Rushdie l’amore la vita

AU35P17CALHBYDBCAN00EQLCAPQ1ZE5CADKT7FVCAG2IGHMCAC0UD11CAETST2HCAV3DHAHCA0E325CCAE2GZSCCAUK25WCCAEJRJTECABYUT8KCAUHCLNCCAQOTE53CA65STFQCAFK7MT1CA00GS4VLe donne. La bellezza. Il gossip. E poi l’arte di scrivere, le due lingue e le diverse città e identità che l’accompagnano. Incontro con il grande scrittore de ‘I versi satanici’

Non ci sono molti scrittori al mondo noti come Salman Rushdie. Eppure incontrarlo genera il solito stupefacente: me lo figuravo diverso. Forse per via dell’esagerato panama bianco, forse per i jeans a zampa d’elefante esageratamente giovani, forse per la sua simpatia da professore in vacanza, forse per lo scenario di Capri dove da bravo scrittore in vacanza è venuto, qualche settimana fa, a tenere una piccola conferenza, prima di sbarcare a Venezia: a conferma dell’amore per l’Italia.

La fama planetaria e funesta, conseguita con una fatwa e non con un Nobel per la letteratura, ha condizionato vent’anni della sua vita, ma oggi Rushdie è sorridente: sguardo satrapico, lingua inglese da gentleman, impeccabile come la sua ironia anch’essa molto british, il grande cappello e un Blackberry che suona in continuazione. “È mio figlio”, dice. Altro bip. “È un’amica”.

Dal 1999, poco dopo che il governo iraniano dichiarò che non avrebbe più dato corso alla fatwa contro di lui, Rushdie è tornato alla vita pubblica. Ai gossip e ai party, tanto da dover essere difeso pubblicamente da Ian McEwan, suo caro amico da oltre 25 anni, che ha dichiarato al ‘New Yorker’ che “i gossip su mister Rushdie sono rischi del mestiere”. I gossip sono arrivati anche in Italia: due meravigliose fanciulle dalla pelle nera e dai tacchi vertiginosi. Appena separato dalla modella indiana Padma Lakshmi, più giovane di 24 anni, per sposare la quale aveva divorziato dalla sua terza moglie sborsando 7 milioni e mezzo di euro, Rushdie sembra uscito dal dolore di questo quarto divorzio. Sorride. “Ho scoperto che per essere una coppia bisogna anche diventare un po’ amici”, dice. E arriva un altro messaggino. Bip. Dopo essere stato accusato da John Updike di essere più una “‘cause célèbre’ e un martire della libertà che uno scrittore”, questi pettegolezzi non devono fargli molto effetto. “Sono single e disponibile”, scherza. Per cui parliamo di letteratura.

Il suo ultimo libro ‘L’incantatrice di Firenze’ (Mondadori) racconta dell’Italia e dell’India all’epoca del Rinascimento. Il precedente, ‘Shalimar il clown’, è la storia di un killer nato in Kashmir. Ma ha anche riscritto la storia di Orfeo ed Euridice in salsa rock, ha scritto reportage sul Nicaragua, saggi sulla politica, il football, anche favole per bambini. In ogni testo cambia il linguaggio: qualche volta è ricco e lussureggiante, altre volte semplice e crudo, oppure fatato…
“Quando comincio a scrivere, mi chiedo sempre: dove si svolge la storia, e in quale epoca? Solo dopo scelgo uno stile narrativo, una struttura adatta alla storia e soprattutto un linguaggio. Nel caso de ‘L’incantatrice di Firenze’ ho voluto raccontare un mistero. Il mistero è sempre interessante. Ma dato che avevo scelto una storia antica, mi sono ispirato a libri e stili come quelli di Ariosto o di Don Chisciotte”.

Il reportage indaga il presente. Spesso lei ha raccontato storie del passato. Ha mai pensato di scrivere del futuro?
“Ci sto pensando. Credo che potrebbe essere il soggetto del mio prossimo romanzo. Sono sempre stato interessato alla fantascienza. Il mio primo racconto, che a dire il vero non è un granché, fu un racconto di fantascienza, appunto. E qualche volta ho usato questo genere nei miei romanzi, inserendo piccole storie dentro altre storie. Da ragazzo leggevo tutto di quel genere: erano gli anni Sessanta: oggi considerati il periodo d’oro della fantascienza. C’erano Philip K. Dick, Harlan Ellison. Ma oggi questa letteratura non è molto interessante. La gran parte degli scrittori odierni di fantascienza non scrivono bene, e non ci sono donne interessanti tra i personaggi: così a un certo punto mi sono annoiato e ho smesso di leggerla. Invece, in questi mesi sono di nuovo interessato a questa vicenda. E sa perché? Perché la fantascienza permette molto a uno scrittore. Ecco perché è destinata a rinascere: è l’unico genere che davvero consente a uno scrittore di esplorare le idee, assai più di una storia realista sul presente”.

Ha raccontato molte città nei suoi romanzi. E ha vissuto e viaggiato in molti luoghi: quale città considera oggi la più interessante del mondo?
“Fino al 2001 avrei detto New York. Ma il declino, in realtà, è cominciato prima. New York è stata il centro del mondo culturale fino alla fine degli anni Settanta. Era l’epoca underground, quella di Lou Reed, Patti Smith, dei Talking Heads e di Warhol, ed era eccitante. Ma allora nulla aveva a che fare con i soldi. Negli anni Ottanta tutto si è inflazionato, l’arrivo di una quantità di quattrini spropositata ha cambiato la città, la sua energia e i suoi valori: in modo disgustoso questi soldi hanno portato ignoranza. La città ha smesso di produrre arte per produrre potere. Poi è venuto tutto il resto, fino al crollo delle torri gemelle. Oggi non c’è un posto che potrebbe essere definito come il centro del mondo, come una nuova Roma. Può darsi che tra dieci anni lo sarà Pechino, può darsi Mumbai. Ma il mondo sta cambiando molto velocemente, e tutto dura un solo attimo”.

Lei abita sempre a New York, nonostante tutto. Cosa le piace di New York?
“Vede, ogni città in cui si abita ti chiede qualcosa, perché sei qui, cosa ci fai? E New York lo chiede più di ogni altra città. Come dice la canzone: ‘If you can make it there’ (se puoi farcela lì). Qui la gente lavora 12 ore al giorno, e questo mi piace molto. Dove tutti lavorano molto è facile lavorare bene, e di conseguenza lavoro bene anch’io. Ma quando uno scrittore si innamora di una città di solito è un amore legato a un certo momento, a una stagione. Il mio amore vero è legato ai valori che Bombay esprimeva negli anni Sessanta: e come ho detto molte volte, Mumbai e Bombay per me non sono la stessa cosa”.

L’interesse nei luoghi, nelle città, ha a che fare con il senso di appartenenza e quindi con il suo contrario, lo sradicamento, che genera cosmopolitismo e nostalgia, due temi molto presenti nella sua letteratura e forse nella sua vita.
“Viviamo un eterno dilemma esistenziale: dobbiamo scegliere se restare o andare via. Entrambe le cose sono difficili. E il sogno di partire, di lasciare la casa, non muore mai”.

Pensa ai lettori quando scrive, o per lei esiste solo la storia da raccontare?
“Una volta pensavo solo alla storia. Oggi sono sempre più interessato a come i lettori ricevono le informazioni, al processo della lettura. Sono convinto che ci sia un modo, non dico quello perfetto ma certamente il migliore, perché una certa storia venga raccontata a un lettore. E credo che il mio compito sia trovare quel modo. Non è detto però che questo abbia a che fare con la semplicità del plot: penso a film come quelli di Almodóvar, pieni di personaggi, intrighi e salti narrativi, eppure sono storie avvincenti, che lo spettatore segue senza difficoltà. Il segreto è cosa il lettore vuole sapere e quando lo vuole sapere: bisogna assecondarlo in un certo senso”.

Sta parlando di lettura come piacere?
“Anche. Certo, se non ti piace il libro, non lo leggi. Però quel che conta è ciò che un libro si lascia dietro, due giorni dopo, un mese, un anno dopo che è stato letto. Il numero di libri che davvero amiamo, che non sono poi molti in una vita, condizionano il nostro modo di vedere il mondo: ed è questo che desidero quando penso ai miei lettori. Vorrei che la lettura aiuti loro a cambiare, a evolversi. E aggiungo: mi interessa molto incontrare i miei lettori, soprattutto quelli che hanno domande precise, che parlano delle reazioni che hanno avuto, o mi chiedono dettagli su un personaggio. Quelli che ti chiedono invece come ci si senta a essere famosi non sono veri lettori”.

Quale libro regala più spesso?
“Un libro che mi fece una grandissima impressione da ragazzo: ‘Finzioni’ di Borges. Ho avuto modo di regalare spesso anche ‘Le città invisibili’ o ‘Marcovaldo’ di Calvino, che in inglese viene pubblicato insieme al ‘Barone Rampante’ e ‘Il cavaliere inesistente’. Conobbi Calvino a Londra, ebbi il piacere di introdurre la presentazione pubblica di un suo libro. Mi salutò e mi disse: fammi vedere cosa hai scritto. Ero terrorizzato, ma per fortuna nell’incipit del mio discorso avevo fatto un paragone tra la sua scrittura e Apuleio, e così passai l’esame. In seguito fu molto generoso con il mio lavoro, e recensì ‘I figli della mezzanotte'”.

Lei è cresciuto a Bombay e ha frequentato il King’s College di Cambridge. È cittadino britannico, parla due lingue e scrive in inglese. Una lingua non-madre per lei.
“Parlo hindi e inglese nello stesso modo. Ma l’inglese è la mia lingua. Sono pochissimi gli scrittori che hanno potuto essere creativi in due lingue, forse solo Vladimir Nabokov. Per fare un solo esempio, Joseph Conrad non ha mai scritto romanzi in polacco. E neanch’io uso l’hindi per i miei romanzi o reportage”.

Perché?
“Perché so che non sono in grado di farlo”.

Ne è sicuro?
“Lo so, anche se non ho mai provato. Ma quando sono in India sogno in hindi, e quando i miei sogni cambiano lingua so che sono arrivato a casa”.

Gli scrittori angloindiani stanno riscuotendo un grande successo. Cosa ne pensa? E lei fa parte di questo filone, o forse ne è il precursore?
“Vede, qualche volta si scrive contro, e questo aiuta a trovare la giusta direzione. Qualche volta si scrive invece per imitazione: sicuramente il mio lavoro ha ispirato, o almeno dato qualcosa su cui meditare per poter fare una scelta pro o contro, a una generazione di scrittori. Quando venne pubblicato ‘I figli della mezzanotte’ mi chiesero un giudizio sugli altri scrittori indiani. Ma non c’era nessuno, allora, quindi non potevo pensare niente. Trent’anni dopo ce ne sono centinaia. In questo senso credo di aver aperto una porta, e mi sento molto orgoglioso di questo. Essere angloindiani o ‘multirazziali’ oggi, d’altra parte, è frequente: fa parte del nostro tempo questa molteplicità di appartenenze. Vivere in due città e parlare più lingue ora è più comune, anzi è la vita di molti di noi”.

A 62 anni, dopo che lei stesso ha detto di aver scritto almeno la metà dei libri della sua vita, dopo vent’anni molto difficili e il quarto divorzio, cosa la incanta ancora?

“Mi incanta la bellezza, quella della natura, della poesia, dell’arte. La mia droga è la bellezza, ne sono schiavo. Credo sia un dono che non dobbiamo dimenticare: ogni giorno siamo invasi da cose disgustose, da vere mostruosità create dall’uomo. Ecco perché è giusto ricordare sempre che siamo capaci di produrre bellezza e di goderla. In questo senso la bellezza è per me un valore etico e non estetico”.

Lei ha partecipato come attore al film sulla vita di Bridget Jones ed è stato nominato baronetto dalla regina di Inghilterra: quale di queste due esperienze è stata la più curiosa?
“Ho molti amici nel cinema, ed è un mondo che mi è familiare, quindi ‘Bridget Jones’ non mi ha sconcertato. Passare invece un giorno a Buckingham Palace è stata un’esperienza davvero strana. Al ricevimento c’erano centinaia di persone, e un’orchestra suonava musica hawaiana per ore e ore: il che di per sé è alquanto curioso considerato che sotto l’orchestra stava seduta la regina. Ho avuto un solo minuto di conversazione con la sovrana, ma mi hanno addestrato per ore. Dovevo imparare a camminare all’indietro: così prevede il protocollo quando si viene congedati. La cosa curiosa è che Buckingam Palace mi è sempre stato molto familiare, ci sono passato davanti con la macchina tante volte, ma quando effettivamente sono entrato dentro, mi sono reso conto che ero in un luogo nello stesso tempo il più familiare e il più distante che si possa immaginare. Sì, è stata la giornata più buffa della mia vita”. E ride Salman Rushdie.

Carlotta Mismetti Capua

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/rushdie-lamore-la-vita/2110864&ref=hpsp

 

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