Lo strano caso dell’Arctic Sea

15995Secondo la stampa israeliana Netanhyau è volato in segreto a Mosca per chiedere alla Russia di non vendere armi all’Iran

Gli ingredienti per la sceneggiatura di un film o per un libro noir ci sono tutti. L’ultimo episodio della saga dell’Arctic Sea, il cargo battente bandiera maltese scomparso alla fine di luglio nel Canale della Manica e ritrovato a Capo Verde a metà agosto, riguarda la scomparsa del premier israeliano Benjamin Netanhyau, introvabile per dieci ore.

Andiamo con ordine. Il quotidiano israeliano Jerusalem Post, nell’edizione di ieri, scrive che il premier di Tel Aviv si è allontanato dal Paese senza che nessuno al di fuori dei suoi più stretti collaboratori sappesse dove si trovava. Oggi un altra testata d’Israele, lo Yedioth Ahronoth, citando fonti anonime e ben informate, sostiene che Netanhyau si sia recato a Mosca lunedì, per una visita lampo al governo russo. Stesse conferme sarebbero giunte al terzo grande quotidiano israeliano, Ha’aretz, in merito alla scomparsa del primo ministro d’Israele. Con Netanhyau sarebbero partiti Uzi Arad, responsabile della sicurezza nazionale dello Stato ebraico e il generale Meir Kalifi, segretario dell’esecutivo per gli affari militari. Motivo del viaggio? Il carico dell’Arctic Sea. Secondo il giornale israeliano il cargo trasportava un carico di batterie anti missile S-300, di fabbricazione russa, destinate alla vendita all’Iran. Il governo di Teheran, secondo le fonti del quotidiano, ha il bisogno di acquistare quel tipo di sistema difensivo per mettere in sicurezza i siti nucleari e porre il loro programma di sviluppo di energia atomica al riparo da un colpo di mano dei caccia bombardieri israeliani che, in barba ai negoziati internazionali, potrebbero decidere di risolvere a modo loro il dossier nucleare degli ayatollah. Netanhyau sarebbe andato di persona a tentare di convincere i russi a non provarci di nuovo e chiedendo un chiarimento più generale sulla fornitura di armi e tecnologia bellica da parte dei russi a Siria, Iran ed Hezbollah in Libano. Dal governo d’Israele nessuno conferma, nessuno smentisce.

A Mosca, invece, sempre ieri, il ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha definito ”prive di ogni fondamento” le ricostruzioni circolate in questi giorni rispetto alla scomparsa dell’Arctic Sea, che secondo la versione ufficiale sarebbe stata vittima di un’aggressione dei pirati (novità assoluta nella Manica dai tempi di Sir Francis Drake nella seconda metà del Cinquecento). L’equipaggio del cargo, quindici marinai russi, sarebbe stato sequestrati da otto uomini, estoni, russi e lituani. Obiettivo dei pirati ricattare l’armatore per ottenere un riscatto e il recupero del carico di legname del valore di 1,8 milioni di dollari, partito dal porto russo di Kalinigrad e diretto al porto algerino di Bedjaia, dopo aver caricato la merce in Finlandia.
Lavrov ha ribadito che la versione ufficiale è l’unica attendibile, ma ha anche promesso un’inchiesta accurata. Non ha risposto, invece, alla domanda più importante. Se l’Arctic Sea trasportava solo legname, per quale motivo il governo russo ha inviato una mini flotta di quattro navi da guerra alla ricerca del natante? Per salvare i quindici marinai? Difficile crederlo. Anche perché i russi hanno impedito a chiunque di avvicinare la nave alla fonda a Capo Verde e i marinai liberati.

Non ci ha creduto neanche per un istante Mikhail Voitenko, direttore del quotidiano online Sovfracht, specializzato nel mondo della marina mercantile, che è stato il primo a scrivere che quel cargo non trasportava legname ma armi e che i dirottatori non erano criminali, ma agenti segreti israeliani impegnati a bloccarne il carico. Voitenko, che citava fonti del ministero della Difesa russo e aveva riceuto e pubblicato alcune lettere dei familiari dei marinai sequestrati, ha abbandonato la Russia in tutta fretta e ha detto di non voler rivelare la sua attuale posizione. Il giornalista, secondo quanto raccontato dal suo editore alla Bbc, è terrorizzato dalle telefonate minatorie ricevute nei giorni successivi alla pubblicazione del suo articolo sula ricostruzione della vicenda dell’Arctic Sea. Secondo Voitenko, dall’altra parte del telefono c’erano agenti del temuto Fsb, il servizio d’intelligence russo, che facendogli capire con chi aveva a che fare lo hanno ‘invitato’ a farsi gli affari suoi.

Cosa che non ha fatto l’ammiraglio Tarmo Kouts, ex capo delle forze armate estoni e relatore per l’Unione Europea per la pirateria internazionale, che in un’intervista al periodico Usa Time ha dichiarato come solo la presenza di missili a bordo della nave è in grado di spiegare lo strano comportamento russo nella faccenda. ”Ognuno può dire quello che gli pare, ma la ricostruzione ufficiale non è credibile. Che otto uomini assaltino un cargo in acqua europee e si dileguino nel nulla dopo aver raggiunto Capo Verde è irrealistico”, ha dichiarato Kouts. Un mistero fitto, insomma, ma che non dovrebbe stupire più di tanto. Il Mossad, il servizio d’intelligence israeliano, non è nuovo a questo genere di operazioni. Ad aprile scorso, secondo quanto riportato dal giorale egiziano El-Aosboa, un’unità speciale israeliana ha intercettato un cargo diretto alla Striscia di Gaza e partito dal Sudan, carico di armi proveniente dall’Iran. Stessa sorte, questa volta a Dubai, secondo il Financial Times, per un cargo carico di armi provenienti dalla Corea del Nord e diretto in Iran. La Guerra Fredda è finita, i metodi con i quali la si combatteva non sono passati di moda.

Christian Elia

http://it.peacereporter.net/articolo/17703/Lo+strano+caso+dell%27Arctic+Sea

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