Quando Pecorelli azzannò Leone

imagesFLASH-BACK. Dopo il caso Boffo e lo scontro Fini-Feltri, risuona il nome del direttore dell’Osservatore Politico (in orbita P2), ucciso il 20 marzo del 1979. Prese di mira il Capo dello Stato fino a farlo dimettere. Una campagna stampa a base di tangenti Lockheed, frodi fiscali e presunti vizi della famiglia presidenziale. Ripresa anche dall’Espresso e dalla Cederna. Accuse poi rivelatesi false. Ma l’ex inquilino del Quirinale dovette aspettare vent’anni per essere riabilitato. Un caso di scuola.

Veline anonime, faldoni pronto uso, messaggi in codice, allusioni, collusioni, zone grigie, luci rosse, servizi segreti, servizietti, vizietti misti e ancora sesso sesso sesso. Il caso Boffo e lo scontro Fini-Feltri ripropongono il tema carsico del dossieraggio a mezzo stampa, prosecuzione della lotta politica con altri mezzi. E non stupisce che di questi tempi sia ritornato il nome di Mino Pecorelli, che di questo genere di pubblicazione (perché forse occorre un supplemento di riflessione per chiamarlo giornalismo) è stato il capostipite, identificando con quella pratica la propria vita e perfino la propria morte: morte violenta, assassinio: uno dei misteri della storia d’Italia: colpevoli non trovati, assolto Andreotti («il divo Giulio» secondo pecorelliana definizione), imputato per essere il mandante.

Sul Riformista Alessandro Campi ha sostenuto che «è giunto il momento di riabilitare l’opera e la figura professionale di Mino Pecorelli». Parole analoghe a quelle spese da Marco Travaglio che commentando il caso Boffo per come è stato trattato dal Giornale, concludeva: « Questa non è informazione, questo è Op, pecorellismo della peggior specie. Peraltro il povero Pecorelli poi è stato ammazzato perché comunque qualche notizia la pubblicava, e che notizie, ed è morto povero tra l’altro, rispetto a certi figuri che abbiamo oggi in circolazione nel nostro mestiere andrebbe anche un po’ riabilitato».

Sia detto poi per inciso: a causa di una di quelle coincidenze scritte dalla storia e dal mercato immobiliare, la redazione del nascente Fatto quotidiano firmato Padellaro&Travaglio è a Roma in via Orazio 10. Ecco: all’altezza di via Orazio 10 la sera del 20 marzo 1979 fu ritrovata una Citrôen con dentro un cadavere: era quello del direttore di Osservatore politico, la cui redazione stava a poche decine di metri da lì, nella parallela via Tacito, al 50.

Pecorelli, dunque. Op. Testata che esiste ancora. La dirige Sergio Tè. C’era già negli anni Settanta, si occupava di Chiesa. Il vaticanista di Pecorelli. «Il rebus di Mino – racconta Tè – era la sua solitudine. Aveva una gestione militare delle sue fonti: nessuno sapeva chi incontrava. Gli unici che entravano in redazione, che io ricordi, erano i carabinieri che in motocicletta ci portavano i plichi riservati da qualche ministero o dall’Arma, o qualche brigatista che ci portava i comunicati, e noi ovviamente dicevamo che li avevamo trovati da qualche parte».

I bersagli non furono mai piccoli. Se oggi si tira in ballo la terza carica dello Stato, più in alto puntò allora Pecorelli: nel mirino finì niente meno che il presidente della Repubblica. Giovanni Leone. Il quale, nel 1985, sette anni dopo le sue dimissioni, tornò su quel fatale 1978 (si dimise il 15 giugno) e al Corriere della Sera disse che c’era «la P2 nella congiura contro di me», ribadendo poi alla Stampa, nel 1991, che «io fui vittima di un complotto. A organizzarlo furono i servizi segreti, la P2 e Mino Pecorelli guidati abilmente dal Pci». Anche in questa storia si allunga l’ombra del capo della Propaganda 2. Circostanza sostanziata dalla testimonianza resa da Bettino Craxi alla Commissione d’inchiesta sulla P2: «Gelli mi disse: “Ma noi con una campagna di stampa siamo in condizione di cambiare il presidente della Repubblica”». Pecorelli agiva per conto di Gelli? Certo è che il primo giorno del 1977 ricevette la tessera della Loggia numero 1750. Ne uscì dopo breve tempo (i rapporti tra i due sono complessi e alterni: sulla loro frequentazione e le ricadute su Op sono utilissime le pagine de I veleni di Op firmato Francesco Pecorelli – non è parente – e Roberto Sommella, oltre a I servizi segreti in Italia. Dal fascismo alla seconda repubblica di Giuseppe De Lutiis). «Io credo che si iscrisse per fini eminentemente giornalistici – ricorda Tè – Ciò che lo muoveva era la ricerca delle notizie. Per fare ricatti o altro, non saprei. Quando, nel 1979, danneggiarono la sua macchina e diedero fuoco alla porta della nostra redazione, ci spaventammo ma le prendemmo come intimidazioni e basta. Non pensavamo che fossero il preludio dell’omicidio. La sua strategia delle suspence teneva sulla graticola troppe persone, con i suoi “chissà che succede”, “vedremo”. Capaci di terremotare perfino il Quirinale».

Nella campagna stampa contro Leone entrò di tutto: innanzitutto l’affare Lockheed, con le tangenti per la vendita di aerei militari a politici italiani (a questa vicenda si riferisce il celebre discorso di Moro sul «Non ci faremo processare nelle piazza»); abuso edilizio; frode fiscali. E, last but not least, i comportamenti pubblici e privati, specie sessuali, della famiglia Leone. Il bombardamento di Op fu a tutto campo, non risparmiò nessuno, e presto sbocciò anche sulla pagine della grande stampa, alimentandosi nell’arena della politica, che proprio in quel 1978 fu squassata dalla vicenda Moro. Dc e Pci in fondo trovarono in Leone il capro espiatorio: «Fu la prima vittima delle campagne mediatiche e, dopo Moro, la più grande vittima della Dc», per Francesco Cossiga (nella puntata di La storia siamo noi dedicato al caso Leone, su cui va segnalato anche il libro Giovanni Leone. Un caso giornalistico degli anni ‘70 pubblicato nel 2005 da I Quaderni di Desk e curato da Paolo Mieli con la Scuola di giornalismo “Benincasa” di Napoli).

Sul Colle, secondo Pecorelli, è tutto un «Fornicolì, fornicolà!». «Moglie, figli, amici, guardie, collaboratori del presidente, tutti schiavi dei propri sensi. Nulla per esempio, impedisce al capo dell’ufficio stampa “di far fronte alle stressanti richieste di una giovane russa dal fascino slavo dalla quale si sente irresistibilmente attratto. KGB e figli maschi”, augura sempre più perfida Op. Sul Colle se la spassano tutti. Meno il presidente», scrive Filippo Ceccarelli in Il letto e il potere. Storia sessuale della Prima Repubblica.
Se la spassa, insinua Op, innanzitutto la moglie, Donna Vittoria, che pagò soprattutto la colpa di essere la più bella, insieme a Veronica Lario, tra le mogli che in Italia abbiano accompagnato un capo di Stato o di governo. Su di lei abbondano le “notizie riservate” circa le di lei frequentazioni. Sulle montagne innevate di Roccaraso, dice Pecorelli, «i migliori maestri di sci facevano a gara nell’insegnarle i rudimenti dell’affascinate e rigida disciplina. I più intraprendenti furono ricambiati con infinito affetto. Da alcuni anni attendono invano il ritorno della bruna signora, pronti a ripetere le passate esperienze». E ancora: «C’è a Roma una persona che due mesi fa a Londra, nei pressi del Covent Garden Hotel, ha dato libero sfogo al proprio hobby per la fotografia. È riuscita a ritrarre insieme, molto vicini, un Lama e un Leone. Anzi una Leonessa». Sulla Leonessa, pochi dubbi; così come facilmente riconoscibile è l’altro “animale”, Luciano Lama, leader della Cgil. Sorge il legittimo dubbio se sia ancora giornalismo, o non piuttosto un bestiario (al quale Pecorelli, visto il cognome, appartiene a pieno titolo). Dal sindacato al corpo diplomatico, poi, l’allusione si fa ancora più pesante: «Se ambasciator non porta pene… allora non piace a vittoria!».

In un articolo del ’74, il direttore di Op dichiara molto chiaramente la sua linea, e scrive: «Gli appunti maggiori si riferiscono non tanto alla figura del Presidente quanto alla sua famiglia e ad alcune persone delle quali ama circondarsi Mauro Leone. Milita nella più sfrenata sinistra Dc; per i suoi spostamenti erotico-politici dispone di auto ed aerei militari; si comporta con sfrontatezza ed ostentazione del potere. C’è poi la vicenda giudiziaria, ancora da chiarire, con un noto settimanale per la storia dei due assegni Italcasse».

Potere, sesso, affari illeciti: le coordinate di sempre per un assalto senza tregua. E di tanto in tanto, ritornano in ballo i servizi segreti: «Il presidente Leone ha recentemente dichiarato di non aver mai ricevuto il gen. Miceli. Secondo le rivelazioni estive di un settimanale, avrebbe delegato tale incarico a suo figlio Mauro. Con il quale Miceli non avrebbe mai intrattenuto rapporti anche perché sono note le qualità iettatorie del Principe Ereditario. A noi tuttavia risulta che Leone ha usufruito di molteplici favori dell’ex Capo del Sid. Favori ottenuti anche tramite l’avvocato Umberto Ortolani e il prof. Antonio Lefebvre».
Il fuoco è giornaliero. E sempre più pesante: «Al Quirinale piovono a giorni alterni accuse mediocri, ma appunto per questo ancora più infamanti. Prima la storiella di Mauro che scorrazza l’amico Rizzoli per le vie della drogata Roma notturna; poi sempre l’ineffabile Mauro che sbarca ad Ischia in elicottero, protetto da unità militari di terra mare ed aria. Oggi l’ultima accusa parla di abuso edilizio. Risulta che al Quirinale sarebbe stato distrutto un edificio denominato “La Cavallerizza”, costruito nel 1905. Poiché nel centro storico è assolutamente proibita ogni demolizione, il Presidente si è reso responsabile di abuso edilizio.

Sembra che “La Cavallerizza” potesse sembrare una pesante allusione allo sport preferito dalla signora Vittoria».

Di questa e ancora più dozzinale stoffa Pecorelli vestirà la sua campagna. Campagna di cui va fiero, perché culminata addirittura con le dimissioni del Capo, dopo le quali agiterà come uno scalpo i suoi articoli prodotti sul tema raccogliendoli in un dossier di quattro puntate, intitolato Op contro Leone. Sette anni di guerra.

Proprio quegli articoli reggeranno la struttura di uno dei pamplhet più clamorosi del decennio. È Giovanni Leone. La carriera di un presidente, di Camilla Cederna, una delle grandi firme del giornalismo italiano. Il libro esce nel marzo del ’78, vende 700mila copie, con 22 ristampe in sette mesi: ci sarà un processo, con la Cederna condannata a un risarcimento miliardario, anche se la giornalista non arretrerà di un passo sulle sue tesi, anzi «quel libro l’avrei scritto un po’ più duro» (Mixer, 30 marzo 1986). Tempo prima, ma dopo Op, è iniziata un’aggressiva campagna stampa dell’Espresso, condotta da Gianlugi Melega, che viaggia affianco al movimentismo dei Radicali (Melega sarà eletto in Parlamento nel ’79 proprio con i Radicali). Anche il giornalismo italiano vive come modello l’onda lunga del caso Watergate: un’inchiesta giornalistica che abbatte il potente, in quel caso nientemeno che il presidente Usa, Nixon. A Roma la situazione precipita: Moro è ammazzato, il 9 maggio ‘78. Comunisti e democristiani di fatto stringono il cerchio intorno al capo dello Stato, che getta la spugna.

Dovranno passare vent’anni, siamo nel 1998, perché alcuni degli autori di quella campagna nutrita di false accuse si cospargano il capo di cenere. L’iniziativa è di Marco Pannella ed Emma Bonino che in occasione dei 90 anni di Leone chiedono scusa e lo fanno chiamando in causa tutti coloro che parteciparono a quella operazione. Per Leone il Senato organizzò una cerimonia solenne. «Rivalutazione? Ma che significa rivalutazione? È la verità sui fatti! Lui non ha bisogno di essere rivalutato» è il grido orgoglioso della signora Vittoria (nella già citata puntata di La Storia siamo noi).

E Pecorelli? A suo modo un caposcuola, con il giocattolo fin troppo rischioso che fu quel notiziario riservato fattosi poi settimanale. «Op, una raffica di notizia», era la pubblicità della rivista, e i fori di proiettile ne formavano il logo: un macabro anticipo di destino per il suo devastante, sinistramente moderno direttore.

Alberto Alfredo Tristano

http://www.ilriformista.it/stories/Prima%20pagina/82379/

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