Quattro chiacchiere con De Gaulle

AWBXSF0CAUSFK0LCA4TXBPSCAPGBMW0CA4JSCFQCA5DCPZWCADVH6DLCA35QSF1CA7Z5IU0CADPUUP1CA556RNMCA4TRW8ACACFTVHYCAJ54QV8CAL9GPM1CAR7ESURCA7UPAQ2CAFFO50OCAKGP4PZQuarantacinque anni fa il Nobel per la letteratura François Mauriac pubblicava la biografia dello statista

di Edoardo Caprino

François Mauriac quarantacinque anni fa dava alle stampe una biografia dedicata all’uomo che in quel momento incarnava la Francia, con tutti i suoi pregi e difetti:  il generale Charles De Gaulle. Mauriac non nascondeva ai lettori il suo pensiero, ricco di ammirazione, per la figura dell’uomo che guidò i francesi alla riscoperta della libertà attraverso i radio messaggi lanciati da Londra, per il militare capace di ribellarsi ai suoi superiori proni e pronti a vendersi a un nemico che avrebbe cancellato l’identità stessa della gloriosa nazione transalpina. L’accademico di Francia non nascondeva come De Gaulle si presentava ai suoi occhi agli antipodi rispetto alla sua personale formazione.
Il celebre scrittore francese, l’autorevole membro de l’Académie française anche in questo scritto non fece mistero della sua fede cattolica; ciò traspare leggendo la biografia molto elogiativa del generale, ma al contempo onesta nell’avanzare critiche verso certe prese di posizione (come dovrebbe sempre avvenire in un rapporto realmente basato sulla stima e l’ammirazione).

La biografia che Mauriac dedicò al generale non si limita a una pedante ripetizione di date e avvenimenti. Attraverso un autentico collage di discorsi, messaggi, scritti lo scrittore scava nel profondo di questa complessa personalità, andando a toccare corde che sino ad allora pochi avevano voluto esplorare.
Mauriac non esita a parlare dell’autentico capovolgimento delle sue opinioni sino ad allora maturate verso il generale; dopo infatti il loro primo incontro – avvenuto il primo settembre 1944 – rimase colpito, impressionato che De Gaulle, in una Parigi ancora fumante e ferita dalla guerra, trovasse il desiderio di confrontarsi con lui, con l’autorevole accademico, sulla figura di André Gide.
In quel mentre Mauriac ebbe la percezione di trovarsi di fronte “alla gloria di un uomo che si era identificato con il suo popolo”.
Per Mauriac De Gaulle non è un genio come Napoleone Bonaparte, ma al contempo riconosce al condottiero della Francia liberata la capacità di comprendere con precisione il suo futuro (idea sorta leggendo la giovanile opera del generale Fil de l’Epèe).
Nel disegnare il profilo del futuro capo dello Stato Mauriac sottolinea la sua formazione cattolica; la passione che anima De Gaulle è la stessa – per l’accademico francese – dei giacobini che dominarono l’Esagono dal 1792 al 1814. Ma al contrario di loro De Gaulle – per Mauriac – matura la convinzione che la Francia deve essere servita con la consapevolezza che la grande nazione europea debba essere ricondotta sulla buona strada.
Nell’avanzare delle pagine Mauriac dipinge un De Gaulle che appare lontano dal voler commuovere o turbare le coscienze; lo scrittore non nasconde la sua visione della politica, legata alla personale legge morale – e per questo religiosa – e la collega a quella che sostiene il generale.
La coscienza cristiana di Mauriac si rispecchia nello spirito che anima De Gaulle, che ha dedicato la sua vita al solo interesse della Francia, facendo in modo che ciò diventi un’autentica forma di vocazione assolutamente disinteressata. Ecco qui l’apparire della coscienza cristiana.
La grandeur francese che insegue De Gaulle per Mauriac non può non essere fondata sui valori spirituali cui lo stesso scrittore appartiene.
Ed ecco giungere la “sentenza” definitiva di Mauriac verso la politica condotta dal generale:  De Gaulle è cristiano non tanto perché ispirato dal discorso della montagna, ma perché “l’interesse della Francia in questo momento della storia non si separa dalla sua vocazione più alta”.
La forza di De Gaulle, l’ispirazione dei gesti che compie trova così linfa nelle radici più profonde della Francia e di conseguenza della sua personale formazione umana e religiosa.
Più avanti Mauriac confessa di non avere abbastanza elementi per poter valutare approfonditamente De Gaulle. Non a caso accenna alla parrocchia di Colombey-les-Deux-Eglises che ha visto il generale fedele parrocchiano e lo scrittore per questo si pone diversi quesiti:  “Cosa può dire al Padre Eterno? Gli parlerà? E di cosa gli parlerà? Qual è la preghiera di De Gaulle? Non lo sapremo mai”.
Lo stesso silenzio, lo stesso rigore – potremmo dire lo stesso pudore – il generale lo adotterà negli anni all’Eliseo. Sappiamo infatti che egli faceva celebrare la funzione domenicale presso la cappella esistente all’interno del Palazzo presidenziale ma tutto avveniva a spese del primo cittadino di Francia. Questo rapporto intimo di fede il generale lo difenderà tenacemente per tutta la vita.
Per Mauriac l’avventura umana di De Gaulle deve essere affiancata a quella di altri grandi personaggi storici francesi, prima fra tutti Giovanna d’Arco. Il legame tra le due figure esiste ed è evidente per l’accademico di Francia nella precisa e comune volontà dei nemici di abbatterli. La redazione della biografia del generale diventa per Mauriac l’occasione per un personale esame di coscienza in cui non può mancare il giudizio verso Maurras e l’Action Française. Per lo scrittore è naturale il pieno riconoscimento nella nuova Quinta Repubblica dopo che, da cattolico, ha potuto svolgere un’analisi implacabile della vita parlamentare francese e la sua lenta corruzione – come fece lo stesso generale – sotto il precedente regime.
Per Mauriac De Gaulle è il continuatore del pensiero di Maurras; con un’immagine alquanto forte egli vede nell’uomo della svolta la figura che dal corpo crocifisso della patria è da lì sceso capace di stabilire una sinergia con il pensiero politico dei francesi.
Tutto questo perché il generale conosceva la storia della Francia e per questo conosceva i francesi, a tal punto che per Mauriac:  “Immagino che ai suoi occhi la grazia è affare di Dio che è il Dio dei cuori”. Tutto questo perché la politica umana è senz’altro potere sulle forze provenienti da un potere di sorveglianza e di polizia. È questa la lezione che il cristiano De Gaulle ha imparato prendendo quali esempi da non copiare i marescialli di Francia Mac-Mahon e Pétain.
L’ulteriore forza del generale cattolico De Gaulle risiede per Mauriac nel non essersi mai posto come fedele di una chiesa particolare proprio per rendere testimonianza di essere indipendente da ogni sollecitazione esterna.
Mauriac scrive questa biografia in anni che già annunciano le prossime rivolte studentesche; egli stenta a comprendere i cambiamenti dei costumi che la stessa televisione comincia a proporre. Per questo si immedesima nel generale e pensa come questi avvenimenti si discostino dal suo pensiero sulla Francia, ma al contempo riconosce al capo dello Stato francese la forza, l’equilibrio che lo porta a non immischiarsi in cose spirituali, nella formazione dei giovani spiriti. Tutto questo non per indifferenza, ma per rispetto delle competenze e dei ruoli.
In questo frangente per Mauriac viene automatico accostare a De Gaulle un’altra grande figura:  Péguy. Come il grande scrittore e pensatore, anche il generale – al contrario di Maurras e di Barrès – davanti ai disastri e alle sconfitte non può e non vuole credere che la Francia sarà annientata. Anche nel 1940 egli ha visto solo un’apparente morte della nazione. La fiducia di De Gaulle riposa nell’eternità dello Stato perché egli stesso crede nella missione della Francia tra gli uomini.
E ulteriore legame tra i due uomini è possibile ricercarlo nella solitudine con la quale hanno vissuto in Terra.
Per questi motivi la fede di De Gaulle appare a Mauriac come vissuta “a occhi aperti”.
Con questo profilo, attraverso un sottile scavo della personalità degaulliana, Mauriac rende ai lettori e agli studiosi la figura di un grande di Francia, un uomo capace di scrivere la storia perché animato da un ideale, da una fede grande vissuta nella profonda intimità.

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/text.html#13

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