Genealogie SOVIETICHE

imagesSTORIE DI VITA QUOTIDIANA NELLA RUSSIA DI STALIN

Il’ja Ehrenburg non aveva ancora terminato di scrivere il romanzo La tempestosa vita di Lazik Reutschwanets quando, conscio dell’inasprirsi della censura sovietica, scriveva nel settembre 1927 a Zamjatin: «Adesso sto finendo il mio Reutschwanets che uscirà probabilmente… solo in traduzione. C’est la vie». Certo, dopo i primi rifiuti, lo scrittore, memore dei tagli che aveva subito due anni prima l’altro suo romanzo Nel vicolo Protocnyj, decise di pubblicare La tempestosa vita di Lazik Reutschwanets a Parigi (uscì poco dopo anche a Berlino), a proprie spese (tra gli emigrati Michail Osorgin apprezzò il romanzo definendolo «acuto e cattivissimo»).
Fece comunque un ulteriore tentativo, rivolgendosi a Nikolaj Bucharin, ora uno dei dirigenti bolscevichi più in vista e in gioventù suo compagno più anziano al Primo Ginnasio maschile di Mosca (si erano conosciuti dopo aver partecipato alle rivolte studentesche scoppiate in occasione della rivoluzione del 1905). Gli scrisse da Parigi in data 22 febbraio 1928: «Ricordo che il mio Jurenito fu pubblicato solo grazie al Vostro parere e perciò vi scrivo a proposito del mio Lazik». Ma Bucharin non poté fare nulla, anzi. Evidentemente Ehrenburg non era al corrente degli attacchi mossi da Stalin a Bucharin, dopo che questi nel ’26 aveva appoggiato proprio Stalin contro le deviazioni di sinistra, attacchi che costringevano ora Bucharin su posizioni più intransigenti verso la letteratura.

Un picaro disincantato
In un celebre articolo sulla «Pravda» del 29 marzo 1928, Che cosa vogliamo noi da Gor’kij, invitando il grande scrittore a dedicarsi a una grandiosa descrizione dell’epoca sovietica, Bucharin notò infatti che non era da seguire l’esempio di molti scrittori che rimestavano, come nel caso della Tempestosa vita di Lazik, nel «proprio vomito letterario», propinando mortifere tiritere. E il libro non fu pubblicato nemmeno nel decennio successivo, quando Ehrenburg, grazie al romanzo Il secondo giorno, approvato addirittura da Stalin (che probabilmente ritenne come «la propaganda non ortodossa» potesse rilevarsi utilissima alla causa del socialismo), divenne attivo sostenitore del regime.
Molti anni più tardi La tempestosa vita di Lazik fu nuovamente criticato in concomitanza con un attacco del partito allo scrittore nel ’63 per certe parti del libro di memorie Gente, anni, vita e uscì in patria solo nel 1989, dapprima sulla rivista pietroburghese «Zvezda», per ironia della sorte solo dopo la riabilitazione di Bucharin: un destino tempestoso come quello del suo eroe Lazik. La ripubblicazione oggi per La Giuntina (pp. 273, euro 17) della traduzione italiana di Pietro Zveteremich (la resa, piacevolissima, è di per sé un piccolo capolavoro di coerenza stilistica), apparsa per la prima volta nel 1969, è operazione meritoria, giacché offre al lettore italiano l’occasione di accostarsi al mondo materiale e spirituale della Russia all’indomani della rivoluzione d’Ottobre vista attraverso gli occhi disincantati di un intellettuale ebreo.
Il Lazik di Ehrenburg combina in sé la saggezza tagliente di Jozef Svejk con la vitalità sensuale e veterotestamentaria degli eroi di Isaak Babel’, anche per i molti evidenti echi linguistici con la prosa dell’autore dell’Armata a cavallo. Grande conoscitore delle leggende chassidiche, – forte è l’influenza dei Racconti dei Hassidim di Martin Buber – Ehrenburg si avvale per ogni situazione di una parabola, di una storiella, e la narrazione si sviluppa in una catena di iterazioni, autocitazioni, aneddoti. Sospinto dal destino in giro per il mondo, da Gomel’ a Mosca, dalla Polonia a Königsberg, da Parigi a Londra, fino alla Palestina, Lazik, picaro ingenuo e disincantato, è trascinato quasi per inerzia in un tourbillon di avventure e situazioni: ben diciannove diverse prigioni, e una sfilza di improbabili lavori, ora scimmia in un circo, ora falso allevatore di conigli, ora critico marxista o uomo réclame in una farmacia, distributore di materiale informativo sulle malattie veneree, venditore di stoffe di contrabbando, conferenziere e cekista pentito tra gli emigrati russi di Parigi, e infine piagnone al Muro del Pianto. Si tratta senza dubbio di uno dei più intensi testi della letteratura ebraica in lingua russa (particolarmente toccante il finale che descrive la morte dell’eroe). Ehrenburg definì il romanzo un quadro della contemporaneità vista attraverso gli occhi di un ebreo della «zona d’insediamento», che in questa prospettiva si inserisce in una tradizione letteraria e di genere del tutto peculiare.
Eppure, pur costruendosi in modo fantasioso, rincorrendo le inverosimili saggezze dei quesiti del Talmud o l’immaginifica alchimia del concatenamento delle consonanze verbali, l’opera costituisce una testimonianza insostituibile per la conoscenza della Russia sovietica, sia per gli inevitabili riferimenti autobiografici e letterari (tant’è vero che il testo merita di essere riletto alla luce dell’autobiografia Uomini, anni e vita), sia, in particolare, per i tanti realia della quotidianità sovietica degli anni 20, dal comunismo di guerra fino alla Nep. E inoltre nel romanzo, composto nel periodo della grande svolta, si distinguono riferimenti psicologici che fanno presagire l’atmosfera soffocante di qualche anno più tardi, non quella della Russia degli anni ’20, ma quella del grande terrore staliniano. Il fatto che l’opera, conclusa nell’anno del primo piano quinquennale e dunque proprio in coincidenza con l’abolizione della Nep, non poté essere stampata in Russia, è del resto indicativo del carattere conchiuso della fase storico-sociale in esso descritta.
Insomma con quel testo si chiude una fase, addirittura un’epoca, non solo nell’esperienza letteraria di Ehrenburg (il quale ne aprirà altre tra cui poi quella stupefacente legata al romanzo Disgelo all’indomani della morte di Stalin), ma della cultura russa nel suo insieme (e i segnali saranno tantissimi, dal caso Pil’njak all’espatrio di Zamjatin fino al suicidio di Majakovskij).
Proprio la prospettiva di fornire un quadro generale della vita in Russia negli anni del comunismo muove lo storico inglese Orlando Figes dell’Università di Londra nel suo nuovo corposo studio Sospetto e silenzio. Vite private nella Russia di Stalin (Mondadori, pp. 647, euro 38), che apre al lettore occidentale un’ampia visione sulla quotidianità della popolazione sovietica negli anni dello stalinismo. Come dichiara lo storico inglese, autore anni addietro di un discusso studio sulle peculiarità della cultura russa, La danza di Natasha, il libro «mette in luce, come non è mai stato fatto finora, il mondo interiore dei comuni cittadini sovietici sotto la tirannia di Stalin».

Gli strani orfani del 1937
Il voluminoso contributo di Figes si fonda su un intenso lavoro sul campo (raccolte di diari, memorie, interviste), condotto come progetto di ricerca in collaborazione con l’associazione Memorial. Molti dei materiali raccolti da e per Figes sono stati di recente oggetto di un temporaneo sequestro a Pietroburgo da parte della magistratura locale e gran parte di essi è fruibile sul sito The Whisperers: Private Life in Stalin’s Russia (www.orlandofiges.com), da consultare per ulteriori approfondimenti sul tema trattato dallo storico inglese. Ricco di note e apparati, il libro, che si inserisce in una tradizione di studi e raccolte di testimonianze inaugurata da Arcipelago Gulag di Solzhenicyn, si fonda, oltre che su un’immensa bibliografia memorialistica, su documenti provenienti da archivi pubblici e privati e ha il suo nucleo più solido nelle numerose interviste fatte per gran parte ai cosiddetti «strani orfani dell’anno 37» per dirla con Ehrenburg, quei figli di tanti genitori condannati nei terribili anni delle purghe.
Non a caso l’edizione originale inglese del libro porta in copertina la fotografia di due bambine, Nelli e Angelina Busuevy, scattata l’anno prima dell’arresto della madre (il padre era già recluso), quando furono separate e internate in due diversi orfanatrofi. Il libro si sviluppa a mo’ di cronaca, partendo ben prima della definitiva affermazione alla guida dell’Urss di Stalin, la cui silenziosa e sinistra presenza riempie di sé tutto il libro. Parallelamente agli eventi storici, cui si fanno continui brevi riferimenti, il saggio ricostruisce il dipanarsi nel tempo delle diverse forme di vita sociale e privata nella società sovietica, sostenendosi su di una articolata narrazione collettiva: ogni testimone narra di sé e passa la parola al suo vicino. Affrontando temi come l’ascetismo rivoluzionario e l’istruzione, il culto di Lenin e il lavoro forzato, i nemici del popolo e i figli della classe dirigente, il testo trova in alcuni personaggi, come lo scrittore Konstantin Simonov, costanti punti di riferimento: si parte dunque dai Figli del 1917 per passare alle fasi successive, la grande svolta del primo piano quinquennale, la costruzione del socialismo e i lavori forzati (La ricerca della felicità), le grandi purghe degli anni 1937-38, gli anni della guerra (nel capitolo Aspettami dal titolo della celebre poesia di Konstantin Simonov) – e ancora, i cupi anni di Stalinisti comuni (1945-1956), la destalinizzazione (Ritorno) e la lunga fase di riflessione e riconsiderazione del fenomeno staliniano (fase evidentemente non del tutto terminata oggi in Russia) di Memoria (1956-2006).

Assuefazione e connivenza
Gli eroi della narrazione sono per lo più gente comune, ma accanto a loro troviamo uomini della politica, della scienza, della cultura. Per facilitare la comprensione delle varie linee narrative in appendice si offrono gli alberi genealogici delle famiglie trattate e le carte geografiche che chiariscono i trasferimenti dei vari personaggi negli immensi spazi dell’Urss. Di fronte al lettore si apre così un mondo terribile e per certi versi incomprensibile: un mondo di vittime e carnefici silenziosi, sussurranti (per non essere vittime dei delatori) e pettegoli (nel sussurrare quasi per inerzia «a chi di dovere» opinioni altrui non in sintonia), alla ricerca di una vita quotidiana normale e di un equilibrio interiore spirituale in una cornice caratterizzata dalle emergenze della trasformazione radicale della vita, della mentalità, del concetto stesso di individualità, vista ora solo come realizzazione a tempo pieno dell’ideale rivoluzionario e sempre più di cieca obbedienza alle direttive del partito.
Lo studio dell’individuo e della sua dimensione psichica negli anni della creazione forzata dell’uomo nuovo (non a caso Ehrenburg aveva intitolato il suo romanzo sulla «grande svolta» Il secondo giorno con riferimento al secondo giorno della creazione del mondo), cerca di definire i meccanismi sociali e psicologici di persone ordinarie che non si pongono contro il sistema staliniano, ma al suo interno costruiscono una propria vita, coltivano i propri affetti e le proprie aspirazioni. Anzi, una linea di analisi particolarmente significativa è quella che evidenzia l’assuefazione, la silenziosa connivenza con il totalitarismo staliniano, il rapporto tra il carnefice e le sue innumerevoli vittime: la collisione tra coscienza individuale e morale collettivistica, la condanna da parte dei figli dei propri genitori dichiarati «nemici del popolo».
Certo il libro pone numerosi quesiti e non può non sollevare qualche critica: penso, ad esempio, alla convinzione dell’autore che le testimonianze orali siano più attendibili delle memorie letterarie. In Russia il libro non è ancora uscito e secondo Figes le difficoltà economiche accampate dalla casa editrice Attikus sarebbero una scusa che cela motivazioni politiche legate al processo di rivalutazione di Stalin nel paese. Sicuramente la versione dell’opera in russo costringerebbe gli editori a un lavoro di recupero dei documenti originali che va al di là del semplice lavoro di traduzione.

Parallelismi contestati
Sia come sia, del libro si è parlato e scritto anche in Russia: ha fatto discutere ad esempio sulle pagine della «Literaturnaja gazeta» l’evidente parallelo tracciato da Figes tra il giovane pioniere Pavlik Morozov, lugubre icona dell’eroismo staliniano, il quale aveva denunciato il padre come kulak alla polizia per poi essere ucciso per vendetta dai familiari, e il poeta Aleksandr Tvardovskij, coraggioso alfiere del disgelo, il quale, in gioventù poeta della Rapp (organizzazione dei poeti proletari), si trovò in una situazione per certi versi analoga a quella di Pavlik Morozov. Figes acriticamente accusa Tvardovskij di aver tradito il padre Trifon, fabbro della regione di Smolensk, consegnandolo alla polizia. L’affermazione si fonda su uno scritto del fratello del poeta, Ivan, Pagine di esperienza vissuta, che le figlie di Tvardovskij, lo scrittore Kirill Koval’dzhi, che pubblicò lo scritto di Ivan Tvardovskij su «Junost’», e il critico e scrittore russo ebreo Michail Hazin, affermano non essere stato interpretato con obiettività da Figes.

Stefano Garzonio

http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20091020/pagina/11/pezzo/262626/

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