COSSIGA SULLA BIGA

imagesIL GATTOSARDO SCRIVE A BAGNASCO E NON LA MANDA A DIRE: “LA CHIESA ITALIANA È STATA MOLTO PIÙ COLPITA DALLA RETICENZA CON CUI IL CASO BOFFO È STATO TRATTATO DALLE GERARCHIE ECCLESIASTICHE – BASTAVO DIRE: “NON È OMOSESSUALE, OPPURE È UN OMOSESSUALE CHE VIVE IN CASTITÀ… E CONVINCERLO A FAR PUBBLICARE LE CARTE DI TERNI”…

Signor Cardinale, ho letto con grande attenzione e deferenza la prolusione da Lei pronunziata in apertura della sessione in corso del Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale Italiana.

 

Lei sa come io sia un “cattolico infante”. E cioè uno di quei cattolici che ritengono di dover uniformare anche le loro decisioni in materia politica pur anche a livello parlamentare agli insegnamenti della Chiesa in materia di dottrina e morale, ed anche a quelli della legge naturale come dalla Chiesa accolta, illuminata e annunziata.

Posizione, questa, certo non comune a tutti i politici cattolici che infatti, non molto tempo fa, senza alcuna reazione della Conferenza Episcopale, dichiararono in un documento scritto e sottoscritto da ben sessanta parlamentari, di respingere le critiche rivolte ad un disegno di legge presentato anche da membri “cattolici militanti” del governo volto a dare valore sul piano dei diritti e dei doveri alla unioni di fatto anche tra non eterosessuali.

Lei sa come io abbia militato dall’età di sei anni nell’Azione Cattolica; che mi sia dimesso da essa quando venni eletto alla presidenza della Repubblica; che avessi poi intenzione di riassociarmi ad essa, ma non lo potei fare perché la presidenza dell’epoca mi fece comprendere che la mia presenza non sarebbe stata gradita.

Ma sa anche come io sia anche strenuo sostenitore di uno Stato laico, che anni fa un grande teologo cattolico – che poi elaborò il concetto di “laicità positiva” – dichiarò essere nel XXI secolo l’unico tipo di Stato compatibile con la odierna dottrina sociale della Chiesa dopo che il Concilio Vaticano II ha abbandonato la teoria bellarminiana della “potestas indirecta Ecclesiae in rebus temporalibus”, teoria fino ad allora sostenuta perfino dal teorico cristiano della democrazia Jacques Maritain.

 

Il caso dell’ex-direttore de L’Avvenire dott. Dino Boffo è un caso doloroso. Ma affermare, come Lei ha fatto, che l’attacco ”ha finito per colpire un po’ tutti noi”, non mi convince affatto. La Chiesa italiana, in particolare i fedeli più semplici, è stata io credo molto più colpita dal clima di reticenza ed ambiguità nel quale il caso Boffo è stato trattato dalle nostre Gerarchie ecclesiastiche responsabili, facendo ritornare la mente al clima cupo ed omertoso nel quale alcuni vescovi delle Chiesa americana e irlandese vollero gestire casi dolorosi di preti pedofili, creando sconcerto tra i fedeli e arrecando gravi danni spirituali ed anche materiali alle loro diocesi.

In fondo, alle “rivelazioni” del giornale (alimentate chiaramente da fonti interne all’organizzazione ecclesiastica) bastava rispondere: il dott. Boffo non è omosessuale, oppure è un omosessuale che vive in castità, e come suggerito dalla Chiesa, ha portato come una croce questa sua innata tendenza, dato che la tendenza omosessuale anche se è un sentimento disordinato non è in sé una colpa se non vi si acconsenta con atti contro natura.

Nella stessa dichiarazione in cui si condanna il comportamento omosessuale e le giustificazioni portate ad esso da personalità e associazione che vogliono dirsi cattoliche, oltre a usarsi parole di incoraggiamento a chi abbia tendenze omosessuali e si mantenga casto, facendo brillare il suo comportamento come sequela della Croce di Nostro Signore, si condanna come peccato contro la carità e la giustizia chi del’omosessualità di una persona, anche se praticata, faccia motivo di disprezzo e discriminazione.

 

Dal che io ne deduco che Dino Boffo, anche se omosessuale (e anche se omosessuale non casto) sarebbe dovuto esser rispettato non soltanto da un periodico laico e diretto da un giornalista laico come Il Giornale, ma dalle stesse autorità ecclesiastiche che lo hanno indotto alle dimissioni. E che anzi, data la totale ortodossia della sua linea editoriale e dei suoi scritti, egli avrebbe potuto ben continuare a dirigere il quotidiano cattolico.

E poi, dette autorità ecclesiastiche avrebbero potuto fare definitiva chiarezza sul doloroso caso, convincendo il dott. Boffo a rendere pubbliche le carte giudiziarie che giacciono nell’archivio del Tribunale di Terni: carte alla cui pubblicazione non si opporrebbero certo la ragazza “molestata” e la di lei mamma, entrambe cattoliche di stretta osservanza e aperta militanza cattolica.

D’altra parte, per critiche e insulti, quelli pubblicati su Il Giornale cedono il campo a quelli più volte formulati ed espressi dal nuovo segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana che, eccitato dalla carica che gli è stata conferita e per essere fedele al suo nome (“nomina sunt consequentia rerum”) si è lanciato in una “crociata” contro il Presidente del Consiglio dei Ministri con accuse, critiche e insulti che avrebbero portato all’arresto da parte della Police National, a scelta nella sua sede o nella Cattedrale di Notre Dame o nell’Abbazia di Saint Denis, il suo collega francese ove egli si fosse comportato nei confronti del presidente Sarkozy o della premier dame francese come ha fatto nei confronti del dott. Berlusconi.

 

Quest’ultimo, guarda caso, è il capo dell’Esecutivo di uno Stato i cui rapporti con la Chiesa Cattolica Italiana (e non solo con la Santa Sede) sono regolati oltre che da un Trattato anche da un Concordato, che è un accordo di diritto internazionale che ha vigenza cogente non soltanto nell’ordinamento giuridico italiano o nell’ordinamento giuridico dello Stato della Città del Vaticano, ma anche nell’ordinamento giuridico canonico cui credo che sottostia anche il detto monsignore.

Nella Sua alta prolusione Lei mi ha fatto l’onore di un riferimento anche se non esplicito, là dove difende il Concordato che sarebbe “impugnato” o messo in questione da parte di “ambienti insospettabili”.

Io mi sono limitato a considerare che i così detti “concordati” furono una categoria di particolari accordi tra Stato e Chiesa, che quest’ultima promosse per tutelare uno spazio di libertà nei confronti degli Stati totalitari o autoritari. Esempi sono il concordato con il Reich hitleriano fortemente voluto dal prima Nunzio Apostolico e poi Segretario di Stato vaticano Eugenio Pacelli; il concordato con lo Stato fascista concluso essendo Segretario di Stato il card. Gasparri; e infine il Concordato con lo Stato franchista. Con paesi di antica libertà come il Regno Unito e gli Stati Uniti d’America la Santa Sede non ha mai pensato di stipulare concordati.

Io mi sono limitato a considerare che il Concordato italiano e le leggi finanziarie ad esso collegate garantiscono certamente diritti e vantaggi anche economici alla Chiesa italiana, ma anche pongono a suo carico dei limiti e dei doveri, limiti e doveri che mons. Crociata ha certamente violato.

Io sono per la più ampia libertà della Chiesa in Italia. E per questo mi sono chiesto se non sia il caso di rivedere il concordato o meglio di sostituirlo con accordi specifici e limitati.

Sono lieto che Lei abbia dichiarato che un solo sguardo alla carta geografica basti per comprendere come fondata fosse ed oggi debba essere solennemente celebrata l’Unità d’Italia. Certo, il Beato Pio IX, Papa Leone XIII e San Pio X la pensavano diversamente, e non pochi cattolici liberali “unitari”, come il Beato Antonio Rosmini, ne pagarono lo scotto…

Chiudo questa mia lettera, il cui spirito sono certo Lei comprenderà, dandole di nuovo atto dell’aver voluto Lei dare con grande delicatezza, un segnale di comprensione e di rispetto verso la parte più vasta della Chiesa italiana: vescovi, presbiteri e laici che – seguendo l’insegnamento dato con le parole e la preghiera da Papa Giovanni Paolo II durante la prima e la seconda Guerra del Golfo con la sua dura condanna dell’intervento della così detta “Coalizione”, Italia compresa, in quel Paese – sono “pacifisti senza se e ma” e chiedono che l’Italia ritiri il suo contingente dall’Afghanistan, anche per aprire spazi sempre più ampi al dialogo tra cristiani e islamici, talebani compresi. E ciò Lei ha coraggiosamente fatto non presiedendo il rito funebre per i caduti di Kabul.

Auguro buon lavoro a Lei ed ai suoi confratelli nell’Episcopato riuniti nel Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale e affidandomi alla Sua preghiera, mi confermo nel Signore

Suo affezionatissimo amico

Francesco Cossiga

http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/articolo-9413.htm

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