Intervista a Giovanni Lindo Ferretti

imagesQuella con Giovanni Lindo Ferretti è un’intervista che bisogna «guadagnarsi». In parte perché l’ex cantautore punk dei CCCP ha scelto di restare volontariamente in disparte, ora, e si concede pochissimo ai media. E poi perché Giovanni («chiamami così» mi chiede quando mi accoglie in casa sua, appena uscito dalla stalla dove accudisce i suoi cavalli) abita in un posto sperduto, sull’Appennino tosco-emiliano, a quasi 70 km di curve e tornanti da Reggio Emilia: Cerreto Alpi, 70 abitanti, un ristorante, una chiesa (senza parroco residente), due soli bimbi, tanti vecchi. Conoscere e parlare con l’ex leader dei CCCP significa ripercorrere un tratto della storia del costume e della cultura italiana del secondo dopoguerra: quello che va sotto il nome di ’68 e post-contestazione.

Lei si è definito un «reduce». Ma per chi non conosce le sue vicende, lei da cosa è «reduce»?
«Questa parola, “reduce”, è meditata e difficile per le molte valenze che racchiude. Il suo significato è legato al fatto che nella mia vita c’è stato un continuo tornare all’infanzia come se la mia esistenza fosse determinata da quegli anni. Sono nato in un mondo tradizionale cattolico montanaro scampato alla modernità. I miei primi anni non sono stati dissimili da quelli di mio padre e mio nonno. Man mano che crescevo, la modernità ha distrutto questa comunità. Mia nonna è “reduce”, perché ha passato la vita ad aspettare gli uomini dalle guerre, la guerra del ’15-’18, i conflitti coloniali, la seconda guerra mondiale. “Reduce” significa tornare da un mondo “altro”. La nostra generazione vive un periodo di pace che non ha uguale dopo la pax augustea. Io non ho dovuto attraversare nessuna guerra “guerreggiata”, ma quel che mi è successo nella vita non è stato molto diverso da un conflitto. Ho partecipato a diverse “guerre” degli uomini, in parte cosciente, in parte incosciente. Ho però tutte le mie colpe: nell’adolescenza ho fatto una “guerra” feroce ai legami naturali, per lungo tempo ho pensato di essere veramente nato solo con il ’68, con il Maggio francese, Che Guevara, le guerre di liberazione coloniale. Ho attraversato cenni di guerra civile negli anni ’70 partecipando agli scontri culturali che uomini e donne hanno intentato alla parola con l’abuso delle parole, per cui oggi non si riesce a fare un discorso serio. “Reduce” indica l’accettazione dell’esistenza di due mondi, uno in cui sono nato e cresciuto, l’altro che ho distrutto. Il ritorno a casa è avvenuto per l’insoddisfazione che percepivo verso ogni lato del mio vivere».

Ci sono stati, in questa sua «guerra», periodi di confronto «in prima linea»?
«Nella mia giovinezza ho attraversato due momenti pericolosi: il rischio della lotta politica attraverso il terrorismo, e il rischio dell’autodistruzione tramite la droga. Oggi conto anche le lapidi di chi mi è stato vicino e che non è potuto tornare a casa perché morto in quella “guerra” che è stata il terrorismo degli anni ’70. Ho pure contato i morti che ho pianto a causa dell’eroina, un dramma di cui non si parla più, o perché morti di Aids in quanto eroinomani. Tra il 1970 e il ’71 ho partecipato alla prima riunione politica a Reggio Emilia di quel gruppo che poi avrebbe fondato le Br nella mia città. Una delle persone con cui ho fatto le prime manifestazioni politiche era Roberto Ognibene, un terrorista autore di diversi omicidi. Uno dei miei più cari amici era Alceste Campanile [membro di Lotta Continua, ucciso a colpi di pistola in circostanze poco chiare, N.d.R.]. Ero presente quando si creò la connessione tra l’estremismo politico di Reggio Emilia nato nel Pci e l’estremismo “cattolico” trentino di Renato Curcio, quella connessione da cui sarebbero nate le Brigate Rosse».

Tornare a casa, in montagna, dopo essere stato un leader punk: che cosa ha significato tutto questo?
«Fare il cantante dei CCCP è stata una casualità, non avevo mai pensato di fare qualcosa del genere: non avevo nessuna preparazione musicale e di questo ho fatto la mia forza. “Reduce”, in questo senso, significa anche avere un posto in cui tornare, qualcosa che riguarda la storia concreta di una famiglia e di una comunità, di una civiltà – quella del vivere in montagna – che è alla fine e di cui con tristezza vedo il tramonto. Tornare a casa per me, qui a Cerreto Alpi, la casa dove sono nato, ha coinciso con il rientrare in chiesa: tornare alla casa del padre, in senso duplice. Alla sera, quando io e mia madre diciamo il rosario, accendo il cero alla Madonna che è passato da mio nonno a me. Ogni volta che apro la finestra, alla mattina e alla sera, vedo la chiesa, il suono delle campane dell’Ave Maria mi accompagna e ritma le mie giornate. Vivere in montagna senza avere un rapporto con il Creatore e la creazione è impossibile, mentre abitare in città ci fa condurre un’esistenza allo stesso livello dell’asfalto. Quello che c’è stato tra l’infanzia e oggi, due periodi della mia vita che ai miei occhi sono uguali, è stato come quando si viene a Cerreto da Reggio Emilia: ho vissuto in una lunga galleria. E quando succede questo, la gente – metaforicamente – concentra tutti i propri pensieri sul far sì che l’asfalto sia perfetto, che le luci funzionino e che i guard-rail siano ben saldi. Ma il problema non è il modo in cui procedere in galleria, bensì come uscirne e ritrovarsi sulla terra e sotto il cielo. Il nodo centrale è abbandonare la mitologia della modernità, cioè l’idea che tutto dipende da te e che tu sei il padrone assoluto della tua vita. Io non ho deciso di nascere: questo azzera ogni discussione. Io mi sono trovato in questa vita, la vita è un dono grande, ma resta un dono: mi sono ritrovato a vivere. Il ritorno a casa ha coinciso anche con il crollo finale del mondo ideologico-politico che anch’io avevo contribuito a costruire. Mi sono ricostruito un ideale più umano e lodevole dentro il contrario di quello che ero ieri».

Come si svolse la sua «migliore gioventù» anni ’70?
«Sono sempre stato sull’orlo dell’illegalità. Ho permesso che un’intera generazione sbagliasse, mi sento responsabile dei gulag sovietici e della Cambogia di Pol Pot, perché frequentavo gruppi e movimenti che li appoggiavano. Ho collaborato a diffondere Il Manifesto, poi Lotta Continua quando Il Manifesto era troppo “a destra”, quindi in Autonomia Operaia. Dopo il liceo mi sono iscritto all’università, al Dams di Bologna, perché volevo dare il mio impegno per la costruzione di un “mondo migliore”. Scelsi quell’indirizzo di studio perché con le parole me la cavavo bene e così avevo tempo per fare il militante politico. Poi, con il passare degli anni (era il 1976) mi accorsi di essere davanti a un vicolo cieco: ero al terzo anno di Dams, mi resi conto di vivere in un ghetto in quanto estremista di sinistra. Per la prima volta percepii una profonda insoddisfazione per la mia vita. Era subentrata la normalità anche nell’estremismo: tutto quello che succedeva seguiva il conformismo dell’anticonformismo. Le scelte che avevo davanti erano o il terrorismo o l’eroina. Pensai di passare qualche giorno a casa mia, a Cerreto Alpi, che nel frattempo avevamo rimesso un po’ a posto e affittato ad alcune famiglie per la villeggiatura estiva. Nel viaggio in autostop feci un incontro notevole: da Reggio a Castelnovo ne’ Monti [paese a pochi chilometri da Cerreto Alpi, N.d.R.] mi prese in auto il dottor Polletta, responsabile del settore psichiatrico della provincia di Reggio. Alla fine del tragitto mi disse: “Ho un ragazzo da portare in manicomio ma non vorrei farlo. Le domando se potesse accudirlo due settimane… Penso che lei sia la persona giusta”. Iniziai così 5 anni da operatore psichiatrico professionale: aveva ragione Polletta, avevo una capacità naturale di trattare il disagio psichico in forma acuta. Venni assunto dal Centro di igiene mentale di Reggio, dove lavorai dal 1976 all’81».

Verso la fine degli anni ’80, con la parabola del «socialismo reale », finisce anche la stagione dei CCCP.
«Eh già, noi, da “fedeli alla linea”, ci eravamo dati un «piano quinquennale» di stampo sovietico…».

È in questo periodo che riscopre la fede cristiana?
«Potrei rispondere in mille modi diversi. Tutto è iniziato ritornando a casa, nella casa di mio padre: qui c’è una stalla, un lavoro che organizza le mie giornate, qualcosa di ben diverso da quando facevo il leader dei CCCP, quando vivevo di notte e dormivo di giorno. Non era plausibile vivere in una casa come questa senza un percorso di ritorno alla Casa del Padre di tutti noi. La convinzione che esiste un Dio creatore di tutto c’è sempre stata nella mia vita, sebbene abbia potuto lasciarlo da parte mentre volevo ricostruire il mondo, quando pensavo che la volontà dell’uomo fosse ciò che fa la vita sulla terra. Se io sono nato c’è un altro problema, che ha a che fare con Dio e non con gli uomini. Quando ero nei CCCP, avrei voluto essere ateo per grazia di Dio, come il mio amico Massimo Zamboni. Che esiste Dio io l’ho saputo da sempre. Sono poi stato affascinato dal Sahara, la sabbia è quanto di più lontano da me, che son cresciuto in montagna: là ho trovato un Dio lontano e assoluto, e tutto quello che l’uomo può fare di fronte a questo Dio è vivere nella sottomissione.

Ho poi subito molto il fascino di una religione senza Dio, cioè il buddhismo himalayano, dove ho percepito che il monaco buddhista arriva a un eccesso di umano dove il misticismo giunge al suo livello più alto e incontra il vuoto. Certo, io mi trovo da tutt’altra parte rispetto a queste persone, ma la meraviglia della storia è che per grazia Dio è nato ed è vissuto in una tradizione, per cui la storia è data dall’amore di Dio che si è abbassato. Per questo motivo sono solito dire che tra Islam e cattolicesimo c’è alterità totale, possono solo rispettarsi reciprocamente e chiedere a Dio di renderli ciascuno migliori. Sono stato allevato ed educato in questa storia cattolica, ma ho avuto momenti di confusione: ora coltivo un amore smisurato verso il popolo ebraico e la sua storia. Sono un fedele che conosce umili fedeli che potrebbero perdere la fede se frequentassero troppi teologi! Quando alla fine degli anni ’80 decisi di tornare a casa, andai dal parroco di qui, Cerreto Alpi, don Guiscardo. Ero ancora vestito da punk, con i capelli a cresta, e gli dissi che volevo rifrequentare la Chiesa. Lui mi spiegò alcune condizioni e alla fine del colloquio commentò: «Tante cose di quelle che mi hai detto non le capisco, ma se vuoi riallacciare i rapporti con la religione cristiana, non è difficile, inizia a ritornare in chiesa. Comincia a venire a messa, vieni alla processione del Corpus Domini, alla preghiera del mese di maggio. Non conosco modo migliore. Le mie risposte forse non sono letteratura ma ti dico: vieni in chiesa tutte le volte che puoi».

Per concludere: insomma, mi verrebbe da dire che non mi sono proprio convertito, tutto è stato come ritornare a casa. È finita la mia guerra personale con Dio».

http://www.avvenire.it/Cultura/Dal+68+alle+Br+ma+non+era+la+meglio+giovent_200909280852078630000.htm

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Una Risposta to “Intervista a Giovanni Lindo Ferretti”

  1. roofing contractor Says:

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