I mille volti DI UN LIBRO

images«La copertina di un libro è un piccolo manifesto», diceva Bruno Munari. Una serie di piccoli manifesti, potremmo chiosare, se si considerino le ristampe, i passaggi di collana in collana, le diverse edizioni, magari presso editori diversi. Prendiamo il caso più semplice: quando un volume rilegato viene riproposto in edizione economica, il formato, la tipografia e l’impostazione della copertina si adeguano sempre alla nuova collocazione. L’eventuale illustrazione può essere riproposta anche nel tascabile (di solito succede se si tratta di un libro che ha venduto bene), ma spesso cambia, anche radicalmente. Niente di strano: le diverse collane rispondono al bisogno degli editori di manifestare e controllare, proprio a partire dall’immagine esterna, il diversificarsi della loro attività. E funzione prima di una collana è quella di creare un continuum tra libri diversi, proponendone una lettura complessiva capace di creare coesione. La coerenza, che di una collana è scopo e ragion d’essere, si esercita dunque su un doppio fronte, quello della selezione (scoperta o riscoperta di un autore o di un libro), e quello dell’attribuzione di senso complessivo all’accostamento di quegli autori e quei libri. Ed è anche avvalendosi di uno strumento formidabile come la grafica che ogni collana, garante della qualità dei singoli frammenti, rende visibile l’affinità che permette loro di comporsi in un disegno.

Rifrazioni e reincarnazioni
Non è forse un caso, a questo proposito, che modelli grafici forti, di alta riconoscibilità e personalità spiccata, si applichino spesso a collezioni dove il collante tra i libri diversi non è facile ad esplicitarsi, e va rintracciato in un’affinità di gusto tra editore e potenziale lettore (la Biblioteca Adelphi, graficamente inconfondibile, si presenta concettualmente come una «serie di libri unici»).
Parallelo, in scala maggiore, è il tema dello stile di un editore: ogni volta che un testo entra nel catalogo di una casa ne indossa la divisa, sposandone visivamente impostazione e personalità. E dismettendo, come in ogni passaggio, i colori della squadra precedente: basti pensare, tra i mille esempi possibili, alla distanza di immagine tra la pulizia geometrica dei libri del Calvino einaudiano l’impatto ben più aggressivo di quelli del Calvino passato a Mondadori.
L’avventura pirandelliana delle mille facce di uno stesso libro si arricchisce e si articola con l’ampliarsi degli orizzonti temporali (quante copertine ha avuto la Divina Commedia?), e di quelli spaziali. Di paese in paese, di lingua in lingua, i libri trovano nuovi titoli, acquisiscono o perdono sottotitoli, citazioni e strilli, in copertina o in quarta. E cambiano vestito. Per guardare in faccia i percorsi migratori, si può fare, in questi giorni, un giro alla biblioteca Braidense, a Milano, dove fino al 20 ottobre è in corso la mostra Copy in Italy. Autori italiani nel mondo dal 1945 a oggi, realizzata a cura della Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori. In verità l’esposizione non è pensata (solo) per far vedere copertine. Ne è piuttosto protagonista il libro italiano nelle sue rifrazioni, ridefinizioni, reincarnazioni, con l’intento di impostare una storia importante e ancora tutta da scrivere, quella della traduzione e circolazione dei nostri autori all’estero. Ma di copertine se ne vedono molte, quindi cominciamo da lì.
Purtroppo, proprio perché il lavoro su questi temi è appena agli inizi, manca una banca dati sulla vendita dei diritti di autori italiani all’estero e i documenti sono dispersi tra gli archivi delle case editrici, delle agenzie letterarie, dei singoli autori (la Fondazione Mondadori avvia ora una benemerita operazione di raccolta e schedatura), non è possibile seguire con sistematicità il cammino – poniamo – di un libro in tutte le sue diverse edizioni in una stessa lingua; oppure delle prime edizioni di uno stesso testo in lingue diverse. Ma c’è materiale in abbondanza per soddisfare curiosità, tracciare piste, catalogare costanti e varianti.
Pescando quasi a caso: mentre Se questo è un uomo esce, nella collana dei Saggi Einaudi, con copertina solo tipografica e sovraccoperta geometrica (bande verticali di colori a contrasto), le traduzioni nelle lingue più diverse propongono a ripetizione immagini concentrazionarie, che scivolano, con effetto di rima, anche su libri successivi di Primo Levi.
Oppure: si racconta che Calvino cercava per i suoi libri titoli non soggetti a mutare in traduzione (Palomar era il risultato perfetto). Ebbene, Elsa Morante, con La storia, sembra aver realizzato quel voto, afferrando un titolo, se non immutabile, perfettamente traducibile, anche dal punto di vista tipografico: dalle edizioni tedesche a quelle spagnole, francesi e americane, prevale infatti la scelta di copertine senza immagini, dove campeggia a grandi caratteri, manifesto e ornamento, il solo titolo. A mettere ordine in tanta colorata varietà provvede, nel bel catalogo che accompagna la mostra, il saggio di Giovanni Baule La traduzione visiva, un’implacabile tassonomia copertinesca che fissa direttrici, logiche e ragioni che guidano la creazione di quegli agglomerati grafici che sono le collane, le serie, la stessa immagine complessiva di un editore.

Supporti per copertine
Sia la mostra che il catalogo utilizzano, si diceva, la metafora della traduzione visiva, e i libri come oggetto concreto («supporti per copertine», li aveva chiamati Manganelli) per mappare il fenomeno generale della circolazione editoriale italiana all’estero; e per analizzare una manciata di casi individuali.
Mostra e catalogo viaggiano, insomma, su due linee: ricostruire le vicende migratorie dei nostri libri nel passato vicino, con analisi di casi esemplari (le sorti di autori come Gadda e Eco; o di generi, come il giallo; o di raggruppamenti significativi, come i vincitori di Nobel); ed esaminare le tendenze attuali dell’editoria italiana nei suoi rapporti col mercato estero, cui è in particolare dedicato, in catalogo, il saggio di Giovanni Peresson. Il tema è rilevante perché porta i segni di una svolta: a partire dall’inizio del 2000 è diminuita rispetto al ventennio precedente la quantità di diritti di traduzione acquisiti ed è aumentato quello dei diritti venduti, soprattutto nell’area dei libri per bambini e ragazzi. Numeri piccoli, anche percentualmente: i titoli tradotti sono scesi dal 25 al 21% di quelli commercializzati in Italia; mentre recenti rilevazioni dicono che gli editori coinvolti in attività di vendita diritti all’estero sono cresciuti dal 15 al 21%. Numeri però indicativi di un rinnovamento forse non effimero, nei risultati, e soprattutto nei percorsi.
Questi dati vanno letti, infatti, all’interno di un processo di apertura che si muove in direzioni diverse, dall’acquisizione di quote in aziende locali da parte di gruppi italiani all’accresciuta partecipazione a coedizioni internazionali. Ma ancora più radicale, perché entra nelle dinamiche della stessa progettazione editoriale, è un altro mutamento in atto. Esiste da sempre un rapporto tra il successo di un singolo libro in patria e il numero delle sue traduzioni all’estero, secondo un meccanismo che ha generato nel tempo picchi di altissima diffusione (dal Nome della rosa a Gomorra), isolati in un panorama di minima diffusione media.L’accresciuto livello di penetrazione attuale va invece collegato, oltre che al successo internazionale di pochi nomi, anche a fattori strutturali, imprenditoriali e organizzativi. Le case editrici italiane si vanno cioè attrezzando, a partire dalla ricerca di testi concepiti per un pubblico non più nazionale ma globale.
Questo funziona in modo particolare con i libri per l’infanzia (dove è decisivo il linguaggio universale delle immagini, e il testo da tradurre è assente o limitato), ma si applica sempre più spesso anche ad altri settori. La saggistica, per esempio, con la progettazione di collane di testi agili, a carattere introduttivo e divulgativo, appetibili anche per la traduzione. E addirittura la narrativa che, in alcuni casi, ha prodotto romanzi il cui percorso internazionale era, secondo la testimonianza degli stessi editori, strategicamente preparato in parallelo a quello locale. Il fenomeno non è di poco conto. Dall’applicazione di parametri di questo tipo discende infatti una qualità media che implica professionalità, ma rischia anche di appiattirsi su temi, valori, addirittura tratti linguistico-stilistici esportabili, comunque tali da confermare le attese di un pubblico vasto e generico. Le ricette di italianità esibiscono caratteri ricorrenti: meglio il Sud che il Nord; meglio qualche spruzzata di dialetto, ma addomesticata o addomesticabile; cibo, mafia, intrighi sempre graditi …

Nuove generazioni di giallisti
Una sintesi personale di requisiti per l’espatrio letterario viene da una delle testimonianze in catalogo, quella di Tiziano Scarpa, che individua, post eventum, nelle sue due opere più tradotte tratti opposti, ma riconducibili alle diverse facce di una stessa logica. Il primo libro, Pop Corn, non contiene, secondo l’autore, elementi specificamente italiani: «è una storia che avrebbe potuto scrivere indifferentemente un norvegese o un turco». Il secondo, Venezia è un pesce, esibisce fin dal titolo un tipico ingrediente di italianità tra i più noti al mondo, la città di Venezia. Morale della favola? La via alla globalizzazione passa per l’assenza di requisiti nazionali spiccati, oppure per l’enfatizzazione di quelli più riconosciuti.Tra gli aspiranti editori globali e gli aspiranti scrittori globali, alcuni sembrano saperlo benissimo (si pensi alla nuova generazione di giallisti, cui è dedicato un altro dei saggi in catalogo). Altri non potranno che adeguarsi. Cominciando a inseguire, anche da noi, modelli di scrittura orientati alle attese del pubblico. Quello internazionale, naturalmente.

Mariorosa Bricchi

http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20090920/pagina/11/pezzo/260388/

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