Il protestantesimo e la vertigine della modernità

219q04a1Un dedalo dove anche la storia rischia di smarrirsi

di Roberto Morozzo della Rocca

I cristiani si sono misurati con la modernità, sulla base della loro fede e delle sensibilità delle loro diverse confessioni. Hanno talora subito il mito della modernità, ma lo hanno anche contrastato. Volta a volta si sono adattati alla modernità, l’hanno promossa, rifiutata, dominata, oppure relativizzata delimitandone spazio e significato. Spesso queste differenti attitudini sono state compresenti. Gli approcci sono stati diversi. I protestanti hanno stretto alleanza con la modernità. I cattolici e gli ortodossi vi si sono confrontati con la viva preoccupazione di perdere o di diluire la loro identità.
Dire che il mondo protestante ha teso ad adattarsi alla modernità, è dir poco. Così Volker Leppin:  “Da una religione scaturita dalla protesta contro la Chiesa medievale (…) è nata infine una religione che, secondo la propria intrinseca disposizione, si pone in perfetta sintonia con la moderna società civile incentrata sull’individuo”.

I protestanti sono orgogliosi del loro rapporto con la modernità. Sostengono anzi di essere, storicamente, un veicolo della modernità, sin dal XVI secolo. Quasi la modernità nascesse nel 1517 a Wittenberg con le 95 tesi di Lutero. Oppure a Worms nel 1521 (Hier stehe ich, ich kann nicht anders):  l’opposizione all’imperatore segnerebbe il passaggio di Lutero da uomo del Medioevo a uomo dell’età moderna. I contributi del protestantesimo alla modernità andrebbero dall’accento posto sull’individuo, e dunque sul soggettivismo, alla libertà di coscienza e alla separazione tra Stato e Chiesa; dal rigore etico, funzionale allo sviluppo economico, al razionalismo critico e scientifico; dalla tolleranza al liberalismo; dal pluralismo alla democrazia; per giungere infine all’emancipazione femminile, al family planning, alla sensibilità ecologica, alla bioetica d’avanguardia. Max Weber ha sostenuto che il protestantesimo avrebbe “disincantato il mondo”, ossia l’avrebbe liberato dal sacro e dal magico che tarpavano il lavoro creativo dell’uomo e lo sviluppo della scienza. Sin dagli inizi, il protestantesimo avrebbe accantonato la Tradizione, espressione del passato, decidendo per un principio permanente di trasformazione in maniera da associarsi ad ogni sviluppo della società civile.
Il risultato di questa attitudine estremamente simpatetica verso il nuovo e il moderno consiste tuttavia in una perdita di identità e rilevanza del protestantesimo stesso. Per citare Jean-Pierre Bastian:  “Qui sta il problema del protestantesimo contemporaneo:  esso si confonde troppo con il profilo della modernità stessa (…) essendo sin troppo in armonia con la modernità, finisce con l’esserne anche per così dire assorbito”.
La specificità religiosa del protestantesimo si perde nella modernità. Se è vero che quest’ultima deve non poco ai valori del protestantesimo, a cominciare dall’accento sulla soggettività e libertà dell’individuo, è pur vero che quegli stessi valori si ritorcono contro le comunità di fede protestanti, erose dalla secolarizzazione, dall’individualismo, dalla frammentazione. Se in passato il protestantesimo ha promosso e influenzato la modernità, oggi avviene il contrario. È la modernità che s’impone al protestantesimo. La pratica religiosa – credenza in Dio, partecipazione al culto, preghiera personale – è bassa nei Paesi protestanti e nelle Chiese storiche della Riforma. Democrazia, pari opportunità di genere, diritti dell’alterità etnica e sessuale, sono stati recepiti nelle strutture ecclesiastiche, si direbbe come aspetti precipui e costitutivi della stessa identità religiosa.
Psicologia e sociologia hanno affiancato o riformulato la teologia e la pastorale. I manuali luterani per l’insegnamento della religione nelle scuole tedesche trattano della “famiglia patchwork” e non della famiglia nucleare tradizionale, considerata superata dai tempi. La dimensione comunitaria ha perso pregnanza a vantaggio dell’individualismo consono alla modernità. Ernesto Galli della Loggia ha scritto:  “Il protestantesimo risulta oggi in una grave sofferenza. In pratica, le Chiese protestanti hanno cessato virtualmente di esistere in quasi tutte le loro antiche sedi nazionali, non sono più attrici storiche di qualche efficacia, così come a livello mondiale il protestantesimo ha in pratica cessato di far udire o di far valere una qualunque propria riconoscibile voce (…) È difficile non collegare la progressiva perdita di rilevanza politica, culturale e infine religiosa  del  protestantesimo  nel  mondo  contemporaneo alla sua sostanziale adesione – che è finita per diventare identificazione pressoché assoluta – con i valori propri di tale mondo”.
D’altra parte il mondo protestante, che giustifica la propria crescente frammentazione come un portato del suo storico pluralismo strutturale, è molto variegato ed è segnato da sensibilità talora opposte. Alle spinte marcatamente liberal nei Paesi europei fanno da contrappunto, in altri contesti e continenti, vigorosi movimenti neoprotestanti che si contrappongono in termini radicali, emozionali e comunitari, alla modernità rappresentata da secolarizzazione, razionalismo, scientismo e storicismo. Si pensi ai movimenti evangelicali, pentecostali, fondamentalisti, che in numerosi Paesi, tra cui gli Stati Uniti, sopravanzano per numero di fedeli e influenza pubblica le Chiese storiche della Riforma e anche quelle nate dai primi “Risvegli”. Questi movimenti raccolgono infatti oltre 400 milioni di fedeli in tutto il mondo e continuano a espandersi, quando un secolo fa neppure esistevano. È poi singolare che questi movimenti, nati come reazione alla perdita di identità e rilevanza del protestantesimo “modernista”, e dunque nemici della modernità, utilizzino appieno gli strumenti della modernità stessa. Non esitano infatti a immettere le più innovatrici tecnologie della comunicazione nel recinto del sacro e del liturgico, al contrario del protestantesimo liberale più restio alla modernità tecnica e più tradizionale nell’espressione religiosa e liturgica.
Si profila così un protestantesimo su doppio registro, quello storico liberale e quello evangelicale fondamentalista di cui Sébastien Fath ha parlato, forse prematuramente stante la volatilità aggregativa, come del “quarto” cristianesimo vista la sua consistenza numerica. Nel protestantesimo odierno convivono pertanto le tendenze più profane e le più puritane, le più lassiste e le più austere.
Si avrebbero dunque un protestantesimo tradizionale conquistato dalla secolarizzazione – e felice di esserlo – e un neoprotestantesimo invece religiosamente esuberante? Se si guarda all’ultimo secolo vengono però alla mente tante figure illustri, nel senso della testimonianza cristiana, declinata sovente secondo due tipiche note del protestantesimo, la conoscenza della Bibbia e il rigore etico. Sono figure provenienti non dal neoprotestantesimo ma dal protestantesimo storico:  Karl Barth, Dietrich Bonhoeffer, Albert Schweitzer, Paul Schneider, Martin Niemöller, Dag Hammarskjöld, Martin Luther King, Roger Schutz, fino ai neomartiri anglicani per la pace della Melanesian Brotherhood. È comunque singolare che la memoria di tali figure sia spesso legata a momenti di crisi o di travagliata trasformazione della modernità stessa.

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/text.html#10

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