Piccola Posta di Adriano Sofri

imagesCaro direttore, moltissimi anni fa andammo insieme a Trieste per un affollato dibattito su una vicenda che mi riguardava. Eravamo ospiti del Circolo intitolato a Ercole Miani. Non so che ricordo ne hai: io uno bello, perché era Trieste, eravamo noi, e la gente che incontrammo era in gamba. Uno degli animatori del Circolo era Maurizio Fogar, e lo è ancora. L’ho risentito in questi giorni, e per questo te ne scrivo. Il Circolo Miani ha quasi trent’anni di vita, e resta un centro vivace di discussione e iniziativa civile. Ora è con l’acqua alla gola perché Regione provincia e comune sembrano decisi a non rinnovargli il finanziamento destinato alle associazioni culturali –poche decine di migliaia di euro, credo- di cui vive, oltre alle contribuzioni volontarie. Siccome l’attività del Circolo non è affatto meno ampia di quanto sia stata in passato, anzi, i suoi aderenti pensano che le autorità competenti abbiano voglia di chiudere il Miani perché disturba il quieto vivere cittadino.

 Fogar, che è oggi un signore di 56 anni, conduce una battaglia contro i malanni che affliggono Trieste, e che le infliggono, dice, il primato fra le province italiane per l’incidenza di tumori e il primato europeo per le malattie respiratorie. Al centro della denuncia del Miani sta la Ferriera, il vecchio impianto siderurgico di proprietà della russo-bresciana Lucchini-Severstal insediato nel pieno della città e a ridosso della cittadina di Muggia, responsabile di un inquinamento i cui effetti colpiscono i quartieri più popolosi fino ai paesi d’oltre confine della provincia di Capodistria-Koper. Naturalmente io, che se voglio veder Trieste devono mandarmela in cartolina, non sono in grado di valutare le notizie che ricevo, se non per l’accuratezza dei dati dai quali sono accompagnate. Ma c’è un aspetto sul quale mi pare difficile avanzare obiezioni, ed è il fatto che le autorità locali, e lo stesso Presidente della regione, hanno vinto le elezioni promettendo la chiusura della Ferriera. Più precisamente, il peso di questo impegno nei quartieri triestini più coinvolti avrebbe deciso della vittoria del presidente Tondo su Illy. Dopo di che niente è successo che ricordasse la promessa, e che togliesse dalla città e riconvertisse l’impianto siderurgico, com’è avvenuto a Bagnoli per l’Italsider, o che anche solo spingesse il sindaco Dipiazza ad avvalersi di una legge nitida, come fece il suo collega piombinese, per sospendere la produzione della Ferriera e addebitarle i costi dei lavoratori dopo la prolungata misurazione di un inquinamento largamente superiore alla norma. (Le misure sono quelle ufficiali di Procura e Arpa). Il Miani lamenta che non si sia mai voluta condurre un’analisi epidemiologica accurata, che comporterebbe peraltro costi minimi e durata breve. Protesta contro il rifiuto di “chiudere e riconvertire l’inquinante stabilimento, che in questi anni ha raggiunto record di sforamenti, non solo per le polveri sottili (PM10 e PM 2.5), per i livelli di benzopirene (di otto volte superiore al limite di legge consentito su base annuale, con picchi giornalieri di 80-90 volte superiori), di benzene e diossine, dei più cancerogeni tra gli inquinanti”. Comunque stiano le cose, penso che il sostegno al Circolo Miani non possa esser legato al merito delle posizioni politiche che sostiene o alla mobilitazione cui fa appello. Regione provincia e comune possono ritenere infondate le campagne del Miani, e vedere come il fumo negli occhi le denunce sui fumi della Ferriera – e i loro stessi dirigenti si spinsero a definire “un cancro” quella eventuale fonte di cancri – ma sono tenuti a riconoscere al Miani il contributo che la legge prevede, e che una elementare valutazione civile impone. Tanto più che l’impegno del Miani non si lascia iscrivere per intero nelle categorie della politica di partito, e riscuote rispetto e adesioni, oltre che di molti cittadini, di esponenti di parte diversa e anche opposta, da Rifondazione alla Lega. Bene: veniamo al punto. Maurizio Fogar, che ha un’antica malattia cardiaca per cui segue una terapia permanente, mi avverte che ha deciso di sospendere l’assunzione dei suoi farmaci salvavita. Ha indetto con una simile intenzione una conferenza stampa per lunedì. Vuole dire: “Sulla Ferriera di Trieste i politici hanno giocato con la pelle della gente, residenti e lavoratori, per oltre dieci anni. Ora giochino con la mia vita”. Questo non mi piace. Non mi piace, benché pensi che ciascuno debba davvero esser libero di decidere della propria vita. Perfino di giocarla, ma non di sfidare gli altri a giocarci. E’ improbabile che Fogar avverta un’affinità fra il suo impulso e quello che oggi fa arrampicare impiegati e operai sui tetti di fabbriche e monumenti. Non trascuro affatto, oltre che le motivazioni e il coraggio, l’intelligenza sperimentale di modi di lotta adeguati a una nuova situazione in cui il posto fisso è una battuta di spirito pronunciata dalla cima di una gru o dall’orlo di un davanzale. Ma mi fa troppa impressione la somiglianza di questi modi nuovi col vecchio espediente forzato dei detenuti che andavano sui tetti perché era preclusa loro per definizione ogni uscita laterale e ogni evasione che non fosse una galleria sotterranea scavata con le unghie. I tetti e il cielo erano la sola apertura possibile. Vedere uomini e donne liberi che non trovano più uno spazio alla propria lotta che sui tetti e sull’orlo del vuoto fa tristezza. Fogar vuole salvare il suo Circolo, e lo considera lo strumento disarmato di gente vessata e ingannata. Le autorità competenti, sia detto senza alcun sarcasmo, non si mettano nella condizione di giocare con la sua vita, lo tolgano dalla condizione di giocare con la propria. Mi è sembrato, caro Giuliano, che questa storia triestina assomigli capricciosamente a una storia di monnezza napoletana, e che valga la pena di darle un’occhiata senza pregiudizio da fuori Trieste. Che una storia spinta nell’angolo possa essere restituita a una misura, non dico cavalleresca, ma almeno un po’ più chiara e conosciuta. Che non sia spazzata via in silenzio.

Il Foglio

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