda.

Fateci caso: i grandi velinari – tutti – si tradiscono perché velano con l´eleganza esibita la ferocia dello sguardo; rivelano dietro le giacche cucite dai sarti la sofferta libidine per il fango; sanno che basta mettere le mani nella spazzatura per assumere le sembianze della spazzatura e dunque ostentano la cura di sé per meglio “velinare” le puzze che in fondo a se stessi disprezzano, pronti per danaro a mettere in piedi anche il giornale della mafia se la mafia facesse giornali.

È ovvio che, per servire il padrone che meglio li paga, siano lesti ad attingere in quella cultura del sospetto, come sussiegosamente la si chiama, che è nel sangue del Paese. Dunque è grazie alla stoffa del velinaro che la velina – non più parola ma parolaccia – ha oggi preso il sapore dell´olio di ricino. Una dose e un cattolico diventa omosessuale, un intellettuale ruba ai poveri, un antirazzista maltratta la colf, un siciliano è mafioso… Nel mercato delle veline non manca nulla. Basta pagare.

http://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/articolo-9041.htm

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2 Risposte to “MERLO UCCELLA IL CASO BOFFO-FELTRI”

  1. Antonio Cémbrola Says:

    In verità anche a me non piace la calunnia specie come strumento culturale di informazione, poi penso…quale altro sistema abbiammo oggi per individuare le caste ,le lobby, le associazioni a delinquere che attualmente gestiscono i poteri occulti e visibili. Se si impasticciano tra loro c’è qualche possibiltà di autoespurgo catartico? Poi mi viene in mente il detto”cane non morde cane” e ripiombo nella mia salda sfiducia nell’apparato completo sociale la cui stella polare è solo il dio denaro e che in funzione di esso sta sotterrando, invece di irrobustire, il sistema giudiziario….unica istituzione nella quale si riponeva una parvenza di fiducia.

  2. Antonio Cémbrola Says:

    Un pò stridente la chiamata in causa di Lombroso, ma nel panorama odierno “l’umor verde” di F. Merlo a malapena si percepisce nella melma nera di questa palude stigea.

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