I neocon sono in grande fermento. Leggere National Affairs per credere

imagesNew York. Il mondo neoconservatore americano, dato più volte per finito, in realtà sta vivendo un momento di grande fermento intellettuale in questa prima fase dell’era Obama. Gli eredi di quello sparuto gruppo di intellettuali liberal e di sinistra che alla fine degli anni Sessanta si è spostato su posizioni conservatrici perché aveva perso la fiducia nei programmi di ingegneria sociale elaborati dallo stato, ma anche perché detestava l’antiamericanismo della nuova sinistra movimentista, sono tornati a far parlare di sé con una serie di iniziative editoriali e politiche che ricordano i fasti delle origini.

 Il settantanovenne Norman Podhoretz, uno dei pilastri culturali del movimento, ha pubblicato un libro – “Why are jews liberal?” – per spiegare come mai, ancora oggi, la gran parte del mondo ebraico americano continui a votare a sinistra, malgrado negli ultimi anni si sia ribaltato l’antico paradigma dei conservatori nemici degli ebrei e di Israele e dei liberal filosemiti e filosionisti. La battagliera rivista Commentary, guidata per oltre trent’anni da Podhoretz, si è appena rinnovata nei contenuti grazie alla direzione più pop di suo figlio John, mentre l’ala neoconservatrice più interessata alle questioni di politica estera ha fatto nascere a Washington un nuovo centro studi, la Foreign Policy Initiative. Il think tank, fondato da Bill Kristol e Bob Kagan, ha appena diffuso una lettera aperta a Barack Obama per sostenere l’impegno militare in Afghanistan della Casa Bianca e dei suoi generali e, per il 21 e il 22 settembre, ha organizzato una grande conferenza sulla “freedom agenda” di George W. Bush nell’era Obama dal titolo “Avanzare e difendere la democrazia”. L’iniziativa più interessante è quella di una nuova rivista quadrimestrale, interamente dedicata alle questioni di strategia e pianificazione politica interna americana. La nuova rivista si chiama National Affairs e nasce dalle ceneri della più influente delle riviste neoconservatrici degli anni Sessanta, la Policy Review fondata da Irving Kristol, Nathan Glazer, Daniel Bell e dal leggendario ambasciatore all’Onu e poi senatore democratico di New York Daniel Patrick Moynihan. David Brooks, sul New York Times, ha ricordato che l’idea originale di Policy Review, chiusa nel 2005 quando Kristol è andato in pensione, era di superare il grande scontro del passato tra socialismo e capitalismo e di concentrarsi a produrre soluzioni politiche meno ideologiche e più centrate nel pesare in modo pragmatico costi e benefici. Dalle colonne di Policy Review sono scaturite le idee che hanno trasformato la società americana: dalle ricette liberiste e di riduzione delle tasse elaborate da Milton Friedman alla riforma del “welfare state” fatta propria da Bill Clinton, fino alle proposte dei buoni scuola per garantire la libertà di istruzione e all’idea di rivoluzionare le politiche anti crimine nelle città portate a compimento da Rudy Giuliani a New York. La nuova rivista National Affairs nasce esattamente con lo stesso obiettivo, ha spiegato il filosofo della politica e bioeticista Yuval Levin che la dirige: diventare un laboratorio di idee per il futuro dell’America occupare quello spazio intellettuale dove la scienza e la pianificazione politica incrociano le questioni morali e culturali. Il primo numero, quasi interamente scaricabile dal sito nationalaffairs.com, contiene saggi di vario genere: sul carattere nazionale degli americani, sulla necessità di creare un nuovo contratto sociale per il ceto medio, sulle ineguaglianze, sulle barriere alla mobilità sociale sul conservatorismo solidale, sui conti pubblici della California, sull’università e sul neoumanesimo che, secondo Brooks, prova a considerare l’uomo come essere spirituale e non come unità economica o rotella di una macchina politica tecnocratica. Uno dei saggi più citati sui blog è quello dello stimatissimo economista italiano Luigi Zingales sull’eccezionalismo del capitalismo americano, così florido perché gente come Bill Gates o Warren Buffett è diventata ricca grazie a ciò che ha fatto, non per i rapporti con lo stato. L’economista di Chicago sostiene che la maggiore interdipendenza tra il mondo degli affari e il settore pubblico non ha giovato né al capitalismo né allo stato. Edita dalla società che pubblicava Policy Review (tanto che sul sito si trova l’intero archivio della storica rivista a cominciare da un attualissimo saggio del 2001 di Friedman sulla riforma sanitaria) National Affairs ha un comitato editoriale dove siede il gotha del mondo neoconservatore, da Bill Kristol a Leon Kass, da John DiIulio a Martin Feldstein, da Irwin Stelzer a James Q. Wilson, fino ai suoi grandi finanziatori newyorchesi Roger Hertog a Bruce Kovner.

Christian Rocca per “Il Foglio”

http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=8&sez=120&id=31088

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