E Pound il “folle” stese il suo medico sul lettino

imagesIl professor Romolo Rossi (che ebbe la fortuna di conoscere anche Sylvia Plath) ha scandagliato dal punto di vista clinico la mente di Ezra Pound. Rossi, allora giovane medico nello staff del professor Cornelio Fazio, ebbe un rapporto molto speciale con l’autore dei Cantos. Il suo racconto, commosso e avvincente, si apre nel ricordo del 10 marzo 1966.

 Quel giorno, all’ingresso della Clinica per le malattie nervose e mentali di Genova, si era presentato un personaggio misterioso che nascondeva la sua identità sotto pseudonimo: era appunto Ezra Pound, che aveva allora 80 anni. Il poeta era stato consigliato da Giuseppe Bacigalupo, medico curante e amico, che nel suo Ieri a Rapallo (appena ristampato per le Edizioni Campanotto) ha lasciato memorabili cammei della vita di Pound e del milieu culturale di Rapallo negli anni ’30.

 Il Pound che si presentò agli occhi di Rossi si trovava in una condizione di gravità sia dal punto di vista fisico sia dal punto di vista psichico: fu necessario un ricovero immediato che poi si protrasse sino al 16 aprile. Pound presentava un caratteristico «quadro melanconico», nel caso concreto caratterizzato da un arresto psicomotorio e del linguaggio. (…). Aveva subìto un intervento alla prostata ed era convinto che i germi dalla ferita si stessero ormai diffondendo per tutto il corpo. Ancora, soffriva di deliri di colpa e di indegnità. Ecco l’immagine secondo il referto di allora: «L’espressione del viso era in continuo movimento, diventando a volte attenta e vivace, a volta vuota e inadeguata, come se il paziente stesse seguendo i suoi pensieri. Se gli si rivolgeva la parola, assumeva un’espressione perplessa, rispondendo con un marcato ritardo…». Il problema della prima diagnosi fu complicato. Alle spalle di Pound c’era una storia complessa: la guerra, la prigionia in una gabbia del Disciplinary Training Center di Metato, vicino a Pisa, i dodici anni di reclusione al Saint Elizabeth, l’ospedale psichiatrico federale di Washington. Alcuni dei più rinomati psichiatri di allora avevano studiato il caso, tra questi vi erano: Wendell Muncie, Joseph Gilbert, Marion King, e, soprattutto, Winfred Overholser. Il primo fece un’analisi molto superficiale e legò la depressione poundiana esclusivamente agli aspetti organici: lo considerò infatti depresso perché colpito duramente dal terribile sole del giugno pisano. (…).

 Un anno di lavoro. Rossi lavorò con Pound per un anno intero rimanendo affascinato («Lo ascoltavo da mattina a sera…») e convincendosi che il suo paziente non poteva essere considerato schizofrenico. Forse uno soltanto era l’aspetto schizofrenico: quello del linguaggio, caratterizzato da un ipersimbolismo, da un continuo impiego di metafore, che a volte si perdevano per strada e si alternavano a silenzi e improvvise esplosioni. Gli psichiatri che affrontavano Pound dalla rigida prospettiva professionale non potevano comprenderlo: per esempio, si bloccavano imbattendosi nei suoi ideogrammi cinesi. Rossi si convinse che Pound non poteva essere schizofrenico perché la malattia non poteva coabitare con la grande creazione artistica. Nella clinica genovese fu curato con i farmaci correnti, i triciclici, e come antidepressivo gli venne somministrata dell’Imipramina (più noto come Tofranil), in dosi da 200-300 milligrammi al giorno, e migliorò rapidamente. Anzi, conobbe un cosiddetto «rimbalzo euforico», caratterizzato da un generale eccitamento, insonnia mattutina, una continua profusione verbale (quest’ultima però segnata da una certa incoerenza di fondo).

 (…) Durante la fase di miglioramento descritta da Rossi, Pound manifestò con forza il desiderio di partecipare al Festival dei due mondi di Spoleto, dove sarebbe stato il protagonista, e in effetti riuscì a prendervi parte, ma più tardi ebbe una ricaduta. Rossi comprese di trovarsi di fronte a un paziente affetto da un tipico disturbo bipolare. Secondo la terminologia di quel tempo, Pound soffriva di una psicosi maniaco-depressiva, che non poteva essere causata esclusivamente dalle difficoltà del periodo bellico.

 Probabilmente le radici della malattia erano molto più lontane, dato che nella maggioranza dei casi i sintomi di tale psicosi si manifestano tra i 33 e i 40 anni. Nella mente di Pound si accostavano idee inverosimili e megalomani: nonostante tutta la propaganda effettuata come Uncle Ez dai microfoni della Radio italiana per scoraggiare l’intervento militare statunitense, era convinto che Truman al termine della guerra non avrebbe potuto fare a meno di chiedergli consiglio; allo stesso modo, continuava a riferirsi a Mussolini (che chiamava «Mus») come a un amico, quando era noto che si fossero incontrati soltanto una volta.

 Disturbo bipolare. In quei frangenti Rossi costatava con evidenza l’alternanza in Pound di episodi maniaco depressivi e di momenti di grandissima espansione e vitalità. Durante il loro primo incontro Pound dapprima rimase muto, poi, molto lentamente, iniziò a parlare o, meglio, a sbottare (la sua tipica modalità espressiva in quelle circostanze). Rossi cercò di approcciarsi a lui con un atteggiamento da psicoterapeuta. Nei fatti, iniziò a domandare.

 Di solito la prima reazione di Pound era ancora il silenzio, sembrava quasi che lasciasse cadere gli interrogativi. Poi, invece, le risposte giungevano con puntualità, a tre giorni di distanza, ed erano sempre molto profonde e intense: al punto che Rossi iniziò a interrogarsi su chi fosse il vero motore della psicoterapia, se lui stesso o il suo paziente. In queste sedute Rossi poté comprovare in Pound un’«assoluta, precisa e completa conoscenza di Dante». Pound insisteva molto sulla «bellezza di Dante» e portava esempi. Nel suo sentire un verso come: «Qui distorse la bocca e di fuor trasse / la lingua, come bue che ’l naso lecchi» era di una efficacia straordinaria. Durante una conversazione, Rossi lasciò su un tavolino accanto al poeta una traduzione della Commedia a opera di Longfellow. All’inizio Pound non vi fece caso, non la guardò neppure, poi quando iniziò a sbloccarsi e a uscire dal silenzio, con le sue lunghe dita, con il suo lungo indice adunco, iniziò a picchiettare sulla copertina del volume esclamando: «È tutto sbagliato».

 Rossi giunse a riscoprire Dante grazie a Pound (…). «La bellezza di Dante»: era una frase poundiana che ritornava sistematicamente… Quando lo psichiatra ipotizzò che, dopo tante vicissitudini, la mente del poeta avesse sviluppato dei meccanismi di autodifesa, venne fulminato da Pound che gli recitò a memoria i seguenti versi dal XV canto dell’Inferno: «Ora cen porta l’un de’ duri margini / e ’l fummo del ruscel di sopra aduggia, / sì che dal foco salva l’acqua e li argini. / Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia, / temendo ’l fiotto che ’nver lor s’avventa, / fanno lo schermo perché ’l mar si fuggia…». Sì, dopo averne viste tante, Pound si difendeva «alzando gli argini». Nel riferirsi al Festival di Spoleto, rifletteva sul paesaggio appenninico e citava, ancora perfettamente a memoria, un altro lungo brano dantesco, questa volta dal Purgatorio: «Sì come neve tra le vive travi / per lo dosso d’Italia si congela, / soffiata e stretta da li venti schiavi, / poi, liquefatta, in sé stessa trapela, / pur che la terra che perde ombra spiri, / sì che par foco fonder la candela…»; per Pound la descrizione dantesca dell’Appennino centrale era semplicemente perfetta.

 (…) Secondo Rossi l’inizio della tensione bipolare di Pound aveva radici lontane nel tempo e il rapporto con la madre fu addirittura «spaventoso». Quando Pound riuscì a inviarle la stesura dei Cantos Pisani, dopo i primi cinque mesi di dura prigionia, ricevette una risposta raggelante: «Dopo essere stato cinque mesi senza far niente… avresti potuto fare meglio…». Questa reazione fu però raccontata per lettera a Pound dalla moglie Dorothy, che, come acutamente sottolinea Mary De Rachewiltz, figlia del poeta, potrebbe aver calcato le tinte.

 Mondo onirico. Secondo Rossi, il Pound di quegli anni (…) viveva in un perenne stato onirico,(…) affrontava ogni cosa come in un grande sogno, i cui frammenti si avvicinavano e si allontanavano di continuo. (…) Rossi constatò che la memoria fosse rimasta perfettamente integra e si oppose al fatto che il suo paziente venisse sottoposto a un esame per verificarne il quoziente d’intelligenza secondo lo schema di Wechsler. Le domande a cui doveva essere sottoposto sarebbero state inadeguate. (…) Del resto lo stesso Pound aveva scritto: «Nessuno psichiatra potrebbe capirmi, sarebbe come se un fabbro provasse a smontare un jet…». L’originale della cartella clinica genovese di Pound giace in un archivio di Ovada, destinata al macero. Sarebbe doveroso salvarla perché non si perda un solo tassello biografico dell’Omero del ’900.

Alessandro Rivali

http://www.libero-news.it/articles/view/576971

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