L’Italia ha il mal di banca

A3K69ITCA82L92YCA7UPCN8CAWPZR64CA7NZXA7CAID4DQRCAJBQM16CAZCJ8C7CAS1N0XJCA0GQOTDCAA8EX7JCABJ7I3ECAX801DLCAV50RUDCAGOR6ZBCAGF0WD3CA22L6RWCA8LP8YDCARQAZYMA Milano, nel quartier generale dell’Unicredit in piazza Cordusio, gli ispettori della Banca d’Italia sono arrivati da alcune settimane. ‘Indagine complessiva’ è l’espressione utilizzata per indicare il lavoro che – con verifiche a campione anche nelle filiali – stanno svolgendo: passare al setaccio i prodotti offerti alla clientela, verificare i prestiti concessi e le operazioni finanziarie imbastite, scovare le eventuali falle. “Un’ispezione di routine”, spiegano fonti vicine al gruppo guidato da Alessandro Profumo.

Nell’ultimo anno la routine della Banca d’Italia è però stata proprio questa: verifiche a tappeto nel maggior numero possibile di istituti di credito. La raffica dei controlli era partita un anno fa, quando il fallimento della banca americana Lehman Brothers si è tradotto in un vero e proprio sconquasso per i mercati finanziari e il mondo del credito è finito nel mirino della politica, e in particolare del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti.

Le ultime cifre ufficiali, relative al 2008, dicono che l’anno scorso gli interventi di vigilanza della Banca d’Italia – dalle lettere di richiamo alle audizioni dei top manager – erano saliti a 955, centodieci in più del 2007. Quest’anno, poi, l’attività non pare essere diminuita. Verifiche e controlli, infatti, sono segnalati un po’ ovunque, dal gruppo Intesa Sanpaolo alle banche più piccole. E, spesso, gli uomini della Vigilanza sono tornati negli istituti che avevano ispezionato pochi mesi prima. È accaduto alla Popolare di Vicenza, dove lo scorso marzo al presidente Gianni Zonin e agli altri amministratori la Vigilanza aveva inflitto una multa da mezzo milione di euro a causa di “carenze nell’organizzazione e nei controlli interni”. Ed è avvenuto anche al Banco Popolare, il grande istituto nato dalla fusione fra le Popolari di Verona e di Lodi. Se nel 2008 erano stati contestati problemi relativi al patrimonio disponibile, ai cosiddetti strumenti derivati e alle procedure anti-riciclaggio – questioni alle quali la nuova gestione guidata da Pier Francesco Saviotti afferma di aver posto rimedio – oggi l’attenzione degli ispettori si è concentrata sui crediti concessi alla clientela, argomento oggetto di indagini in tutte le maggiori banche.

La stretta sui controlli è stata spiegata dal governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, con la necessità di “verificare l’evoluzione dei rischi e l’adeguatezza dei relativi presidi, patrimoniali e organizzativi, alla luce del progressivo aggravarsi della crisi finanziaria e del quadro congiunturale”. Un linguaggio tecnico, quello usato da Draghi, che nasconde un timore molto concreto: con la recessione le banche stanno andando incontro a colossali perdite sui prestiti concessi alle imprese e ai privati; è necessario, dunque, che in cassa ci siano le risorse sufficienti per fronteggiare i buchi e per non mettere a rischio i depositi della clientela.

È partendo da questo contesto che si possono comprendere meglio i motivi dello scontro d’interessi che, in questi mesi, si è scatenato fra i banchieri e il ministro Tremonti. L’apice è stato raggiunto a inizio settembre, quando i due maggiori istituti di credito – Unicredit e Intesa Sanpaolo – non avevano ancora deciso se utilizzare i “Tremonti-Bond”, come sono stati chiamati i prestiti pubblici ideati un anno fa per rafforzare il patrimonio delle banche e, almeno sulla carta, per accrescere le risorse destinate al finanziamento delle imprese. “Affermare che i Tremonti-Bond non servono significa andare contro gli interessi del Paese”, ha detto il ministro il 6 settembre scorso.

“Le banche italiane sono rimaste in piedi nonostante la bufera senza avere bisogno di alcun aiuto da parte dello Stato”, ha risposto una settimana più tardi Corrado Faissola, presidente dell’Abi, la lobby delle banche. “Il governo ha dato un grande contributo nel momento in cui ha predisposto dei paracadute, perché ha consentito di mantenere una situazione di relativa serenità. Ma in concreto non c’è stato niente”, ha aggiunto il banchiere, numero uno di Ubi Banca.

Al di là delle rispettive posizioni e del fragore politico suscitato dal dibattito, sono i bilanci a chiarire i rischi della fase delicatissima che le banche stanno vivendo in questi mesi. Nel primo semestre dell’anno i principali istituti sono stati costretti a raddoppiare le risorse che, in media, devono mettere da parte per far fronte a prestiti che la clientela non è in grado di restituire, uno dei fattori chiave sui quali nelle ispezioni si è concentrata l’attenzione degli uomini della Banca d’Italia.

La recessione, in effetti, ha un prezzo durissimo da assorbire, anche per le banche.

I risultati si possono intuire grazie ai dati elaborati da Alessandro Roccati, analista della banca d’affari londinese Fox-Pitt Kelton, riportati nella figura di pagina 127. Si vede che i crediti dubbi del Monte dei Paschi, ad esempio, sono saliti in un anno dal 7,8 al 10,6 per cento del totale dei crediti, quelli di Unicredit dal 6,2 all’8,5 per cento, quelli di Intesa dal 5,0 al 7,4 per cento. Al netto dei quattrini che i tre istituti hanno già stanziato per far fronte alle perdite che dovranno subire, le percentuali si riducono un po’ ma restano pur sempre consistenti: i crediti dubbi rappresentano il 6,5 per cento del totale dei crediti per il Monte dei Paschi, il 4,2 per Intesa e il 3,2 per Unicredit.

Alcune cifre aiutano a capire meglio le dimensioni reali della posta in gioco. Nel primo semestre del 2009 Intesa Sanpaolo ha dovuto fare accantonamenti e rettifiche su crediti, come vengono definiti in bilancio, per 1.814 milioni di euro: soldi che non torneranno mai più indietro. Nello stesso periodo del 2008 la stessa voce si era fermata a 713 milioni. A Unicredit è andata ancora peggio: gli accantonamenti e le rettifiche su crediti sono saliti da 1.298 a 4.081 milioni. In pratica, più di quattro miliardi di euro di prestiti potrebbero essersi volatilizzati per sempre e non tornare mai più in cassa.

Per i banchieri, tuttavia, i problemi non finiscono qui. Sul fronte strettamente finanziario Roccati afferma che “l’impatto del deterioramento dei crediti concessi alle medie e piccole imprese si mostrerà pienamente solo nei prossimi mesi”. L’analista della Fox-Pitt Kelton prevede che tra le grandi banche l’ultimo trimestre sarà il più duro dell’intero 2009 in particolare per Intesa, Monte Paschi, Banco Popolare e UBI Banca. E che, sullo stesso fronte, nel 2010 la situazione resterà difficile, con accantonamenti su crediti in linea con quest’anno per quasi tutte le banche.

La tenuta dei bilanci dei rispettivi gruppi, tuttavia, non è l’unica questione in ballo. Alcuni banchieri, in questa fase di estrema tensione nei rapporti con la parte più fragile della clientela e con la politica, si stanno giocando la poltrona e, più in generale, gli equilibri di comando all’interno della banca. Una prospettiva che, ai loro occhi, deve sembrare anche più preoccupante rispetto alla discussione che il vertice G20 di Pittsburgh effettuerà sui limiti ai mega stipendi.

Come ha ripetuto più volte Draghi, le banche hanno la necessità di rafforzare le risorse che devono custodire al riparo da qualsiasi rischio, il cosiddetto patrimonio disponibile che serve da base per l’attività della banca. Dalla figura riportata a pagina 130, infatti, si vede che gli istituti italiani stanno pagando uno scotto rispetto ai concorrenti europei, che già da mesi hanno ricevuto ingenti iniezioni di denaro pubblico. Il rischio è che, quando la ripresa arriverà, gli istituti stranieri potranno far leva su queste risorse per ripartire velocemente.

Per i banchieri, la sfida è dunque tutt’altro che semplice. Una possibilità per rafforzare il patrimonio è quella dei Tremonti Bond, che presentano però clausole capestro: il costo molto elevato rispetto ad altri strumenti, nonché il rischio di ritrovarsi lo Stato fra gli azionisti. Per questi motivi solo le banche che ne avevano più bisogno e che presentano assetti azionari più definiti – come il Monte Paschi, il Banco Popolare e la Popolare di Milano – hanno deciso più in fretta di farvi ricorso, mentre Unicredit e Intesa hanno scelto di aspettare fino all’ultimo momento utile, studiando ogni alternativa possibile per recuperare altro capitale.

Luca Piana

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/litalia-ha-il-mal-di-banca/2110484//0

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