Philip Roth, non c’è pace per i giusti che si indignano troppo

att_jpgCome in Everyman c’è un morto che parla. Come in Patrimonio al centro della scena ci sono un padre e soprattutto un figlio. In Indignazione (Einaudi, pagg. 136, euro 17,50, traduzione di N. Gobetti) ci sono quindi gli elementi del miglior Philip Roth. Di inedito, nel nuovo romanzo dello scrittore americano, c’è una crudeltà mai così disperata, perché qui non c’è alcun «patrimonio» umano da salvare, e nemmeno la parziale consolazione di andarsene dopo una vita normale.

Quel che colpisce però è la bravura eccezionale nel cogliere e raccontare temi universali, ad esempio il rapporto fra padri e figli. L’autore evita il rischio di cadere nella banalità con un racconto cinico ma toccante. Il morto che parla è Markus, il protagonista, caduto diciannovenne nel corso della guerra di Corea. Il primo sberleffo di Roth è proprio all’ateismo convinto e battagliero del ragazzo. Dopo aver tenacemente rubricato l’aldilà alla voce «fanfaluche», la scoperta della sua esistenza è uno smacco. Certo, è un po’ diverso da come lo immaginano le Chiese. «Da non credente – dice Markus all’inizio del libro -, pensavo che l’aldilà fosse senza tempo, corpo, mente, anima, dio, senza niente che avesse forma o sostanza. Non sapevo che non solo non era senza ricordo, ma il ricordo sarebbe stato tutto. Non ci sono porte, non ci sono giorni. E il giudizio è infinito, non perché qualche divinità ti giudichi, ma perché le tue azioni sono giudicate in un continuo brontolìo da te stesso». E dunque Markus è condannato a ricordare e a raccontarci la sua breve vita.

All’inizio ci sono un padre perfetto, macellaio kosher a Newark e appunto Markus, figlio modello. Il padre educa il figlio, con ottimi risultati, al rispetto di solidi valori: senso del dovere, indipendenza di pensiero, coerenza, onestà. Poi il padre perfetto diventa un insopportabile rompiscatole. Quando il figlio modello diventa maggiorenne, nel genitore nasce la più umana delle angosce: «Era diventato pazzo – racconta Markus -: pazzo per la preoccupazione che il suo amato figlio unico fosse altrettanto impreparato ai pericoli della vita quanto chiunque altro alle soglie della maggiore età, pazzo per la spaventosa scoperta che un bambino cresce, diventa alto, mette in ombra i genitori e non puoi più trattenerlo, devi consegnarlo al mondo». In effetti capita di non capire le ansie dei propri genitori che ti chiedono ogni volta: dove sei stato, con chi sei stato, «come faccio a sapere che non vai in posti dove potresti farti ammazzare»? Insopportabile per l’adolescente medio. Non appena si passa dall’altra parte della barricata, e si ha il proprio bambino davanti agli occhi, tutto è chiaro. Quando la vita sembra ormai ridurci ad automi (macelleria, cena, letto; macelleria, cena, letto; macelleria, cena, letto: e avanti così) può essere naturale credere che quanto rimane in noi di umano sia interamente dovuto al ragazzo che ti sta davanti. La sua gioia è la tua gioia. Il suo dolore è il tuo dolore. Non c’è altro a cui aggrapparsi.

Markus è troppo giovane per capire questa nevrosi, e del resto è proprio un tipo in gamba, che vuol fare tutto al meglio e ci riesce. Al college è il migliore. Non si concede distrazioni, rifiuta l’ingresso nelle confraternite, sceglie una solitudine operosa. Si impegna perfino nelle noiose lezioni di tattica militare. Siamo nel 1950, la guerra di Corea infuria, e Markus vuol essere certo di partire con il grado di tenente, per evitare la prima linea dove migliaia di americani suoi coetanei finiscono sbudellati dalle baionette comuniste. Il ragazzo non è solo un secchione, è anche un tipo dai solidi valori per niente incline al compromesso. Ateo, non può tollerare di presenziare alle funzioni domenicali, obbligatorie perché previste dallo statuto dell’università. Un po’ inibito, non riesce a concedere fino in fondo il proprio amore alla tormentata e libertina Olivia che lo inizia al sesso. Geloso della libertà di pensiero, è poco incline alle rievocazioni stantie del severo codice etico dei bei tempi andati, quindi non resiste alla tentazione di mandare al diavolo chi glielo propina quotidianamente, ad esempio il decano dell’università. Quando è il caso si indigna, «indignazione» è la sua parola preferita e per un caso comico è anche il termine chiave dell’inno dei cinesi che lo uccideranno.

Insomma: nessuno più di Markus meriterebbe il successo. Il destino però non guarda in faccia a nessuno, quindi Roth si «diverte» alle spalle del proprio personaggio. Tanta perfezione, tanta conoscenza e tanta «indignazione» non portano Markus dietro una scrivania, come sembrerebbe giusto, ma in trincea, dove viene massacrato. Perché ogni sua azione ottiene l’effetto contrario a quello desiderato. Le tirate contro i bigotti rinsalda in loro i pregiudizi. Il tentativo di stringere amicizie profonde si trasforma in rissa. La resa all’amore ne causa la fine immediata. Il giovane così muore senza aver imparato «ciò che il suo incolto padre aveva tanto cercato di insegnargli: il terribile, incomprensibile modo in cui le scelte più accidentali, più banali, addirittura più comiche, producono gli esiti più sproporzionati». La «pazzia» del padre non è servita a niente. Oltre un certo limite, siamo inutili ai nostri figli. Agghiacciante? Agghiacciante. Ma non è tutto. C’è tempo per un ultimo, definitivo sberleffo nel terrificante finale: al lettore il compito di scoprirlo e, se riesce, di farsi una cinica risata.

Alessandro Gnocchi

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=382427&START=0&2col=

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