Indignato da Nobel

imagesPhilip Roth sta sbiellando a causa dell’ancora mancata assegnazione del Nobel. E quando un autore come Roth sbiella è sempre cosa buona e giusta. Indignation, appena tradotto per Einaudi (Indignazione, pp. 136 euro 17,50), è il suo libro per il Nobel. Per questo motivo ci dice molto di più di quanto l’autore voglia dirci e, come raramente accade, è un libro che segna i confini tra la letteratura americana e quella europea, marcate la prima dai Pulitzer, la seconda, appunto, dal Nobel. Con Indignation è come se Roth mordesse la mano a se stesso, diventando, pur di ottenere questo anelato premio, uno scrittore di stampo “europeo”.

 La differenza d’impegno. Ma in cosa consiste questa differenza? Presto detto, nell’“ingaggio”, nell’impegno, laddove la letteratura americana vuole storie microscopiche che parlino degli individui osservati come insetti, il gusto europeo vuole l’ampio respiro, vuole la Storia con la S maiuscola, non le storie infinitesimali che fanno di ogni possibile lettore il protagonista di un romanzo privato.

 I motivi di questa diffenza stanno essenzialmente nel modo di vedere la politica per gli americani. La storia, la società, sono per gli americani categorie essenzialmente “politiche” (come notava già Tocqueville, inorridito, spettatore alla prima seduta del parlamento americano). Storia e società non sono roba della quale deve occuparsi la cosiddetta letteratura. In questo Roth è stato ligio al dovere, e la critica americana è stata ligia con lui. L’eccentrica (e parvenu) maniera americana di concepire la cosiddetta “letteratura”, separandola dall’altra cosiddetta “narrativa commerciale”, non è una cosa ben chiara, ma solitamente si tratta soltanto di una questione di dettagli, di approfondimenti psicologici, o di frasi più o meno lunghe che Oltreoceano fanno la differenza. Insomma nulla a che vedere con il “senso” che da noi distinguerebbe invece un’opera letteraria da una meramente narrativa.

 Raccontava Raymond Chandler che un editore gli aveva rifiutato un racconto ritenendolo troppo «letterario» perché nella pagina in cui il tizio doveva entrare in un albergo, lo scrittore si era intrattenuto troppo nel descrivere la facciata dell’albergo. Philip Roth, almeno fino adesso, ha descritto facciate stupefacenti. Tralasciamo il Lamento di Portnoy, descritto da wikipedia come «un atto di accusa non solo contro l’antisemitismo serpeggiante negli Stati Uniti nel secondo dopoguerra ma anche contro le componenti più reazionarie dell’ebraismo» è invece un breve e gustosissimo racconto picaresco di un ragazzo che si fa le seghe e quando può tromba. (Ma che seghe e che trombate!).

 La fama di autore “letterario” di Roth si deve a Lo scrittore fantasma, una deliziosa presa in giro del mondo letterario e dei rapporti fra gli scrittori, fatti di finta emulazione e devozione, di rancorose leccate di culo, di profondo disprezzo nascosto in eleganti dialoghi barocchi, con, in più, precisi riferimenti alla reale comunità letteraria, poiché, come è stranoto, dietro Lonoff appare Bernard Malamud e attraverso Felix Abravanel si cela un attacco a Saul Bellow (che in seguito perdonerà Roth). Per dirla in termini comprensibili a un italiano, Lo scrittore fantasma di Philip Roth è come una riuscita puntata di “Uomini e Donne” di Maria De Filippi, ma infarcita di riflessioni sulla letteratura e sulla critica letteraria, un romanzo perfetto per gli americani insomma, popolo che esige che gli scrittori facciano gli scrittori, cioè che prendano minute vite insignificanti e le elevino al rango di romanzo senza occuparsi delle grandi questioni: una letteratura altamente “consolatoria”, insomma. Ecco. Proprio per le motivazioni che stanno dietro all’assegnazione del Nobel per la letteratura (dettate da Alfred Nobel: «Una parte ancora a chi, nell’ambito della letteratura, abbia prodotto il lavoro di tendenza idealistica più notevole»), difficilmente il premio poteva essere assegnato, fino a questo momento a Philip Roth.

 Che invece con Indignation rovescia improvvisamente il tavolo, guarda caso subito dopo aver fatto “uscire di scena” il suo alter ego letterario Zuckerman (il libro precedente a Indignation è proprio Exit Ghost), scrivendo un romanzo dove la deriva guerrafondaia americana si installa negli animi dei protagonisti devastandoli, come a dire: politica e letteratura sono la stessa cosa, uno scrittore non può scrivere dell’animo dell’uomo senza registrare che esso è stravolto dalle decisioni della politica. Inaudito per un “grande scrittore americano” che scrive “grande romanzi americani”. E non è un caso se la minimal-chic-bourgeois-japanetta, Michiko Kakutani, la temuta critica letteraria di punta del New York Times, (l’Anna Wintour del mondo delle lettere) scriva benino di Indignation, ma considerandolo non al livello di Pastorale americana, che invece, come tutti sappiamo, si è meritato il Pulitzer proprio perché parla di uno svedese del quale, in fondo, al lettore non gliene può fregare di meno. Con Indignation invece, Philip Roth mette in scena la vicenda del diciannovenne Marcus Messner, nel 1951, il cui padre è diventato pazzo a causa della guerra: due fratelli persi nella seconda guerra mondiale, e adesso terrorizzato dal conflitto coreano. Così pazzo da obbligare il figlio a fuggire dal college a Newark, troppo vicino a casa, per trasferirsi nel Winesburg College, in Ohio, lontanissimo da quella follia che la guerra ha instillato nella mente di suo padre.

 Da questo momento in poi, sarà la guerra e la sua mancanza di “senso” la vera e sottaciuta protagonista di tutto il romanzo e la vera causa dell’indignazione dello scrittore. Vite senza senso maciullate dai conflitti: tema ideale per un romanzo da Nobel. Marcus, in Ohio, incontrerà Olivia, una ragazza di buona famiglia, una di quelle famiglie rinchiuse nel benessere di stampo americano, coi polsi segnati da un tentativo di suicidio, per la quale il sesso è istinto di morte e annullamento, una splendida figura di “dark” antelitteram, descritta meglio che nelle canzoni dei Cure. La guerra, il benessere americano, entreranno negli interstizi anche di un semplice bacio. Fino alla devastazione finale, quella della madre di Marcus, una donna fortissima, che, lasciata sola con il marito in preda alle sue ossessioni, crolla, fisicamente e mentalmente, fino a pronunciare quella parola che è un ulteriore trauma per Marcus: «Divorce».

 L’ultimo sussulto. E infine una lunga serie di “se solo avesse… se solo avesse” chiude questo splendido libro, come a suggerire un “mea culpa” di Roth, che, avvicinandosi alla vecchiaia fa i conti, adesso possiamo dirlo, più con se stesso, che con la mancata assegnazione del Nobel. Se solo avesse… se solo avesse… una frase ripetuta più volte che non può non farci pensare a Everyman, l’altro suo stupendo libro, l’epitaffio magnifico di un uomo insignificante elevato a essenza della letterarietà americana e rinchiusa su se stessa. È come se il protagonista di Everyman avesse un sussulto, prima di chiudere definitivamente gli occhi, “se solo avessi…”, un sussulto di indignazione che ha preso la forma di Indignation. Aspettiamo, pazienti, che altri vecchi facciano i conti con la loro coscienza.

Ottavio Cappellani

http://www.libero-news.it/articles/view/574779

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