Pugno di Bush in guanto di Obama

obama-mcchristalL’America continua a condurre la guerra al terrore, cambiando toni e parole

Sì, la retorica è cambiata. I toni sono diversi. E, inoltre, la voce vellutata del nuovo presidente suscita emozioni forti e speranze di cambiamento sconosciute prima d’ora. Ma, riconosciuto tutto questo, che non è poco, la politica di sicurezza nazionale di Barack Obama è identica a quella elaborata da George W. Bush dopo l’11 settembre 2001. Non lo dice solo Osama bin Laden, o chi per lui, ma ogni singolo atto ufficiale della Casa Bianca al netto delle parole suadenti di super O. e del pensiero unico del giornalista collettivo. Obama è abilissimo a dipingersi come il leader che cancella il bushismo e capace di proporre politiche di netta cesura col passato, una per una poi plasticamente disattese. La Casa Bianca non parla più di guerra al terrorismo e non fa esplicito riferimento al jihadismo islamico. Ma oltre alle parole, ci sono i fatti. Negli ultimi due giorni, Obama ha compiuto due passi ufficiali che hanno spinto i più attenti paladini dei diritti civili e un paio di testate giornalistiche il cui obamismo è assoluto e militante, come la New York Review of Books e il magazine Slate, a decretare che sui temi della sicurezza nazionale non c’è alcuna differenza tra il presidente numero 43 e il numero 44.

Obama ha chiesto al Congresso di estendere tre dei punti più controversi del famigerato Patriot Act varato all’indomani dell’11 settembre e diventato nella mitologia progressista mondiale, grazie anche al film di Michael Moore, l’emblema della barbarie del diritto commessa da Bush. Ancora più clamorosa è la presa di posizione contro la decisione di un giudice federale, peraltro nominato da Bush, che qualche mese fa aveva esteso l’habeas corpus, cioè il diritto a essere sottoposti a un processo, anche ai prigionieri di Bagram, la base militare in Afghanistan che da anni svolge la funzione negata a Guantanamo dai riflettori dell’opinione pubblica mondiale. La Casa Bianca si è opposta alla decisione della Corte, spiegando dottamente che i detenuti di Bagram, a causa del loro status di nemici combattenti, non hanno alcun diritto di appellarsi a un giudice federale. “Sound familiar”, dicono gli americani.

Tanto più che il carcere di Guantanamo è ancora aperto e quello di Bagram più attivo che mai. I detenuti continueranno a essere processati dai tribunali militari speciali o non riceveranno alcuna garanzia giuridica. Dall’Iraq non s’è ritirato nessuno, e quando i soldati se ne andranno lo faranno secondo un calendario deciso da Bush e dal governo iracheno. In Afghanistan c’è già stata una prima escalation militare e a giorni se ne annuncia un’altra. Obama, inoltre, ha esteso il fronte della guerra al terrorismo ad altri paesi, bombardando 38 volte il territorio pachistano, provocando centinaia e centinaia di vittime, e una volta quello somalo. Alla stagione del dialogo con l’Iran – il vero punto di svolta rispetto al primo Bush, non all’ultimo – non crede più nessuno né dentro l’Amministrazione né tra i suoi sostenitori (per ultimi il New York Times e Joe Klein di Time).

http://www.ilfoglio.it/soloqui/3357

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