LA POLITICA INSORGENTE NELLE MAGLIE DELLA RETE

imagesLo stato nazionale esercita da sempre un potere sulla società, ma in quelle democratiche deve sottostare a regole che ne limitano l’azione. È questo, da sempre, l’architrave delle teorie liberali del potere, che hanno dovuto fare i conti con la critica di molti teorici – da Max Weber a Georg Simmel, da Lenin a Carl Schmitt, da Antonio Gramsci a Jürgen Habermas – che hanno invece analizzato il potere a partire dalle differenze sociali, di ceto, di casta, di classe, cercando così di svelare l’arcano del perché, nelle società borghesi, lo stato impone rapporti di sudditanza e legittima gerarchie sociali attraverso il consenso dei «governati».
È questa la cornice analitica di Potere e comunicazione (Università Bocconi Editore, pp. 665, euro 34.50), un importante volume di Manuel Castells sul ruolo esercitato dalla comunicazione all’interno delle società capitaliste. Anche Castells crede che c’è esercizio del potere e non dominio solo se c’è consenso verso l’operato dello stato nazionale, ma è compito della «comunicazione pubblica» circoscrivere le dinamiche, talvolta conflittuali altre volte no, in cui ogni «attore sociale» esprime i suoi interessi, definendo le relazioni di reciprocità, autonomia o dipendenza rispetto gli altri attori sociali. Una proposizione che pone questo saggio di Castells sulla scia dalla riflessione di Jürgen Habermas sull’opinione pubblica e sull’agire comunicativo come una prassi sociale che definisce la «virtù pubblica». Con una sostanziale differenza: per Castells la comunicazione non è relegata solo alla formazione di un’opinione pubblica che controlla l’operato del sovrano, ma è un agire pubblico che «produce società» senza l’intervento delle tradizionali istituzioni delegate alla «messa in scena» della weltanshauung degli attori sociali. In questa vision, la carta stampata, la televisione, la radio e più recentemente Internet non sono un quarto potere, bensì i medium del potere sans phrase. Ipotesi altresì suggestiva laddove l’autore la affianca con una lettura della globalizzazione economica come potente acido corrosivo dell’ordine politico liberale e di quella democrazia rappresentativa che ne era la più compiuta espressione. L’esercizio del potere non passa quindi attraverso il controllo dello stato, ma attraverso il «governo» dei media, tanto di quelli antichi che ipermoderni.

Il mondo in casa
L’autore ha fatto molto parlare di sé per la trilogia su L’era dell’informazione, dove sosteneva l’emergere di una nuova forma di capitalismo definita «informazionale» per la centralità dell’informazione nella produzione di valore e per l’egemonia di modelli produttivi «reticolari». Per Castells, infatti, l’informazione è, al tempo stesso, materia prima del processo lavorativo in quanto conoscenza, ma anche strumento di coordinamento per reti produttive diffuse che spesso ignorano, meglio scavalcano i confini nazionali. In altri termini, l’informazione alimenta e governa i flussi produttivi che non coincidono necessariamente con uno spazio delimitato. La rilevanza delle tecnologie digitale nel garantire il coordinamento delle reti produttive è fuori discussione. E ciò vale anche per la comunicazione.
Castells dà quindi per acquisito il fatto che il mondo possa essere considerato, dal punto di vista della circolazione delle informazione, il villaggio globale di Marshall McLuhan, ma sottolinea la novità costituita dalla globalizzazione, che porta il mondo dentro le case attraverso la televisione e come la differenziazione sociale alimenti la costituzione di molti pubblici. Il linguaggio specialistico parla di crisi dei media generalisti e del passaggio dal modello broadcasting (da uno a molti) al modello narrowcasting, cioè che esistono molte platee che vanno soddisfatte attraverso una differenziazione nei contenuti offerti tuttavia sempre secondo una modalità unidirezionale. La globalizzazione si basa cioè su una differenziazione dei prodotti editoriali e una parallela proposta di una vision omogenea della realtà. Un doppio obiettivo che per essere raggiunto alimenta la concentrazione della proprietà dei media o la partnership tra imprese, visti gli alti costi delle piattaforme tecnologiche e dei prodotti editoriali. Questa pluralità di fonti di informazione e un’altrettanta pluralità di media a disposizione alimenta la convinzione che mai nella storia umana c’è stata così tanta libertà di espressione, come in questo inizio di millennio. Convinzione errata, perché la differenziazione di prodotto e di strumenti rispecchia la accentuata differenziazione sociale allo scopo, però, di confermare opinioni predefinite e offrire un contesto dove i processi di identificazione culturale possano trovare il percorso meno accidentato nella sequenza individualismo, «comunalismo», che secondo Castells costituisce la polarità potenzialmente destabilizzante della globalizzazione e che per questo va governata attraverso i media.
Significativa è, a questo proposito, la lunga parentesi che l’autore dedica alle posizioni del neuroscienziato Antonio Damasio attorno alle emozioni e i processi decisionali. Per Damasio, infatti, quando uomini e donne devono decidere, scelgono sempre l’alternativa che poco si distanzia dalle proprie convinzioni. Se questo frame analitico si applica alla ricezione dell’informazione, le posizioni che incontrano il favore del pubblico si snodano attorno alle loro convinzioni, rifiutando invece quelle lontane. Accade così che i media organizzino la comunicazione in maniera tale che le contraddizioni e i punti di conflitto in una discussione pubblica siano depotenziati e ridotti a un talk show attorno a opinioni tanto generiche, quanto inoffensive.

I nemici del diritto
Siamo quindi al di là della vecchia querelle se i media siano dispositivi di manipolazione delle coscienze o se invece rispecchino tendenze, modi di essere, opinioni già presenti nella realtà. Nello schema proposto dall’autore i media riflettano identità, opinioni già esistenti proprio perché, in quanto dispositivi normativi, esercitano potere. Non è però un gioco a somma zero quello che propone Castells, perché se il potere è la prassi comunicativa tesa all’imposizione, attraverso il consenso, di un ordine sociale servono regole precise che fissino confini e limiti all’azione dei media, in quanto confini e limiti a chi esercita un potere – politico o economico, poco importa – nella società. Posizione liberal che l’autore sostiene evidenziando come gran parte dei paesi democratici hanno regolamentato l’uso dei media. Ed è con tono allarmato che l’autore denuncia l’anomalia italiana, dove Silvio Berlusconi è un imprenditore politico che non tollera appunto regole e limiti alla sua azione, in quanto proprietario di una corporation che fa coincidere il suo destino con quello dell’Italia.
La denuncia degli aspetti degenerativi del caso italiano – conflitto di interessi, gestione disinvolta del potere esecutivo per rafforzare il proprio potere economico, la minaccia reiterata di ritorsioni verso i media non omologati ai voleri del cavaliere – sono tutti condivisibili, ma portano a considerare, a differenza di quanto fa Castells, l’Italia non un’anomalia, bensì un laboratorio dove la comunicazione è sussunta definitivamente dal potere. Ciò che sta accadendo nel nostro paese è il tentativo di mettere a fuoco una compiuta produzione mediatica della decisione politica. Le istituzioni statali vanno occupate non perché luoghi esclusivi del «politico», ma per prevenire una «politica insorgente» attraverso la gestione diretta, dai media alla formazione, dei processi di identificazione culturale. Che poi ci sia un imprenditore politico a tirare le fila dovrebbe far riflettere sulla natura del populismo postmoderno che occupa il centro della scena politica nel capitalismo contemporaneo: non un residuo del passato, ma la forma politica che si candida a indicare via d’uscita dalla crisi della democrazia rappresentativa e dello stato-nazione. L’enfasi sulla libertà e sulla differenziazione sociale e culturale del populismo postmoderno convive infatti con la produzione mediatica di una sintesi tra interessi conflittuali tra loro, fattore indispensabile per la decisione politica.

Il potere dei movimenti
La possibilità di fermare questa «fabbrica del consenso» sta dunque nello sviluppo di una «politica insorgente» da parte dei movimenti sociali. Castells non sfoggia un ottimismo di maniera, quanto la motivata convinzione che gli attuali movimenti sociali sono da leggere anche come un agire comunicativo che sviluppa un punto di vista critico sull’esistente e che individua in alcune tecnologie dell’informazione il medium privilegiato. Internet, dunque, come medium alternativo, che però esprime un contropotere con cui i media mainstream devono confrontarsi. La candidatura di Barack Obama, il tam-tam che ha portato alla sconfitta il partito popolare in Spagna nel 2004, la rivolta dei giovani iraniani contro il governo di Tehran o i movimenti antiglobalizzazione sono tutti esempi di una «politica insorgente» che ha avuto la capacità di condizionare e influire sul potere costituito per poi dissolversi come accade in natura agli sciami.
La «politica insorgente» è cioè vincolata a una contingenza, esaurita la quale il contropotere espresso dai movimenti sociali ripiega su forme più convenzionali di pressione politica. Manca cioè quell’elemento che rende un fattore permanente la presenza di una politica insorgente e il suo corollario sociale, il contropotere esercitato dai movimenti sociali. È cioè assente un’analisi critica sul modo di produzione, delle gerarchie e dei rapporti di sfruttamento dentro la fabbrica del consenso. In assenza di questo la teoria del potere proposta da Castells riposa sul terreno delle regole e dei diritti, disincarnati dai rapporti sociali esistenti nella realtà.
Le esperienze di social networking, le liste di discussione, il Citizen journalism sono cioè una presa di congedo dal modello in cui c’è un’emittente e molti destinatari per sostituirlo, con una circolazione dei contenuti dai «molti a molti». Ma questa rappresentazione dell’«autoproduzione comunicativa» pone il problema su come il contropotere della politica insorgente si debba rapportare con il potere costituito. Castells sostiene cioè che la politica insorgente non prevede continuità, ma si manifesta come uno sciame che si dissolve una volta raggiunto l’obiettivo per cui si era formato. La sua è la fotografia di ciò che avviene nella realtà. Ma se la «politica insorgente» è anche la critica ai prodotti della fabbrica del consenso, il passo successivo da compiere è la critica del modo di produzione vigente al suo interno. Le tecnologie digitali, il contropotere dei movimenti sociali sono solo la fenomenologia della «politica insorgente». Serve solo organizzarla nel tempo e nello spazio.

Benedetto Vecchi

http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20091016/pagina/11/pezzo/262368/

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