Volgarità antiche quanto l’uomo

imagesIl lascivo Satyricon, la scostumata Shamela e la pruriginosa Ifigonia portano diritti al postribolo de I promessi sposi riveduti (dal buco della serratura) e corretti, dove la monaca di Monza è lesbo e don Abbondio fa da sé. Il crinale tra cultura e volgarità è sempre sottilissimo

 

Impossibile far convivere serio e faceto. Lo dicono tutti. Dove c’è una capponaia di soubrette tutte agghindate e sculettanti, non può esistere cultura. Dove il conduttore del programma comico seguita a espettorare lazzi leggeri come piume al vento, non può sussistere la pesantezza basaltica della letteratura. Pier Paolo Pasolini, guardando in tivù la prima puntata di Canzonissima, mise a fuoco il problema facendo piovere anatemi, era il 1° novembre 1969, dalle pagine de Il Tempo: «Immagino che si polemizzi perché la trasmissione è brutta. Ma non si tratta di bruttezza. Il livello culturale di ciò che ho visto ieri sera, in quei cinque minuti, è tipico. […] È questione di volgarità. E la volgarità della televisione deriva dalla sotto-cultura».

A innescare il feroce pistolotto è lo stacchetto musicale del famoso varietà, in cui le gemelle Kessler si esibivano in una serie di «evoluzioni d’un’assoluta facilità, come due automi caricati a molle. Due o tre mossucce idiote, incastonate in un ritmo che voleva essere gioioso e invece era solo facile». Sul palco di Canzonissima, Pasolini (che nell’arrotarsi la lingua a questo modo forse non aveva ancora in mente la trilogia erotica «della vita» e l’ancor più perverso Salò) vedeva soltanto «un’allegria collegiale e orgiastica, in cui la donna appariva come una scema». Il crinale fra cultura e volgarità è sottilissimo: un passo a destra, e ci si trova nella grossolanità più becera; uno a sinistra, e si respira a pieni polmoni la dolce fragranza dell’arte. Non si scappa. Per l’intellettuale azzimato e pomposo, culi, cosce e davanzali ipertrofici non possono essere sfoggiati in mezzo a un endecasillabo sciolto, o a qualche sestina a rima incatenata.
Se questa è la realtà, è ora di grugnire di dissenso. Esiste un grande contenitore – uno scolapasta, a dire il vero –  in cui i temi più sconci e le figure più discinte possono filtrare attraverso i fori dell’alta prosa o dell’alta poesia. Mettendo da parte il giusto mezzo dell’Orazio da quarta liceo, tutti siamo in grado d’individuare il compromesso adeguato fra pornografia, che ispira alla massa ovina risatone sguaiate, e cristallinità, impressa nel testo da una penna sublime.

Si sta parlando, ovviamente, della parodia, genere conosciuto in ambito cinematografico, ma meno in quello letterario. Le parodie migliori sono quelle che permettono alle storielle licenziose di acciambellarsi nel grembo della dolce lira; quelle che mettono d’accordo sia la chiassosa popolazione di un’osteria sia i letterati più eruditi. Il genere affonda le radici nella notte dei tempi, anche se primo vero esempio  ne è il Satyricon. L’opera incompiuta di Petronio è una parodia della fabula milesia (da Aristide di Mileto, che ne fu il principale fautore), una categoria di romanzo greco con al centro le vicissitudini erotiche di due amanti, i quali riuscivano a riabbracciarsi solo dopo lunghissime peripezie. Nel Satyricon, la dicotomia amorosa è trasformata in uno sconcio ménage à trois fra gli omosessuali Encolpio e Ascilto e il loro amasio Gitone. Ma gli elementi parodistici non si esauriscono qui.

Petronio, nel corso dell’opera, indossa spesso la maschera del buffone e zompa sul suo palco di cartapesta scimmiottando il più grande classico dell’antichità. Nientemeno che l’Iliade. La presa per i fondelli più grave si consuma nel passaggio successivo all’incontro di Encolpio con la bellissima principessa Circe. Il protagonista della storia si lancia infatti in una furibonda e inconsueta invettiva contro il proprio pene, reo di averlo tradito nello spannung decisivo e, insomma, di averlo fatto andare in bianco. Un episodio che fa il verso al celebre monologo di Ulisse con il proprio cuore.

L’asse della narrazione parodistica collega l’antica Roma di Petronio all’Inghilterra di re Giorgio II. Nel 1741, Henry Fielding, autore che da lì a poco sarebbe salito alle luci della ribalta, esordisce nel mondo letterario con Shamela, un’allegra pasquinata che rivolge le proprie frecciate contro l’edulcorato ed edulcorante capolavoro di Samuel Richardson, quel Pamela che negli anni precedenti era diventato il feticcio della sana e morigerata borghesia media.
Shamela ne è parodia graffiante, che tramuta la pudica Pamela in una ragazza senza scrupoli, sfacciata e aggressiva. Scrive Gianni Seroli sul periodico bibliografico L’Indice dei libri del mese: « I due romanzi sono l’uno il rovescio dell’altro e le due protagoniste sono “sorelle siamesi” che dobbiamo abituarci a vedere sempre insieme. Pam e Sham: la cenerentola virtuosa ricompensata con la mano del principe azzurro, e il suo “doppio” vizioso e intrigante ».

Le 50 paginette del romanzo sono ovviamente ricche di quelle situazioni boccaccesche che tanto dovettero far picchiare il pugno sul tavolo ai divertiti borghesotti inglesi. Ma la regina di tutte le parodie è, ovviamente, un prodotto italiano, partorito a suon di fruttiere colme di vino e sberleffi in qualche nostra piccola borgata ottocentesca, vibrata fuori dalle corde malate e stonate dell’invisibile club dei goliardi. Furono infatti gli ultimi discenti dei chierici vaganti gli autori di alcune rivisitazioni più spassose dei grandi classici.
Su questo mare di burle torreggia Ifigonia, forse le pagine più belle mai uscite dai calamai della Goliardia italiana. Scritta in versi e divisa in atti come una tragedia greca, l’opera si ispira, almeno per il titolo, alla Ifigenia di Euripide e, assai più apertamente, alla Turandot di Carlo Gozzi. La trama è un’anfora di episodi sconci, allusioni di natura sessuale che rimpallano come biglie, riferimenti più o meno velati, rime grossolane e battutacce grezze e ispide come la carta vetrata.

Ma è la paternità della tragedia la rivelazione che sciocca. Pare, infatti, che l’intera storia sia riconducibile nientemeno che a Giosue Carducci, vate, poeta baccalaureato e pezzo grosso dell’Italia pre e postunitaria. La cosa peraltro non dovrebbe stupire, dato che il Premio Nobel non era certo nuovo agli ambienti goliardici del tempo. Come egli stesso ricorda nelle memorie personali, numerose furono le visite al caffè dell’Ussero, ricettacolo tradizionale di tutti i goliardi di Pisa, dove una volta declamò pure un poema eroicomico di sua creazione («Eroe dell’epopea – scrive il poeta –, ch’io un po’ cantavo, un po’ declamavo, era un vaso etrusco personificato, il quale entrava nell’Ussero e spaccava le tazze, i gotti, e simili buggeratelle moderne»).
Ma quello di Carducci non è il solo grande nome a figurare nell’elenco dei parodisti italiani. Nel 1929, uno degli scrittori più popolari dell’epoca decide di mettere l’infida mano su un totem della letteratura patria: I promessi sposi. A cimentarsi nell’impresa è Guido da Verona, il «D’Annunzio delle dattilografe e delle manicure» (come lo definì Adriano Tilgher), capostipite di un filone osé che negli anni a cavallo fra le due grandi guerre spopolava in libreria.

Di origine ebrea, autore di volumetti sollazzevoli come Mimi Bluette fiore del mio giardino e L’amore che torna, cercò in vita di ricalcare la silhouette del suo ispiratore, Gabriele D’Annunzio, anteponendo però le sortite sotto le lenzuola alle gesta che scolpirono nell’eterno il busto del Vate. Guido, che a dispetto dello pseudonimo non era mai stato a Verona, demitizza il Manzoni, sottraendolo al tabernacolo in cui era stato riposto, per consacrarlo sull’altare blasfemo di un postribolo.  Martoriati dalla sua sfacciataggine libertina, I promessi sposi si svuotano del paternalismo e della glassa che li riveste per riempirsi d’incastri incestuosi, orge da raccordo anulare, talami sovraffollati e tutti quegli altri episodi peccaminosi e trasgressivi che oggi figurerebbero in un American Pie.

Quel che fa Guido da Verona è prendere in un sol mazzo tutti i clichè dell’opera per rimaneggiarli poi in chiave erotico-demenziale: la monaca di Monza si dedica ad amori saffici, don Abbondio è abbagliato da fantasticherie onanistiche e Lucia ambisce, più che a diventare moglie fedele, a un ruolo da diva dell’arte muta, come Mary Pickford, spassandosela  con un Innominato ormai pluricentenario; a Renzo crescono le corna, ma lui si rifà con la moglie del cugino Bortolo. C’è spazio anche per le gag e la boutade da cabaret, come quando don Abbondio esclama «Benedetto Croce! Chi era costui?», oppure quando Renzo si frattura una gamba salendo sul tram ed è costretto a una tremenda processione attraverso tutti gli ospedali della Lombardia.

Lorenzo Muccioli

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