Nelle miniere-gulag dell’uranio sovietico

139347_1010_P34_CulCom_A03_F01Alla fine della Seconda guerra mondiale Stalin si accorse in ritardo dell’importanza strategica del nucleare, ma l’Urss era svantaggiata nella corsa all’atomo perché non disponeva di uranio proprio. Nei primi anni ’40 i principali giacimenti di minerale di uranio si trovavano nell’allora Congo belga, nel Canada nord-occidentale e nel Colorado. In Europa era stato scoperto ai confini ceco-tedeschi nella zona di Jáchymov, sui Monti Metalliferi.

 (…). La Germania nazista, che aveva occupato quella regione nel ’38, non sfruttò il minerale per scopi militari. All’indomani della spartizione dell’Europa in due zone di influenza politico-militare, e ancor prima del colpo di Stato comunista del febbraio ‘48, la Cecoslovacchia fu attratta dall’orbita sovietica, sia per il ruolo avuto dall’Armata Rossa nella “liberazione” del Paese, sia per la presenza nel governo di forze politiche filosovietiche. (…)

 Nel corso degli anni fu sempre più evidente che l’attività estrattiva non era più vantaggiosa, ma in Cecoslovacchia si era ormai costituita una lobby dell’uranio capace di difendere i propri interessi, nonostante i problemi ambientali, la scarsa qualità del prodotto e soprattutto i bilanci in rosso sanati dallo Stato, che ancora nel 1989 stanziò 1.705 miliardi di corone.

 Condannati politici. Oltre a Jáchymov dove, dopo l’espulsione dei minatori tedeschi dalla regione nel primo dopoguerra, la mancanza di mano d’opera fu colmata dal marzo 1946 con l’utilizzo dei prigionieri di guerra nazisti, tra le zone destinate all’esplorazione e allo sfruttamento del minerale di uranio c’era quella già famosa per i giacimenti di ferro e argento attorno a Príbram, una cittadina a 60 km circa a sud di Praga, nelle vicinanze del più grande santuario mariano boemo. Come stava accadendo altrove, tra il ’47 e il ’49 ai prigionieri di guerra fu fatto costruire a pochi km da Príbram un campo di lavoro, chiamato Vojna dal nome della collina vicina. All’inizio degli anni ’50 questi prigionieri, secondo gli accordi internazionali, furono rimpatriati in Germania, e il campo si trovò senza forza lavoro. Stavolta si supplì utilizzando i condannati politici: proprietari terrieri che si opponevano alla collettivizzazione, avversari politici, esponenti della cultura invisa al regime comunista, religiosi. Molti antifascisti caduti in disgrazia vi furono rinchiusi con i loro antichi avversari, i criminali di guerra nazisti, collaborazionisti e traditori, ai quali spesso la direzione del campo dava incarico di sorvegliare gli altri detenuti.

 Il 25 ottobre 1948, con la legge 247, il regime istituì i campi di lavoro coatto (Tnp), attivi fino al ’54 presso miniere, impianti metallurgici, cantieri, fornaci, cementifici, aree coltivate. Nei Tnp poteva essere rinchiuso qualsiasi cittadino, dai 18 ai 60 anni, per un periodo da 3 mesi a 2 anni, su decisione di una trojka nominata dal Comitato nazionale locale, che disponeva anche delle proprietà del condannato. Le trojki furono abolite nel luglio ’50, ma i campi sopravvissero e vennero semplicemente rinominati «di lavoro correzionale» (Npt). Vojna fu trasformato così nell’Npt «U», e vi fu introdotto il regime carcerario «per i criminali più pericolosi», ossia avversari politici condannati a pene detentive superiori a 10 anni, sempre in compagnia di delinquenti comuni. Al 1° settembre 1952 ospitava 719 detenuti, nel marzo ’53 erano 964 e il 1° luglio 1956 se ne contavano 1.517.

 Le condizioni di vita dei detenuti variavano a seconda della situazione politica e della linea adottata dalla direzione del campo. La sveglia era in genere alle 6.30, la ritirata alle 21, gli operai dei cantieri esterni lavoravano dalle 8 alle 16, mentre in miniera si lavorava in 3 turni. Solo chi eseguiva la norma al 100% aveva la possibilità di ricevere visite che fino al 1955 duravano solo una decina di minuti. L’ex-detenuto Zdenek Sedivy’ racconta quel che accadeva a Jáchymov: «Le visite dei familiari mettevano sempre i nervi alla prova. Se si trattava di una famiglia senza figli con una moglie giovane, il marito detenuto poteva venire a sapere all’improvviso che lei aveva chiesto il divorzio… Le guardie lo sapevano e provocavano i detenuti: “Non ti ha ancora mollato? Tranquillo, se ne andrà di sicuro. Si troverà un altro”».

 All’inizio degli anni ‘50 la biancheria veniva cambiata una volta al mese, e i detenuti dovevano tenersi addosso gli abiti da lavoro anche durante il riposo: «I maglioni che ci avrebbero protetti durante i mesi invernali venivano requisiti, perciò non avevamo addosso altro che i giacconi, sia nel campo che in miniera. Questo provocava molte malattie», ricorda un ex detenuto.

 Nel periodo 1956-58 le baracche erano costruite in legno e ospitavano 18 persone che dormivano su letti a due piani. All’interno delle baracche c’era una stufetta per l’inverno, e in fondo alla baracca esisteva un locale adibito a bagno fornito di sola acqua fredda. Alojz Paldan ricorda la presenza di «orti per la cucina, dove si coltivavano anche fiori che i detenuti potevano comprare e donare ai parenti in visita».

 Ladislav Vavrouch fu rinchiuso a Vojna dal novembre 1951 all’aprile 1958. Ricorda che le baracche del campo erano migliori di quelle di Jáchymov, e soprattutto non c’erano insetti! Di notte la baracca era illuminata da una lampadina senza paralume. I detenuti dormivano su pagliericci, avevano due coperte, ma d’inverno chi dormiva in alto, per proteggersi dalle infiltrazioni di pioggia e neve, doveva confezionarsi una specie di sacco a pelo, perlopiù con le pagine dei giornali.

 Antonín Axamit fu richiuso a Vojna dal ’55 al ’59. Racconta che le lettere venivano censurate e quelle in uscita rimanevano in attesa anche 10-20 giorni. Ad Axamit non permisero neppure di partecipare al funerale della madre. «Sono sopravvissuto agli anni di carcere grazie alla fede in Dio e all’aiuto della Vergine Maria». Nel campo si era formato un gruppetto di fedeli che leggevano testi religiosi fatti entrare tramite il personale civile e che venivano nascosti sotto il pavimento. I preti celebravano di nascosto: in cantina, dove si preparava la verdura per il rancio, avevano sistemato un piccolo altare dietro la parete, nascosto da una tavola che veniva rimossa all’occorrenza. I credenti avevano un fondo comune in cui versavano il 10% del loro stipendio a favore dei detenuti in difficoltà, i nuovi arrivati o gli ammalati. Confrontando le testimonianze dei sopravvissuti, emerge come l’educazione religiosa riuscisse a dare una marcia in più ai credenti: vivevano una vita «comunitaria», a casa li attendevano ancora mogli e figli, e molti di essi sfruttarono la vicinanza di persone con una profonda preparazione culturale per imparare o rafforzarsi nella fede.

 Nel tempo libero i detenuti avevano a disposizione la «casa della cultura», una baracca dove si proiettavano film o dove la «banda del campo» suonava della musica. C’era anche una biblioteca che offriva solo paccottiglia ideologica. Una volta a un detenuto che faceva presente la mancanza dei classici del marxismo-leninismo, fu risposto: «Il marxismo-leninismo è l’arma della classe operaia e non permetteremo che finisca nelle mani dei nemici di classe».

 Salario irrisorio. Dal 1° agosto 1946 i detenuti ricevevano 2 corone al giorno di salario: all’epoca, 1 litro di birra costava 6 corone, 1 sigaretta 1 corona. Se superavano la norma di lavoro ottenevano degli incentivi, in caso contrario il cibo veniva razionato e dovevano recuperare le ore di lavoro.

 La direzione dei campi tratteneva una parte dello stipendio per il vitto e l’alloggio, un’altra era inviata alla famiglia del recluso, un’altra ancora gli veniva consegnata direttamente per le spese spicciole e infine una parte era versata nel conto deposito che gli consegnavano allo scadere della pena. La paga media mensile per chi lavorava in superficie, nel 1955 era di circa 1.400 corone, di 3.400-3.800 corone in miniera, ma solo se la norma veniva rispettata al 100%; nel 1960 la media mensile era di 1.526 corone, 2.084 per chi lavorava nelle miniere.

 Sedivy’ ricorda però che il salario non sempre era distribuito regolarmente e che l’amministrazione dei campi se ne approfittava lasciando i prigionieri in pessime condizioni di vita e offrendo allo spaccio generi a pagamento. L’inesperienza, l’utilizzo di tecnologia obsoleta e i rischi del lavoro in miniera e nei cantieri provocarono numerosi incidenti che andavano a sommarsi ai pericoli naturali di questo tipo di attività: l’irraggiamento diretto durante la lavorazione del minerale, l’inalazione di radon e polvere radioattiva (diffusa anche nelle baracche dove si entrava con abiti e stivali da lavoro), l’ingestione di acqua irradiata. Tra il ’59 e il ’91 nella zona di Vojna si sono registrati 710 casi di cancro polmonare e negli anni ’50 l’area attorno a Príbram aveva un’alta percentuale di malati neoplastici. Anche nei campi di Jáchymov la situazione sanitaria era pessima: era diffusa la tubercolosi sin dall’inizio degli anni ’50 e, secondo i dati dello storico Kaplan, nel decennio 1950-60 si contarono circa 30mila incidenti sul lavoro (in media 250 al mese), dei quali 439 mortali.

 Disastro ecologico. Dal punto di vista ecologico, la devastazione provocata dall’attività estrattiva è stata considerevole: dall’estrazione sotterranea che provocava il cedimento del terreno e l’accumulo in superficie di ganga radioattiva, dalla seconda metà degli anni ‘70 si passò, a causa dell’esaurimento dei giacimenti, alla trivellazione e all’uso spregiudicato di acido solforico, con relativi problemi di contaminazione del terreno e delle falde acquifere.

 In seguito all’amnistia del 1960 e soprattutto per motivi economico-gestionali, Vojna fu chiuso il 1° giugno ‘61, i detenuti ancora rinchiusi vennero trasferiti nel vicino Npt di Bytíz e l’area fu utilizzata dall’esercito fino al 2000, quando il governo della Repubblica ceca, vista l’importanza storica del luogo che conservava strutture dell’epoca totalitaria comunista, ha deciso di istituirvi un museo-memoriale.

 La perdita complessiva per lo Stato dal ’45 all’89 è stata stimata tra i 9,6 e i 26 miliardi di corone (600-1.500 miliardi delle vecchie lire): ai 77,5 miliardi di entrate vanno tolti infatti i 67,5 miliardi di spese e i sussidi statali immessi dal ’67 all’89 (tra i 20 e i 36 miliardi), quando il prezzo con cui l’uranio era venduto all’Urss non copriva i costi di produzione. Infine si aggiungono altri 20 miliardi per la bonifica dei territori.

 Nel 1968, al culmine della Primavera di Praga, gli uffici competenti furono travolti da una quantità di lettere e richieste di detenuti che chiedevano si facesse luce sui crimini degli anni precedenti. Il regime, ricorda Sedivy’, sorprendentemente aprì numerosi casi, ma si mosse secondo i criteri della legalità socialista: da un lato i prigionieri non furono più sottoposti all’arbitrio cekista, dall’altro fu rimosso solo qualche funzionario divenuto scomodo. Il regime non poteva rinunciare a loro, ne aveva bisogno per mantenere la psicosi della paura e in questo modo conservare il potere.

 Nelle miniere di uranio di tutto il paese lavorarono almeno 70.737 detenuti politici. «Con loro – ricorda uno di essi – furono condannati i familiari, anche se non scendevano in miniera e non stavano al freddo, sull’attenti con la tuta blu durante gli appelli: i loro figli erano espulsi o esclusi dalle scuole, le loro mogli o i loro genitori erano, in quanto “politicamente inaffidabili”, sfrattati, licenziati e allontanati dalle città».

Angelo Bonaguro

http://www.libero-news.it/articles/view/580592

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2 Risposte to “Nelle miniere-gulag dell’uranio sovietico”

  1. Giuseppe Orsini Says:

    Sembra impossibile che fino a qualche decennio fa ci siano stati “campi di lavoro” simili nel Centro Europa.
    E nessuno – o quasi – ne parla.
    Specialmente la Storia.
    E tutti i comunisti ancora viventi che sapevano . . .
    Vedi anche il caso “KATYN”.

  2. stefano Says:

    e qualcuno ancora ha il coraggio di chiamarsi comunista

    COMUNISTA =NAZISTA!!!!

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