Se non rompi le regole non ti danno retta

246q05a1«Il male minore» di Eyal Weizman

di Oddone Camerana

Oggi la trasgressione sembra essere transitata in chi rispetta le leggi. Ignorato, quest’ultimo, trascurato e reso invisibile dalla sua rettitudine, è un soggetto che non conta. Il suo stato di conformismo lo esclude dall’essere rappresentato. Nella società che ci ha preceduto e che non è certo scomparsa, ma è coperta da una nebbiolina di anonimato e disinteresse – società della disciplina fondata sul tormento della colpa – trasgredire creava dei problemi per lo meno di coscienza. In questa prospettiva il divieto di drogarsi veniva riconosciuto in quanto vincolo e qualcuno ricorderà anche come, con un certo sprezzo per le debolezze umane, si affermava che le droghe capaci di creare distensione allora in voga fossero riservate a chi “se le poteva permettere”. Così dicendo ci si riferiva sia alla disponibilità economica necessaria per acquistarle, sia, darwinianamente parlando, all’energia fisica e psicologica richiesta per non soccombere. Possibilità e dote che scremavano gli utilizzatori, rigettando i più deboli tra i vinti e fuori della cerchia dei privilegiati.

Le cose sono cambiate. Nella società della performance e della competizione che si fa avanti, società fondata sul tormento dell’inadeguatezza, trasgredire, nel senso di violare le leggi, sembra essere se non la norma, la pratica più sicura per riuscire nella vita. Una bella spinta a questa tendenza è data dalla massima costruita sul potere dei media secondo la quale “non esisti se non sei rappresentato”. Non ci vuole molto per capire a cosa induce questo genere di morale. Una battuta che letta in filigrana dice che se non rompi le regole nessuno ti dà retta. E non c’è da stupirsi, con riferimento a un campo di applicazione diverso da quello delle droghe, che non ci sia recensione di opere d’arte contemporanea che non promuova l’abbinamento tra creatività e trasgressione. Principio che si estende ad altri settori come la moda o la cucina. Un invito a trasgredire viene per altro lanciato anche dai rispettabilissimi e modestissimi parrucchieri di periferia che hanno colto il potere di quel mantra. Dunque non c’è scampo per chi rispetta le tradizioni.
Se questo modo di pensare trova applicazione da parte di chi si ribella a consuetudini innocenti o di chi rompe vecchi canoni artistici superati, a maggior ragione ha seguito nel campo dell’uso di droghe cosiddette euforizzanti. Il favore dei consumatori loro riservato sta nel fatto che la capacità di promettere il superamento delle inadeguatezze del caso sembra non subire smentite.
Si fa notare come a questo stato di cose già compromesso non venga certo in aiuto la pratica incoraggiata o tollerata che va sotto il nome della “riduzione del danno”, una formula che ha giustificato e continua a giustificare gli esperimenti di droga libera o sotto controllo, esperimenti ben noti agli esperti del ramo e fonte di dibattiti tutt’oggi in corso. In altre parole a far cadere l’ostacolo dei divieti rimasti in vita dalla società della colpa ha contribuito il principio della riduzione del danno di cui sopra.
Ora, e proprio in materia di tentativi di curare i danni prodotti da un veleno servendosi dello stesso veleno – materia a cui si ispira la pratica della riduzione del danno secondo il presupposto che si tratta solo di una questione di dosaggio – viene in soccorso il libricino di Eyal Weizman Il male minore (Roma, Nottetempo editore, 2009, pagine 99, euro 7). Un testo che non si occupa di droghe né di trasgressione, quanto della consuetudine secondo la quale collaborare con un male maggiore per ottenere un male minore è una formula di successo. Una consuetudine che risale alla notte dei tempi, già di dominio della magia, diventata poi materia della politica fino a fondare quel caposaldo della gestione del potere che va sotto il nome del principio della ragion di stato.
A partire dalla convinzione di cui riferisce sant’Agostino che “è meglio tollerare le prostitute nella società che rischiare l’adulterio” o “che è meglio uccidere un aggressore prima che questo riesca a uccidere un passante innocente”, per arrivare alle guerre preventive o umanitarie di oggi volte all’attenuazione del male, non senza il bagaglio dei danni collaterali che le accompagnano e le azioni di antiterrorismo delegato per scarico di coscienza a contractors anonimi, la storia umana, compresa quella che si ispira al liberalismo, è costellata di episodi dettati dalla compromissione col male a fin di bene, ispirati a calcolare fin dove sia legittimo cedere al male, alla violenza e all’ingiustizia per ottenere sicurezza, pace e ordine. Dando un volto concreto al principio del totalitarismo del bene, diceva in proposito Stalin che “non si può fare un’omelette senza rompere un uovo”.
Sennonché è proprio sant’Agostino che dice che il male minore non è permissibile perché viola palesemente il principio paolino del “non fare il male affinché venga il bene” (Romani, 3, 8). Un insegnamento che risale al messaggio dell’antropologia cristiana secondo la quale col male non si tratta a costo di morirne e verso le minimizzazioni con cui il male si presenta, siano esse anche forme di giustizia, non c’è che il rifiuto, lo stare fermi, la non collaborazione. Ciononostante, commenta Weizman, “la strada verso l’utopia (intesa come risultato di bene) è lastricata di mali minori”.
Tra coloro che non si rassegnano a questa logica c’è il fondatore dell’Arsenale della pace. Facendosi interprete della nozione secondo la quale per non cadere nella trappola del male minore bisogna concentrarsi non tanto su cosa va fatto, ma su quanto non si debba permettere che venga fatto, Ernesto Olivero si muove operando dalla sede torinese del Sermig e da quella in Giordania e in Brasile, rispettivamente dell’Arsenale della speranza e dell’Arsenale dell’incontro. È insistendo su questa linea, diciamo di aggiramento logico del male, che combatte da anni la sua battaglia contro le droghe e incontra migliaia giovani a cui indica il pensiero secondo il quale è consumando stupefacenti che si diventa finanziatori di chi li commercia e che si scende a patti con il male. Non soltanto, ma gli si regala (al male) se stessi rinunciando al bene ricevuto o sprecandolo definitivamente. Non è un mistero, fa presente inoltre Olivero, come per un semplice pallone da calcio e per i riconoscimenti di cui esso è capace di dare, si sia disposti a compiere notevoli sacrifici in termini di rinunce fisiche, psicologiche e di tempo. E cos’è allora il problema che trattiene dal sacrificarsi per ben altro che per un pallone da calcio quale certamente è una possibile riuscita nella vita, ma che le droghe mettono in pericolo?
Stando così le cose, è convinzione di Olivero che un “no” alla droga non può venire che dai suoi possibili utilizzatori i quali, nel venire a contatto con chi ne fa commercio, possono invece mirare alla loro conversione attuando così una condotta attiva e non da fuggiaschi.
Sono ormai noti i limiti incontrati in questa materia dal potere legislativo e dal potere esecutivo, istituzioni che anche facendo il loro dovere arrivano dove possono. L’insegnamento raccolto dalle riflessioni sul male minore consiste dunque nella constatazione di come per chiudere il cerchio magico di un possibile contrasto alle droghe ci si debba affidare, come è accaduto e sta accadendo col fumo, al biasimo sociale e non al suo contrario.
Si è detto che la trasgressione sembra oggi transitata in chi rispetta le leggi. Un paradosso, certo, ma che cesserà di incombere sulle nostre incerte valutazioni quando l’uso della droga perderà il fascino della sua ritualità segreta prodotta anch’essa dalla logica del male minore.

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/text.html#8

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