Quelli che il fascismo non c’è mai stato

138324_0610_P29_CulCom_A02_F01Caduto il fascismo e sorta la Repubblica, uno dei compiti principali ai quali la cultura di sinistra si dedicò fu quello di sostenere che durante il Ventennio non c’era stata una cultura fascista. Nella “dimostrazione” di questo assunto si impegnarono personalità vicine al Partito d’azione e al Partito comunista.

 Così Norberto Bobbio sostenne perentoriamente che la cultura dell’epoca fascista era derivata tutta dalla cultura precedente, e che quindi non era stata fascista. Un caso esemplare era stato quello dell’Università: «Di fronte al processo di trasformazione dello Stato», disse il filosofo torinese, «la cultura accademica non eccedette nell’inneggiare né si ribellò: accettò, subì, si uniformò, si conformò, si rannicchiò in uno spazio in cui poteva continuare, più o meno indisturbato, il proprio lavoro». Un lavoro certo non apertamente antifascista, ma che, comunque, nulla aveva a che fare col fascismo.

 Non dissimili gli “argomenti” di Eugenio Garin (di cui Togliatti aveva benedetto, su “Rinascita”, le Cronache di filosofia italiana). Questi infatti scrisse: «La cultura, quando fu cultura, non fu fascista, e fece circolare in Italia, anche nelle scuole, nonostante ogni “foglio d’ordini”, largamente, dal romanzo al cinema, tanta aria del mondo libero».

 Spiragli di libertà. Il “nicodemismo”, il travestimento, la finzione, erano i modi con cui gli intellettuali italiani avevano cercato, secondo Garin, di utilizzare gli spiragli presenti all’interno del regime fascista per continuare a fare cultura, per continuare a studiare e a scrivere.

 Questi singolari giudizi ci ricorda Michela Nacci nella sua recente e rapida Storia culturale della Repubblica, (Bruno Mondadori, pp. 148, euro 14,50). «Resta da capire», dice giustamente l’autrice, «in che senso Delio Cantimori, per esempio, fosse stato fascista (come Garin stesso asserisce) se si segue la sua tesi secondo la quale la cultura, quando era stata cultura, non era stata fascista». E resta da capire – aggiungiamo noi – in che senso fossero stati fascisti (ardentemente fascisti) filosofi come Ugo Spirito, Antonio Banfi, Nicola Abbagnano, Galvano Della Volpe, per fare solo alcuni nomi; o Leonida Repaci, Massimo Bontempelli, Carlo Muscetta, Mario Alicata fra i letterati. E via enumerando. Ma non basterebbe certo un articolo di giornale se si volesse fare un elenco di tutte le personalità di rilievo che, nei vari campi della cultura, furono fasciste, e con il loro lavoro intellettuale intesero contribuire alla vita e al prestigio dell’Italia fascista.

 Ma le singolari tesi di Bobbio e di Garin incontrarono un’enorme fortuna. Perché? In primo luogo perché, se si stabiliva come un articolo di fede che la cultura italiana non era mai stata fascista, allora tutti quegli intellettuali che fascisti erano stati ma che ardevano ormai, negli anni del dopoguerra, di essere considerati antifascisti, potevano presentarsi come del tutto “mondati”. Di qui, anche, reazioni stupefacenti e abnormi allorché si documentava il passato fascista di certi autori. Quando, per esempio, un giornalista liberale ricordò la fervida adesione al fascismo di uno dei massimi dirigenti del Partito comunista, Mario Alicata (che, con Muscetta, aveva curato nel 1941 una antologia per le scuole medie, nella quale campeggiavano pagine del Duce, di cui si raccomandava soprattutto la lettura del Diario di guerra, «libro da leggere tutto, come uno dei più notevoli documenti umani sul conflitto mondiale»), Alicata, dicevo, si indignò, anzi si infuriò, e controbatté con queste parole all’importuno che l’aveva chiamato in causa: «Faccia di bronzo degna di una vecchia baldracca», avvezza «a riempirsi la bocca di escrementi».

 Un argomento, come si vede, molto violento, ma non molto efficace, né molto convincente. (Questo episodio viene ricostruito nel bel libro di Mirella Serri, I Redenti, edito da Corbaccio).

 In secondo luogo, negando qualunque rapporto fra fascismo e cultura (quasi che non fosse mai esistito l’impegno fascista di Giovanni Gentile, o di Gioacchino Volpe; quasi che non fossero mai esistite le annate di “Primato”, la prestigiosa rivista di Giuseppe Bottai, che visse del contributo delle personalità più eminenti della cultura italiana), si venne formando anche una singolare attitudine della nostra sinistra: quella di non intendere il passato nelle sue ragioni profonde, di negarlo puramente e semplicemente (un’attitudine, questa, che non aiuta certo a capire il presente).

 Solo prepotenza. Questa negazione assunse aspetti paradossali. Il fascismo infatti, secondo la vulgata antifascista, così come non aveva avuto nessuna incidenza nel mondo della cultura, così non aveva goduto di nessun consenso nella società, era stato solo una prepotenza di bravacci armati, al servizio del grande capitale industriale e della grande proprietà fondiaria. Chissà perché, dunque, esso era durato vent’anni!

 Non sto indulgendo a tracciare un quadro caricaturale: tutti ricordano che cosa accadde quando Renzo De Felice parlò del largo consenso di cui il regime fascista aveva goduto, e che aveva raggiunto la sua acme con la guerra di Etiopia. Un putiferio di reprimende, di invettive, di insulti.

 Eppure, anche uno storico liberale come Federico Chabod aveva affermato nelle sue lezioni parigine del 1950, poi raccolte in volume nel 1961 col titolo L’Italia contemporanea (1918-1948), che il fascismo – mentre non poteva essere affatto interpretato come mera espressione del grande capitale e della grande proprietà fondiaria, in quanto aveva avuto la sua base sociale nella piccola e media borghesia – aveva riscosso un ampio consenso nella società italiana per un certo arco di tempo. «Gli anni tra il 1929 e il 1934», aveva scritto Chabod, «furono il periodo di maggior consenso». Questa affermazione di Chabod era passata inosservata, quella di De Felice scatenò invece un pandemonio. A testimonianza del fatto che la sinistra non aveva mai voluto fare veramente i conti col passato.

Giuseppe Bedeschi

http://www.libero-news.it/articles/view/578411

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