Il bambino e la guerra

imagesdi Adriano Sofri

IL sito di Repubblica ospitava ieri la sequenza di 19 fotografie in cui compariva un bambino fra tante persone adulte, con un basco da paracadutista della Folgore calato sulla testa biondissima. Il bambino ha due anni, si chiama Simone Valente, è figlio di Stefania e del sergente maggiore Roberto, che tornava ieri in una bara dall’Afghanistan insieme ai suoi compagni caduti.

Sono immagini che colpiscono, commuovono e fanno pensare. Fanno pensare a noi, all’Italia, a Soccavo, Napoli: ma anche, in un modo imprevisto, a Kabul e Herat e Kandahar.

In una foto c’è una fila ordinata di persone. Si capisce che stanno aspettando qualcosa. Sono donne in abiti civili, alternate a uomini in divisa. Non se ne vedono i visi, perché la foto è tagliata in alto per tenere in primo piano una figura di donna chinata e una di bambino. Tra le figure della fila si distingue una sciabola e un’uniforme di corazziere. Ultima nella fila è la figura del maggiore dei paracadutisti Gianfranco Paglia, che fu ferito gravemente in Somalia nel 1993, ricevette la medaglia d’oro ed è oggi parlamentare: lo si vede quasi per intero, perché è seduto sulla sua carrozzella. È forse alla sua volta che il piccolo Simone vorrebbe andare. Ha rotto le righe, e sta un passo avanti, la testa nuda, una maglietta celeste e i jeans arrotolatissimi: sua mamma lo tiene per mano, o piuttosto gli tiene la mano fra le sue, accovacciata sui calcagni, con dei grandi occhiali neri. Si tirano fuori gli occhiali scuri in giornate come questa. La signora ha il viso serio, sta ascoltando qualcosa che Simone le dice. La conosciamo un po’, grazie alla pagina di Conchita Sannino, e conosciamo il padre di Simone e sua nonna, che ora è anche lei nella fila.

Nella seconda foto Simone è in braccio a sua madre. L’inquadratura è più stretta e riprende alle spalle madre e figlio e altre due donne. Una è una giovane in divisa dell’esercito, che gira indietro il viso molto bello. L’altra, una parente o un’amica, ha una maglia viola. Le due donne cingono col braccio dai due fianchi il dorso della mamma di Simone, in un gesto che si intuisce leggero e pieno di tenerezza. Lei, in mezzo, ha i capelli raccolti in una treccia fermata da una farfalla di strass, dà un’impressione di dirittura e di forza. Anche il braccio del piccolo Simone sembra cingerla protettivamente. Quell’abbraccio di donne e del bambino completa la cerimonia in cui uomini anziani e austeri accolgono giovani uomini morti.

Le fotografie sono di quelle di cui si dice che resteranno, che diventeranno simboliche. E’ bello che a segnare una data di cordoglio siano le immagini eccitate di un bambino, per il quale forse la novità della giornata è stata anche allegra. Certo resteranno per la sua memoria, quando, anno dopo anno, vorrà fare la conoscenza di suo padre. Gli racconteranno, la nonna, la mamma, come mai erano lì, e come mai avevano deciso di portarlo. I giornali del giorno prima dicevano che il piccolo Simone non ci sarebbe stato, che era troppo piccolo. Che ci sarebbe stato quell’altro figlio di un caduto, Martin, che abita a Livorno e ha già sette anni e ha raccomandato a tutti i grandi di non farsi vedere a piangere. Poi la signora Stefania deve aver pensato che era giusto per Simone, per il suo futuro, esserci. E la presenza di quel cucciolo deve aver esacerbato ma anche addolcito il dolore degli altri famigliari raccolti a Ciampino.

E l’Afghanistan? Penso che non siano stati pochi gli italiani che, nonni e genitori e fratelli adottivi per un giorno del piccolo Simone, hanno immaginato il giorno parallelo, e tutti gli altri giorni, dei bambini afghani. La cronaca di ieri ne dava sei o sette uccisi in attentati. Abbiamo letto che il padre di Martin, che era un tenente e si chiamava Antonio Fortunato, alla partenza aveva riempito lo zaino di cinque chili di caramelle e gli aveva detto: “Le porto a bambini come te”. Chi va dove si fa la guerra, o quella dissipazione mostruosa di ferocia che oggi usurpa lo stesso nome di guerra, sa bene che non si tratta di caramelle e giocattoli. Ma sa anche come diventano importanti, per lui stesso più ancora che per i bambini che gli si stringono attorno tendendo le mani, le caramelle distribuite, i quaderni, le bambole, e i sorrisi ricevuti. Simone ritroverà le frasi di suo padre che il lutto di oggi ha fatto conoscere a tutti. “Difendere gli altri, andare a fare del bene”. E non è che suo padre fosse uno cerimonioso o sdolcinato. Suo padre aveva le idee chiare sulla propria missione, e aveva scritto anche quello: “Auguro a tutti una fottuta vita di merda come la mia”.

http://www.repubblica.it/2009/09/sezioni/esteri/afghanistan-20/bimbo-figlio-para/bimbo-figlio-para.html

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